Valutare è educare #5

Tempo di lettura stimato: 10 minuti
Costruire contesti educativi in cui sperimentare il benessere democratico attraverso la valutazione educativa. Quinta parte: fine e mezzo, orientare le attività per liberarle!

Cosa è l’orientamento (e cosa non è)

Leggiamo la definizione che Treccani dà dell’orientamento:

orientamento s. m. [der. di orientare]: nell’uomo, la capacità di orientarsi, come consapevolezza della reale situazione in cui un soggetto si trova, rispetto al tempo, allo spazio e al proprio io, risultante dalla sintesi di molteplici processi psichici (percettivi, mnesici, ideativi) che implicano insieme un sufficiente grado di lucidità della coscienza: avere, non avere o., o anche capacità d’o., e più spesso senso d’orientamento, che indica anche, più genericam., la capacità di determinare il luogo dove ci si trova e conseguentemente di prendere la direzione esatta per raggiungere il luogo voluto. (Treccani). 

In ambito scolastico e formativo, siamo abituate/i a concepire l’orientamento come un insieme di pratiche messe in atto all’inizio dell’ultimo anno di un ciclo scolastico per supportare le/gli studenti nella scelta di un indirizzo di studi successivo o di un percorso professionale. Ancora oggi, la maggior parte delle pratiche orientative messe in atto nelle nostre scuole si basa sull’idea di rilevare le caratteristiche, le attitudini, le passioni individuali delle/gli studenti e associarle/i a profili professionali raggiungibili attraverso precisi percorsi. Per di più, attualmente, all’orientamento scolastico e formativo, viene attribuito un ruolo cruciale nell’affrontare e nel dare una risposta a una molteplicità di problemi che il mondo contemporaneo del lavoro pone: dalla disoccupazione al fenomeno dei neet, alla cosiddetta “fuga dei cervelli”. All’orientamento si richiede di contribuire a sostenere la formazione permanente per il contrasto del drop out e la riconversione professionale delle/dei lavoratrici/ori che perdono il lavoro; di innalzare i livelli di istruzione della popolazione; sostenere le politiche del lavoro favorendo l’incontro tra la domanda e offerta.

Cosa può fare (e non può fare) l’orientamento formativo

Nella realtà, quello che si osserva è un vero e proprio scollamento tra gli esiti della ricerca empirica e le pratiche di orientamento in contesti scolastici, nei centri per l’impiego, nei centri per l’istruzione degli adulti. Accade spesso, inoltre, che l’attribuzione di una funzione strategica all’orientamento contribuisca a nascondere non solo le carenze del sistema formativo, ma anche quelle delle politiche attive per il lavoro e delle politiche sociali per un’esistenza sostenibile e dignitosa. Il tutto in una cornice complessa che è quella della sostenibilità, ambientale e umana.

Per questo, parlare di orientamento necessita di una comprensione più profonda del fenomeno, dei suoi obiettivi, delle sue funzioni, dei limiti e delle possibilità. Da una concezione dell’orientamento che aveva connotazione prevalentemente psicologica – basata sulla somministrazione di test che misuravano alcuni tratti della personalità per associarli a percorsi scolastici o professionali, con ricadute nel sostenere meccanismi di selezione invece che di promozione – dobbiamo passare a una visione dell’orientamento come promozione della consapevolezza di sé e, in questo, concepibile come auto-orientamento, e strettamente legata ad abilità metacognitive, progettuali, autovalutative. In questo senso si può parlare, dunque, di orientamento formativo.

Non c’è agire proprio di un essere razionale senza una direzione conosciuta razionalmente, razionalmente voluta e perseguita. Educarsi significa precisamente questo, scoprire la giusta direzione. Lo scopo? L’orientamento della propria vita è rendersi capace di tendervi volitivamente (Braido, 1954, p. 3).

Centralità del soggetto

È importante sottolineare come, connessa a questa concezione dell’orientamento, ci sia la valorizzazione di alcuni aspetti dell’individuo di natura comportamentale e trasversale che hanno assunto diverse denominazioni, come soft skills. La valorizzazione di aspetti che riguardano il comportamento non solo da un punto di vista cognitivo e della prestazione, ma che investono la dimensione affettivo-motivazionale, acquisisce sempre più valore all’interno di logiche di tipo lavorativo e professionale.

Concentrare l’attenzione su questi aspetti in ambito scolastico comporta un’attenzione alla centralità del soggetto, concetto che ritroviamo espresso nei documenti scolastici fin dal 2014, nelle Linee-guida sull’orientamento.

Nella premessa, leggiamo:

Il documento […] intende contribuire allo sforzo congiunto avviato da più parti per la definizione di un coerente sistema integrato, unitario e responsabile di orientamento centrato sulla persona e sui suoi bisogni, finalizzato a contrastare e prevenire il disagio giovanile e favorire la piena e attiva occupabilità, l’inclusione sociale e il dialogo interculturale (MIUR, 2014, p. 3)

Il testo fa spesso riferimento alle competenze orientative di base e alle competenze orientative specifiche: le prime si acquisiscono nell’ambito dell’esperienza scolastica e hanno a che fare con la capacità di essere proattivi e consapevoli; le seconde, invece, comportano la capacità di assumere decisioni in maniera efficace nei momenti di transizione. Si delinea così un’idea di orientamento che è all’interno dell’azione educativa e che permea di sé la didattica che, in questo contesto, si definisce essa stessa orientativa. L’acquisizione di queste competenze è finalizzata all’aumento della consapevolezza, in funzione della capacità di prendere in mano la propria vita e auto-orientarsi.

l’orientamento è un processo volto a facilitare la conoscenza di sé, del contesto formativo, occupazionale, sociale culturale ed economico di riferimento, delle strategie messe in atto per relazionarsi ed interagire in tali realtà, al fine di favorire la maturazione e lo sviluppo delle competenze necessarie per poter definire o ridefinire autonomamente obiettivi personali e professionali aderenti al contesto, elaborare o rielaborare un progetto di vita e sostenere le scelte relative (Conferenza Stato Regioni, 2012, art. 1, definizione di orientamento permanente).

Orientamento e autodeterminazione

L’orientamento non è, dunque, solo finalizzato a scegliere un percorso formativo o professionale, ma ha un fine molto più alto, che consiste nel fornire la capacità di autodeterminarsi. Di imparare a leggere sé stessi e la realtà circostante interpretando i propri ruoli esistenziali in funzione della costruzione di una propria identità. Di imparare a guardare e immaginare, ipotizzare e costruire il futuro, anzi, futuri possibili. Imparare a essere ottimisti e proattivi.

Tutto questo si colloca al di là della dimensione contingente della scelta della scuola o del lavoro, ma si inquadra all’interno di una riflessione ampia sul proprio ruolo nel contesto nel quale si vive.

Avere l’intenzione di fare una cosa significa prevedere una possibilità futura, avere un piano per il suo adempimento: conoscere i mezzi che rendono il piano passibile di esecuzione ostacoli sul cammino; in altre parole, se si tratta veramente di intenzione di fare la cosa, non di una vaga aspirazione, significa avere un piano che tiene conto delle risorse e delle difficoltà. […] è la capacità di riferire le condizioni presenti a risultati futuri e le conseguenze future alle condizioni presenti. E questi aspetti definiscono ciò che si intende per avere uno scopo o un proposito. (Dewey, 1961, p. 150).

Chi si occupa di formazione deve considerare (come sosteneva Braido nel 1954) che educare è orientare, promuovere l’autodeterminazione del soggetto, ovvero la capacità di darsi un obiettivo e sviluppare capacità strategiche per raggiungerlo.

Orientamento e valutazione: lo strumenti dei QSA

In questo orizzonte di senso, come la valutazione entra in relazione con lo sviluppo di competenze di auto-orientamento? Inserire l’orientamento all’interno dell’azione didattica e di una valutazione di tipo formativo significa mettere al centro le/gli studenti, tenendo conto della persona nella sua interezza: non solo degli obiettivi cognitivi, ma anche della dimensione affettiva, motivazionale e, in ultima analisi, orientante.

Utili strumenti di autovalutazione possono essere, ad esempio, i questionari di autovalutazione sulle strategie di apprendimento (QSA) ideati da Michele Pellerey. Il QSA è rivolto in particolare a studenti che sono all’inizio del percorso della scuola secondaria di II grado e/o della formazione professionale, ma nella sua versione ridotta può essere utilmente somministrato anche a studenti dell’ultimo anno di scuola secondaria di I grado.

È uno strumento autovalutativo che consente di riflettere sull’immagine di sé in relazione ad alcune competenze strategiche nello studio e nell’apprendimento. Le dimensioni dell’apprendimento che sono state prese in considerazione sono di tipo cognitivo e metacognitivo; affettivo-motivazionale. Ciascuna dimensione è articolata in 7 fattori, per un totale di 14 fattori che sono esplorati attraverso 100 item. Gli item descrivono uno stato d’animo, un modo di fare, un giudizio, e stimolano la/lo studente a riflettere sul modo in cui è abituato a studiare e sui problemi che incontra nel lavoro scolastico.

Il profilo finale che lo studente può visualizzare al termine della compilazione consente di cogliere come percepisce le proprie competenze strategiche nello studio e nell’apprendimento.

I QSA non sono strumenti diagnostici di tipo valutativo, ma hanno lo scopo di sollecitare un’attività di tipo riflessivo su dimensioni fondamentali, per avere maggiore consapevolezza di sé sia dal punto di vista cognitivo sia vocazionale. Sono, in un certo senso, strumenti di progettazione:

Le proposizioni di valore vere e proprie si danno ogni qualvolta le cose siano apprezzate riguardo alla loro convenienza ed utilità come mezzi, poiché tali proposizioni non vertono su cose od eventi occorsi o che già esistono […] ma riguardano cose che ancora devono esser poste in essere. 

Quel che si fa con l’oggetto, e non l’oggetto in sé, è il fine. L’obiettivo non è che una fase del fine attivo: continuare con successo l’attività […] Un fine che si sviluppa entro una attività come piano per la sua direzione è sempre tanto fine che mezzo […] Ogni mezzo è un fine temporaneo finché non l’abbiamo raggiunto. Ogni fine diventa un mezzo per continuare l’attività, appena esso è raggiunto. Lo chiamiamo fine quando traccia la direzione futura dell’attività nella quale siamo impegnati; mezzo, quando traccia la direzione attuale. Ogni separazione del fine dai mezzi diminuisce di tanto il significato dell’attività e tende a ridurla a un penoso servizio al quale ci si sottrarrebbe se si potesse. (Dewey, 1963, pp. 152-153) 

Lo scopo dell’orientamento, infine

Se scopo dell’educazione è l’orientamento, e scopo dell’orientamento è permettere agli individui di conoscersi più a fondo per avere piena consapevolezza di sé dal punto di vista cognitivo, autoregolativo, affettivo, motivazionale, al fine di una prosecuzione della formazione che duri tutta la vita (se non altro come possibilità), allora torna in mente, e diventa cruciale, la questione del contesto in cui una didattica e una valutazione autenticamente orientamenti possano svolgersi:

scopo dell’educazione è di permettere agli individui di continuare la loro educazione, ossia che l’obiettivo e la ricompensa dello studio è una continuata capacità di sviluppo. Ora questa idea non può essere applicata a tutti i membri di una società se non dove ci sono mutui rapporti fra uomo e uomo e si provvede adeguatamente alla ricostruzione delle abitudini e istituzioni sociali mediante ampi stimoli che sorgano da interessi ugualmente distribuiti. Questo significa società democratica. (Dewey, 1963, p. 147)

Una democrazia è tale se la scuola forma individui liberi e critici. Il senso critico, del resto, è funzionale al confronto, alla co-costruzione di futuri, alla cooperazione per il miglioramento della comunità. L’educazione è un tessuto di relazioni continue i cui nodi sono costituiti dallo sforzo di com-prendere, immaginare, immaginarsi.

Il futuro è un bene comune.


Bibliografia

P. Braido, Educare è orientare, in «Orientamenti Pedagogici», n. 1, Erikson, Trento 1954

Miur, Linee guida nazionali per l’orientamento permanente, 2014

Conferenza Stato Regioni, Accordo tra il Governo, le Regioni e gli Enti locali concernente la definizione del sistema nazionale sull’orientamento permanente, 2012

J. Dewey, Democrazia e educazione, trad. it. di E. Agnoletti, La Nuova Italia, Firenze 1963

 

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Valentina Patacchiola

insegnante di Lettere e formatrice, con particolare interesse per l’educazione alla lettura e alla scrittura in contesti democratici e inclusivi e attraverso la pratica della valutazione formativa, educativa.

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