Isherwood, l’uomo solo davanti all’oceano della coscienza

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A più di sessant’anni dalla pubblicazione, “Un uomo solo” continua a parlare al presente. Nella solitudine di George, tra conformismo, minoranze e svalutazione del sapere, affiora anche la lunga familiarità di Christopher Isherwood con il Vedānta.
Un uomo solo di Christopher Isherwood, copertina volume Adelphi
Il volume nell’edizione Adelphi del 2008.

A Single Man di Christopher Isherwood è uscito nel 1964, e non smette di essere contemporaneo.

Quest’anno il Charleston Festival gli ha dedicato Goodbye to Berlin: Christopher Isherwood in His Own Words, uno spettacolo costruito sulle lettere, i diari, le memorie e i romanzi dello scrittore inglese, mentre in Gran Bretagna A Single Man è tornato in libreria nella collana dei Vintage Classics. Non si tratta soltanto dell’ennesimo omaggio a un autore ormai canonico. Un uomo solo (traduzione di Dario Villa, Adelphi, “Fabula”, 2009; “Gli Adelphi”, 2018) conserva una capacità insolita di parlare al presente: di identità e minoranze, di conformismo, della svalutazione del sapere e di una società nella quale l’individuo sembra progressivamente dissolversi.

Ma dietro tutto questo affiora anche qualcosa di meno evidente: la lunga frequentazione di Isherwood con il Vedānta, che consente forse di leggere sotto una luce diversa persino la solitudine del suo protagonista.

La coscienza come oceano

George, professore inglese di mezza età nella California degli anni Sessanta, vive un solo giorno. Nient’altro. Eppure in quel giorno Isherwood riesce a condensare l’inquietudine di un’epoca e, insieme, qualcosa di assai più antico. Per convenzione attribuiamo a George e agli altri un’entità individuale, scrive, ma potremmo considerare un’entità anche una piscina scavata nella roccia. Le acque della sua coscienza brulicano di ansie braccate, cupidigie, intuizioni abbaglianti, vecchie ostinazioni incrostate, segreti che brillano sul fondo. Le rocce tengono insieme quel piccolo mondo finché dura la bassa marea. Poi sopraggiunge l’alta marea e irrompono le acque di un altro oceano: «quella coscienza che non è nessuno in particolare, ma contiene tutti e tutto», passato, presente e futuro, estendendosi oltre le stelle più lontane.

Il Vedānta dietro il romanzo

Difficile, conoscendo la lunga frequentazione di Isherwood con il Vedānta e con Swami Prabhavananda, non avvertire dietro questa immagine l’eco di una concezione nella quale l’io individuale tende a perdere i propri confini entro una coscienza più vasta. Isherwood, che collaborò con Prabhavananda alla traduzione della Bhagavad Gita, conosceva bene l’idea vedantica dell’Ātman, il Sé profondo che trascende l’individualità empirica, e la meditazione come via per riconoscerlo.

Le creature della piscina, trascinate al largo e poi restituite alla riva, sembrano suggerire che le acque profonde non siano, in fondo, diverse da quelle della pozza: ciò che appare separato appartiene, a un livello più profondo, alla medesima realtà. George non medita, eppure la sua giornata sembra una lenta deriva verso quella soglia.

Anche il paesaggio che lo circonda è già un’elegia. Camphor Tree Lane, grigia e umida, con le palme immobili e gli oleandri grondanti, è quanto resta di un sogno degli anni Venti. Pionieri in fuga dallo squallore di Los Angeles e dallo snobismo di Pasadena vi avevano immaginato un villaggio inglese subtropicale, bohémien e tracotante, dove dipingere un po’, scrivere un po’ e bere parecchio. Si consideravano «individualisti di retroguardia», ultimo baluardo contro il Novecento. Poi arrivò il «Grande Cambiamento»: i veterani della Seconda guerra mondiale e le loro giovani spose sciamarono verso quelle terre in cerca di un luogo dove mettere su famiglia, e i villini impregnati di gin cedettero il passo a un’espansione che non conosceva né pietà né nostalgia.

A Single Man, di Christopher Isherwood, copertina della prima edizione inglese Methuen
A Single Man, di Christopher Isherwood, copertina della prima edizione inglese Methuen

Minoranza e conformismo

In aula George presiede alle discussioni su Huxley con la distaccata eleganza di chi ha già visto troppo. Quando Myron Hirsch, «quel rompiscatole indefesso di un goyim», domanda se Huxley sia antisemita, George risponde due volte: «No». Nessuno odia senza ragione, precisa; ma sugli ebrei è ormai impossibile discutere serenamente. Meglio prendere un’altra minoranza. Le persone con le lentiggini non sono considerate tali perché nessuno le avverte come una minaccia. Una minoranza, sostiene provocatoriamente George, diventa tale quando rappresenta agli occhi della maggioranza una minaccia, vera o presunta.

I liberal insistono che le minoranze sono persone come noi. Certamente, ribatte George; ma sono persone, non angeli, e dunque possiedono anch’esse difetti, rancori, interessi e modi di vedere che possono non piacerci. Meglio riconoscerlo che ricoprire ogni differenza con la «melassa pseudoprogressista». La persecuzione rimane sempre un errore; altra cosa, però, è dedurre dall’abiezione del persecutore la «purezza liliale» del perseguitato. Anche le minoranze possono odiarsi e competere fra loro, rivendicando ciascuna il primato delle proprie sofferenze. E l’odio subito, anziché purificare, può a sua volta generare odio.

Quando il sapere non rende

Nella mensa del college la tristezza diventa quasi fisica. George osserva volti ancora giovani sui quali è già impressa «l’espressione di una totale disfatta». Professori sottopagati, senza grandi prospettive, finiscono quasi per vergognarsi di non essersi fatti intermediari, promotori, uomini d’affari. «A cosa serve il sapere, se non rende?»: è la domanda che la società rivolge loro, e il peggio è che essi sembrano averla interiorizzata. George si chiede perché non li consoli il contatto quotidiano con studenti «ancora vivi per tre quarti», né la consapevolezza di esercitare una delle poche professioni non irrimediabilmente corrotte. Ma si sono autoemarginati scegliendo un sapere ormai screditato e adesso di quel sapere devono campare. Anche qui la distanza di sessant’anni si assottiglia fino quasi a scomparire.

Nel confronto tra America ed Europa affiora un’altra vena della sottile ironia isherwoodiana. Il modo di vivere americano è diventato un codice austero di comodità simboliche. Gli europei trovano gli americani disumani o immaturi perché hanno rinunciato al culto delle differenze individuali e a quello, quasi funebre, delle cose antiche: cattedrali, prime edizioni, vini d’annata. Gli americani dormono in camere simboliche, mangiano cibi simbolici, si divertono con simboli. Gli europei gridano allora: «È un popolo di zombie!». Ma Isherwood rovescia ironicamente il giudizio: e se quella che agli occhi del Vecchio Continente appare come una perdita di individualità fosse invece l’anticipazione, inquietante o liberatoria, di una civiltà futura? L’America potrebbe trovarsi non indietro, ma cinquecento o addirittura mille anni avanti. Nella sua anomia astorica, il Nuovo Mondo sarebbe cioè più avanti dell’Europa sulla via del distacco. Ed è difficile, anche qui, non scorgere in filigrana la familiarità dell’autore con le filosofie orientali.

Due modi di dissolvere l’io

Sotto il romanzo della solitudine e del lutto ne scorre dunque un altro: quello di un uomo che vede dissolversi il mondo intorno a sé e, nello stesso tempo, comincia a dubitare della consistenza dell’io che dovrebbe difenderlo. La critica sociale e la riflessione spirituale finiscono così per incontrarsi in un punto ambiguo e fecondo. Da una parte c’è un’America che produce individui sempre più intercambiabili, spogliandoli delle differenze; dall’altra una tradizione filosofica che invita invece a oltrepassare l’individualità per riconoscere un Sé più profondo. Sono due dissoluzioni dell’io apparentemente opposte: l’una subita, l’altra cercata; l’una è perdita, l’altra potrebbe essere liberazione.

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Giuseppe Balducci

Nato nel 1992, ha compiuto studi letterari. Consulente editoriale per vari editori, ha curato testi di Mario Praz, Pierre Loti, Marcel Proust e Henry de Montherlant

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