Negli anni Cinquanta la critica letteraria britannica ha spesso accostato Lucky Jim (1954) di Kingsley Amis a Look Back in Anger (1956) di John Osborne, collocandoli entrambi nel filone dei “giovani arrabbiati” (i cosiddetti “angry young men”). Il legame era rafforzato dalla somiglianza tra i nomi dei protagonisti – Jim Dixon e Jimmy Porter – ma le due opere sono profondamente diverse. Come osservava Mario Praz, il romanzo di Amis, pur riflettendo il malcontento del giovane di estrazione popolare entrato all’università grazie alle riforme del dopoguerra, rimane un libro brillante e spumeggiante, privo delle cupezze paranoiche del dramma di Osborne.
Jim Dixon è un outsider: grazie alle borse di studio è riuscito a laurearsi, ma continua a sentirsi vicino alle proprie origini operaie. Ha scelto la carriera universitaria più per necessità che per vocazione, e la sua posizione è fragile, legata al professor Welch, un docente di storia medievale che si diletta a organizzare noiosi raduni pseudoartistici con madrigali e musica da camera.
In questo ambiente Jim incontra Bertrand, il figlio del professore: un pittore presuntuoso, caricatura del conservatore di maniera, pronto a presentarsi come artista “missionario” e ossessionato dall’idea che i laburisti minaccino la sopravvivenza dei ricchi. Jim lo ridicolizza con un’ironia spiazzante, come quando ribalta il suo discorso elitario con un’immagine semplice e icastica: se qualcuno possiede dieci panini e un altro soltanto due, è ovvio che, nel ridistribuire, si chiederà un panino al primo, non al secondo.
Altro nodo narrativo è il rapporto con Margaret, docente nello stesso Dipartimento di Storia e segnata da un passato doloroso, fino al tentato suicidio dopo una delusione amorosa. Tra lei e Jim si instaura un rapporto ambiguo, fatto di attrazione e repulsione, che sfocia in episodi esasperati. Durante una festa, ad esempio, Jim flirta con Christine, la compagna di Bertrand, scatenando in Margaret una “crisi isterica”.
L’episodio, narrato da Amis con un tono grottesco, culmina in un intervento brutale ma paradossalmente risolutivo di Atkinson, il coinquilino di Jim, che placa la donna a schiaffi e whisky: un gesto assurdo, ma raccontato con tale secchezza da strappare quasi una risata. Dixon stesso riflette, con sorpresa, su quanto quella scena sembri ricalcare i modelli dei film e dei romanzi popolari, come se la cultura di massa avesse imposto perfino la “cura” dell’“isteria”:
Dixon si precipitò fuori e corse su per le scale. Il solo pensiero che gli si presentasse alla mente con una certa chiarezza era il constatare con una leggera sorpresa che il trattamento romanzesco o cinematografico dell’isteria che si vedeva nei film o si leggeva sui libri fosse basato con tanto rigore su quello che doveva evidentemente essere il trattamento giusto.
Il romanzo è soprattutto una satira del conformismo inglese del dopoguerra, un’epoca di “divertimenti prefabbricati”, in cui la paura più grande non è la morte, ma la noia. Emblematica, in questo senso, è la conferenza che Jim prepara sulla “Merrie England”, ovvero la “vecchia, buona Inghilterra”: un discorso che, tra caricatura e sarcasmo, mette alla berlina l’idealizzazione della comunità tradizionale e la retorica della difesa estetica contro i mali della modernità – dagli arredi economici all’architettura posticcia, dagli altoparlanti nei locali alla stampa scandalistica: «
Qual è infine, l’applicazione pratica di tutto questo? […] Io vi dico che qualcosa può essere fatto da ciascuno di noi stasera. Ciascuno può decidere di fare qualcosa, tutti i giorni, per opporsi a modelli industriali, arredamento e servizi da tavola brutti, architettura posticcia, altoparlanti nei locali, stampa scandalistica, best-seller, e per schierarsi a favore della comunità integrata […]. Cosí facendo metteremo una buona parola […] a favore del nostro retaggio comune – la Merrie England.
Amis non propone un nostalgico ritorno al passato, ma mostra le contraddizioni di una società in cui i privilegiati possono permettersi di “vivere d’arte”, mentre i giovani delle classi popolari si scontrano con le illusioni della mobilità sociale. In questo senso il romanzo anticipa questioni complesse come le difficoltà di adattamento dell’università di massa e la preparazione degli insegnanti. Osserva Beesley, collega di Jim,
Sai, Jim, il punto di vista del ministero è comprensibile: ‘Paghiamo perché John Smith si iscriva […] e dopo sette anni non avrà una laurea. State sprecando i nostri soldi’. Se ci fosse un esame d’ingresso, le immatricolazioni si dimezzerebbero […] Intanto chiedono duecento insegnanti: abbassiamo la soglia e li ottengono, ma poi si lamentano che le scuole sono piene di docenti che non supererebbero neppure la Maturità. È una situazione meravigliosa, no?
Jim ascolta queste considerazioni con la consapevolezza che il suo futuro rimane incerto: l’università non gli offre garanzie, e le alternative – insegnare a scuola o impiegarsi in un grigio ufficio londinese – gli appaiono entrambe poco allettanti. Lucky Jim racconta così, con leggerezza e ironia corrosiva, la stagnazione sociale dell’Inghilterra del dopoguerra, dando voce a un protagonista che non sogna rivoluzioni ma, con sarcasmo e insofferenza, smaschera le assurdità del mondo che lo circonda.
Kingsley Amis, Lucky Jim, trad. it. di Enrico Mozzachiodi, Neri Pozza, Vicenza 2023, pp. 314.