Che cosa accadrebbe ad Anna Karenina se arrivasse sui binari e scoprisse che i treni non passano più? È pressappoco la beffa che Rosa Matteucci prepara alla protagonista di Libera la Karenina che è in te, romanzo pubblicato da Adelphi nel 2003 e oggi quasi dimenticato. La donna ha inseguito per tutto il libro un amore capace di giustificare la propria infelicità, ha trasformato desiderio e umiliazione nei segni di un destino eccezionale, ha cercato insomma di diventare il personaggio di un grande romanzo. Quando finalmente la scenografia è pronta, manca però l’elemento essenziale. La ferrovia è dismessa.
In questa immagine c’è molto di Matteucci. La tragedia viene convocata con tutti gli onori e poi sabotata da un particolare materiale, quasi comico. Non perché il dolore sia meno vero, ma perché la vita possiede la pessima abitudine di non rispettare le forme letterarie che abbiamo scelto per interpretarla. La sua Karenina deve quindi affrontare una sorte forse più prosaica di quella tolstoiana: continuare a vivere.
Ventitré anni dopo, mentre Matteucci è tornata in libreria con Lotteria delle anime, vale la pena riaprire questo romanzo «degno ma sfortunato», come lo definisce oggi la stessa autrice. Non tanto per cercarvi profezie sulla vita sentimentale contemporanea, quanto perché il suo vero argomento sembra essere un altro: che cosa succede quando non ci limitiamo ad amare qualcuno, ma cominciamo a raccontarci il nostro amore? E quanto del sentimento appartiene all’altro, quanto invece ai modelli con cui abbiamo imparato a desiderarlo?
L’anestesista senza anestetico
La donna del titolo – non conosceremo mai il suo nome – è un’anestesista separata dal marito che trascorre le feste ad Asmara presso un amico italiano, «il ragazzo che aspettava qualcosa». Poi compare «il soldato», militare di un contingente di pace. È bello, fisicamente imponente, sicuro di sé quanto basta per esercitare sulla protagonista un’attrazione immediata; soprattutto, possiede quella combinazione di prossimità e indisponibilità che permette al desiderio di lavorare senza sosta. Si avvicina, si sottrae, concede, mortifica. Lei capisce benissimo con chi ha a che fare. Ed è proprio questo il punto: capire non serve.
Matteucci costruisce così una protagonista colta e professionalmente realizzata che osserva quasi lucidamente la propria catastrofe mentre vi collabora. La professione scelta per lei sembra una battuta particolarmente crudele: l’anestesista capace di sospendere il dolore degli altri non possiede alcun anestetico per sé. Ogni umiliazione dovrebbe convincerla ad andarsene e diventa invece materiale per continuare. Persino il rifiuto può essere reinterpretato come la prova di un sentimento troppo forte per essere ammesso. Il meccanismo è perfetto perché non può essere smentito: qualsiasi cosa faccia l’altro finisce per confermare la storia che si è deciso di raccontare.
Non è casuale che nessuno dei tre protagonisti abbia un nome. Matteucci, conversando con chi scrive, ha ricordato l’importanza che attribuisce normalmente ai nomi: «Credo che nomen omen: c’è un destino nel nome». In questo libro accade il contrario. Ci sono «la donna», «il soldato», «il ragazzo che aspettava qualcosa». Sembrano meno individui che parti da interpretare, come se il triangolo amoroso fosse una commedia già scritta che attende soltanto nuovi attori.
Un binario definito
Del resto Libera la Karenina che è in te nacque in modo anomalo rispetto agli altri libri dell’autrice. Matteucci aveva studiato con Daniele Luchetti la tecnica della sceneggiatura e scritto con lui un copione tratto da Bouvard et Pécuchet, poi venduto alla Cecchi Gori. Provò quindi ad applicare alla narrativa ciò che aveva imparato, facendo procedere il romanzo attraverso «un alternarsi di scene di taglio positivo a quelle negative». Le sembrava, ha raccontato, «come avere un binario definito». Per una scrittrice che dice di procedere normalmente senza un simile progetto, affidandosi alla scrittura finché questa non trova da sé ritmo e forma, era quasi un esperimento.
E il binario, curiosamente, era già nel destino del libro. Il titolo precedette la stesura e piacque molto a Roberto Calasso. Ma dietro Anna Karenina c’era un interesse ancora più preciso. Matteucci aveva confrontato il suicidio di Anna con quello di Emma Bovary, leggendo parallelamente Tolstoj e Flaubert per osservare come due scrittori potessero rappresentare stati d’animo analoghi servendosi di parole completamente diverse. La morte letteraria precede dunque la storia d’amore: prima viene il modello, poi la donna che finirà per cercare di abitarlo.
Si tribola insieme
Il problema di Karenina è proprio la forza dei modelli. All’inizio del romanzo Matteucci prende di mira quello più apparentemente innocuo: la felicità. A Natale regna un’«atmosfera deprimente di felicità ad ogni costo». Bisogna festeggiare, consumare, essere belli, sani, benestanti. Persino l’infelicità diventa allora una colpa sociale: non basta stare male, bisogna anche sapere che, stando male, si sta guastando la fotografia.
Lo stesso vale per la famiglia. Quando la protagonista esclama «Famiglie vi odio», l’eco di Gide sembrerebbe non lasciare dubbi. Matteucci precisa invece che «la famiglia, la stirpe e il sangue per me sono valori». Ciò che rifiuta è la famiglia «del Mulino Bianco», quella rappresentazione «smart, vincente, sana, benestante» che sostituisce il legame con la sua fotografia pubblicitaria. Alla famiglia ideale contrappone una definizione assai meno invitante: «La famiglia è un patto per cui si tribola insieme».
È una formula che dice molto della sua narrativa. Alter alterius onera portate: portate i pesi gli uni degli altri. Per Matteucci il legame non si misura dalla felicità che produce, ma dalla capacità di sostenere il peso dell’altro. Il soldato, invece, ama molto l’idea della famiglia: sogna persino di sposarsi in uniforme, ornato dalle medaglie conquistate nelle missioni. Mentre espone i propri valori, però, scaccia una mendicante che bussa al finestrino. Poche righe bastano a separare la proclamazione dalla pietas.
L’Amore nel regno della Quantità
La donna vede tutto questo e continua ad amarlo. Perché l’amore che ha immaginato deve essere più importante dell’uomo sul quale lo ha investito. A un certo punto si sente chiamata addirittura alla «riaffermazione dell’Amore nel regno della Quantità». «Era una martire», conclude la voce narrante, lasciando che eroismo e ridicolo convivano nella stessa frase.
Il riferimento è a René Guénon. Matteucci ha raccontato di avere letto Il regno della quantità e i segni dei tempi e poi «tutto quel che ho trovato» dell’autore francese. Guénon proveniva dalla biblioteca paterna, insieme a Gurdjieff, Blavatsky, Yogananda, Paracelso, Ermete Trismegisto, Mircea Eliade: libri incontrati prestissimo, prima ancora di poterli comprendere davvero. Ma in Karenina la categoria guénoniana subisce una metamorfosi comica. La protagonista vuole opporre la qualità del proprio Amore alla mediocrità quantitativa del mondo e finisce a fantasticare di cuori, pupazzetti e portachiavi. Crede di combattere la banalizzazione del sentimento servendosi precisamente dell’immaginario prodotto da quella banalizzazione.
È qui che Matteucci diventa particolarmente feroce e, nello stesso tempo, misericordiosa. Non deride una donna perché ama troppo; mostra quanto facilmente un sentimento autentico possa costruire intorno a sé una mitologia. La protagonista soffre davvero. È la spiegazione della propria sofferenza a diventare comica. Se soffro tanto, sembra pensare, ciò che provo dev’essere altrettanto grande. L’umiliazione smette così di costituire una ragione per sottrarsi e diventa la certificazione dell’eccezionalità del rapporto.
Il romanzo lavora continuamente per abbassare questa temperatura eroica. Al sublime oppone plum-cake, birra, sudore, zanzariere, polvere, bagni, corpi. È la materia a impedire ai personaggi di trasformarsi completamente nelle immagini che hanno di sé stessi. Il comico nasce proprio dall’attrito: l’essere umano aspira alla tragedia e il mondo gli ricorda di possedere un corpo.
Sopravvivere al romanzo
Forse è questa la ragione per cui Libera la Karenina che è in te merita di essere riletto oggi. Non perché nel 2003 Matteucci abbia previsto le applicazioni di incontri, il ghosting o il lessico terapeutico con cui oggi raccontiamo le relazioni. Tutto questo sarebbe accessorio. Ha invece raccontato qualcosa di più resistente: la facilità con cui smettiamo di vedere la persona che desideriamo per contemplare il personaggio che le abbiamo assegnato.
La donna crede di vivere dentro Tolstoj, ma Matteucci non le concede il treno. Ed è proprio questa mancata coincidenza fra letteratura e vita a salvarla, almeno materialmente, dalla parte che si era scelta. La tragedia richiede una coerenza che l’esistenza raramente possiede.
Riletto oggi, dopo Tutta mio padre, Costellazione familiare, Cartagloria e il recente Lotteria delle anime, il romanzo rivela inoltre una parentela con il resto dell’opera più forte di quanto apparisse alla sua uscita. Nei libri di Matteucci i rapporti non finiscono quando dovrebbero: qualcosa continua a essere portato, ricordato, sofferto, trasformato. In Lotteria delle anime sono perfino i morti a reclamare suffragi dai vivi. In Karenina è invece un amore a rifiutarsi di morire nonostante le ripetute smentite della realtà.
Ma qui Matteucci escogita una soluzione molto più terrena. Nessuna locomotiva arriva a consacrare l’amore infelice trasformandolo in destino. Sui binari resta una donna viva, privata persino della consolazione di assomigliare fino in fondo al proprio modello letterario. Deve fare ciò che Anna Karenina non fece: sopravvivere al romanzo che aveva costruito intorno a sé.
Ed è forse questa la più crudele, e insieme la più misericordiosa, delle trovate di Rosa Matteucci: quando la tragedia perde il treno, non resta che ricominciare a vivere.
[Si può ascoltare il romanzo, letto Sandra Toffalatti, per “Ad alta voce” di Radiotre: si ascolta qui.]