
Deledda nelle nuove Indicazioni nazionali
Leggo nella versione definitiva delle Indicazioni nazionali dei Licei che Grazia Deledda è saldamente presente nel canone di autori e autrici suggeriti per l’insegnamento letterario al quinto anno, situata dopo Svevo e Pirandello, in rigoroso ordine cronologico:
Lo studio della storia letteraria e dei principali autori al quinto anno avverrà attraverso testi di accesso e attraverso percorsi tematici od organizzati per genere letterario. In tal modo, si potranno leggere brani delle opere più importanti di autori come Nievo, Verga, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Svevo, Pirandello, Deledda, Gozzano, Saba, Palazzeschi, Rebora, Ungaretti, Sbarbaro, Buzzati, Gadda, Montale, Tomasi di Lampedusa, Pavese, Moravia, Morante, Caproni, Sereni, Bassani, Ginzburg, Primo Levi, Sciascia, Fenoglio, Pasolini, Calvino, e/o di ogni altro autore o autrice di qualità – italiano o straniero – che, a giudizio dell’insegnante, possa destare l’interesse degli studenti.
Il testo continua specificando che non è obbligatorio leggerle tutte e tutti, né si deve pensare che l’insegnante debba attenersi esclusivamente a quest’elenco, che tuttavia, nonostante non sia prescrittivo, conserva un qualche valore.
Rispetto alle Indicazioni precedenti, in cui Deledda non era nominata, è un passo avanti non indifferente per la rivalutazione dell’autrice in ambito scolastico e, quindi, per la sua reintroduzione nei libri scolastici, nei quali non ha mai avuto un grande spazio.
Deledda sì, Deledda no, Deledda forse: da Russo al Petronio
A titolo di esempio, sfoglio il mio libro delle superiori, Italia letteraria di Giuseppe Petronio, (Palumbo 1984) e nel sommario non trovo traccia di Grazia Deledda. Dall’indice dei nomi verifico che l’autrice è citata una sola volta, in un capitolo dedicato al mercato letterario del Novecento, dove si illustra il caso di quello scrittore che, pur essendo colto, «non rompe con il gusto del pubblico medio, sempre in ritardo su quello delle élites culturali». In questo modo, lo scrittore «può conquistarsi un pubblico largo, il quale si ritrova nei suoi libri, anche se questi innovano con accorta cautela». È per l’appunto questo «il caso di Alfredo Panzini o di Grazia Deledda, assai letti, proprio perché in sintonia con un pubblico piccolo e medio-borghese, al quale danno ciò che quello chiede, anche se gli danno ogni volta qualcosa di più nuovo».
Il parere – severo, e tuttavia utile a capire i motivi dell’esclusione dell’autrice dal canone – non è così distante da quello espresso da Benedetto Croce nella Letteratura della nuova Italia (vol. VI, Laterza 1934), stavolta fondato su motivazioni di ordine estetico-antropologico:
La semplice verità è che la Deledda, con tutte le virtù che è giusto riconoscerle, non ha mai sofferto quello che può chiamarsi il dramma del poeta e dell’artista, che consiste in un certo modo energico e originale di sentire il mondo (per questo si parla del «loro mondo»), e nel travagliarsi a dargli forma di bellezza…
Questione di generazioni
Forte di una concezione dell’arte intesa come espressione individuale, frutto di un’intuizione che trova la propria forma in un’opera necessaria e irripetibile, Croce si discosta dall’opinione espressa un decennio prima da Luigi Russo, uno dei pochi critici che possono contendergli il potere di scegliere chi entra e chi esce dal canone letterario del suo tempo. Il merito reale di Grazia Deledda, secondo Russo, «consiste in questo, che essa da semplice narratrice improvvisa si è tramutata a poco a poco in una narratrice di arte e di riflessione», al punto che «ogni suo nuovo libro richiama la nostra rispettosa attenzione».

La sua arte, si legge ancora in I narratori (prima edizione 1924, qui si cita da quella di Principato del 1951), «è modernissima, pur nella ristrettezza e insularità delle sue esperienze». E poi, ancora: «nella Deledda noi vediamo precisamente l’austera erede e discepola, pur nella modestia delle sue forze femminili, degli insegnamenti dei Verga e dei Dostoevskij; e, per tal via, anche la sua arte provinciale è, a suo modo, arte europea».
L’espressione «pur nella modestia delle sue forze femminili» non attenua soltanto il paragone: definisce il modo stesso in cui Russo concepisce l’autorità artistica di Deledda. La sua grandezza è fuori discussione, ma è una grandezza che continua a essere pensata come femminile, cioè come diversa da quella dei suoi maestri.
Tuttavia, si può sminuire Deledda – un’autrice nata nel 1871, le cui opere più note risalgono al secondo decennio del Novecento, insignita del Premio Nobel per la Letteratura del 1926 – senza ricorrere alle categorie del provincialismo o della femminilità, ma semplicemente retrocedendola di una o due generazioni. Basta collocare la sua opera non tra gli eredi di Verga e Dostoevskij ma tra di loro, o anche prima se possibile, tra Verismo e Decadentismo, tra Luigi Gualdo (nato nel 1847) e Antonio Fogazzaro (nato nel 1842).
È la scelta che troviamo, per esempio, in La scrittura e l’interpretazione di Luperini, Cataldi e Marchiani (Palumbo 1997), il cui giudizio sull’autrice non si discosta da quello di Petronio per quel che riguarda il rapporto con il pubblico: «La scrittura nella Deledda è sempre istintiva, mai troppo controllata, e incline a venire incontro alle facili richieste del pubblico».
Che scrittrice istintiva!
Colpisce soprattutto un aggettivo: «istintiva». Non tanto perché sia ingiusto – la Deledda degli esordi fu spesso percepita come narratrice spontanea e immediata – quanto perché trasforma una fase della sua formazione in una qualità permanente. La scrittura è «sempre istintiva», «mai troppo controllata»: gli avverbi contano almeno quanto l’aggettivo. Scompare l’idea di un’evoluzione artistica, di una disciplina della forma, di una progressiva conquista della tecnica narrativa. È esattamente il contrario di ciò che Luigi Russo aveva individuato come il tratto distintivo della sua opera, quando parlava del passaggio «da semplice narratrice improvvisa» a «narratrice di arte e di riflessione».
Letta oggi, quella parola rivela anche un’altra storia. Come ha mostrato Johnny L. Bertolio (qui, o più di recente qui) ricostruendo le principali categorie con cui la critica italiana ha marginalizzato le autrici, uno dei meccanismi più persistenti consiste nel presentare la scrittura femminile come il prodotto di una disposizione naturale – spontaneità, sensibilità, confessione – piuttosto che di un lavoro sulla forma e sulla tradizione. Nel caso della Deledda, «istintiva» rischia così di funzionare non solo come giudizio stilistico, ma come categoria che naturalizza la sua scrittura e rende quasi invisibile il lungo processo di maturazione artistica che altri critici, a cominciare da Russo, avevano invece posto al centro della loro interpretazione.

Senza entrare nel merito dei giudizi critici, che nei manuali sono spesso espressi in modo apodittico, sono ancora molti i libri che collocano Deledda non dopo Svevo e Pirandello ma prima di Verga, come abbiamo appena visto, o subito dopo, tra gli epigoni. D’altronde, lo abbiamo già detto, sono pochi i libri che ne antologizzano almeno un brano, ed è prassi comune dimenticarsi perfino della sua esistenza.
Prendo ancora a caso dalla libreria una copia dell’edizione blu di Cuori intelligenti di Claudio Giunta (Dea Scuola 2016). Nel volume 3a, dal secondo Ottocento al primo Novecento, Deledda non è mai nominata, mentre il suo nome compare una sola volta nel volume successivo, all’interno di una linea del tempo: «1926: Grazia Deledda riceve il premio Nobel per la letteratura». Tutto qui. Una sola informazione, che merita tra l’altro una nota di commento: il Nobel del 1926 fu assegnato l’anno successivo e la cerimonia si svolse a Stoccolma il 10 dicembre 1927.
Da dove ricominciare a leggere Deledda

Torniamo dunque al punto di partenza e ammettiamo che, nel rispetto delle nuove Indicazioni nazionali dei Licei, un insegnante voglia provare a leggere Grazia Deledda, e voglia farlo dopo aver letto Svevo e Pirandello. Da dove si può cominciare? Esistono risorse didattiche adeguate allo scopo?
LE LEZIONI DI GRAZIA DELEDDAGrazia Deledda, diceva lo scrittore Federigo Tozzi nel 1916, è «una grande scrittrice, per la quale la critica non ha fatto il proprio dovere come il pubblico; almeno per ora». Sono passati più di cento anni e ancora la situazione non è cambiata. Rispetto agli altri autori del Novecento, Deledda rimane poco studiata e poco rappresentata nei libri scolastici, che quando ne parlano tendono comunque a collocarla tra gli autori del secolo precedente e non all’altezza di Luigi Pirandello e Italo Svevo. Leggere oggi criticamente la sua opera e conoscerne le vicende biografiche può essere utile a farsi un’idea già ricca e articolata della produzione letteraria dei primi decenni del Novecento, e può contribuire a incoraggiare uno studio della letteratura più variegato e ampio, che non si limiti a coloro che – quasi tutti maschi – sono stati ritenuti in passato i migliori o più rappresentativi da un mondo culturale e accademico prevalentemente composto da maschi e dominato da logiche che favorivano idee e modi di vivere e di pensare tipicamente tradizionali e perciò maschili. Al di là del piacere di leggere le sue opere, quindi, possiamo ricorrere agli scritti e alla vita di Grazia Deledda per ragionare sul modo in cui si perpetuano le disuguaglianze e le disparità di trattamento legate al genere anche attraverso la storia letteraria e le opere d’arte, o su come sia possibile migliorare la propria condizione sociale e contribuire al cambiamento culturale grazie alla scrittura e al lavoro intellettuale. Obiettivo
Ruolo
Destinatari
Il prodotto
Indicatori (da cosa si vede se il lavoro è ben fatto)
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