La religione dopo la perdita della fede. John Cowper Powys e l’esperienza estetica del sacro

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Powys elabora una via intermedia tra fondamentalismo e razionalismo, fondata sulla sensibilità estetica. Le forme religiose sopravvivono non come verità, ma come simboli carichi di storia e pathos. La tradizione diventa così un paesaggio da contemplare, non un sistema da difendere.
Hilma af Klint, Il cigno n 16, 1915. CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
Hilma af Klint, Il cigno n 16, 1915. CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Pubblicato nel 1925, The Religion of a Sceptic (in italiano La religione di uno scettico, traduzione di Franco Salvatorelli per Adelphi, «Biblioteca minima», 2010) è un saggio breve, intorno alle settanta pagine nell’edizione originale, eppure denso di una profondità che lo rende uno dei testi più rivelatori della sensibilità matura di John Cowper Powys. Figlio di un vicario anglicano, conferenziere instancabile negli Stati Uniti e autore di romanzi monumentali come Wolf Solent o A Glastonbury Romance, Powys scrive qui non da teologo né da filosofo sistematico, ma da scettico sensibile, da uomo colto che ha attraversato le crisi tipiche dell’epoca vittoriana ed edoardiana e ne è emerso con una visione insieme ironica, reverente e vitalista.

Una terza via tra fede e scetticismo

Il saggio si apre con una critica vivace e ironica alle controversie tra fondamentalisti e modernisti, che Powys considera entrambe noiose e prive di vera sensibilità estetica. «Si è di recente riaccesa, più aspra e maligna che mai, la vecchia controversia tra Fondamentalisti e Modernisti», osserva, cogliendo subito il tono polemico del dibattito. I fondamentalisti difendono rigidamente i dogmi come un «idolo tribale», incapaci di coglierne il valore umano profondo; i modernisti, al contrario, li reinterpretano con una teatralità che svuota la tradizione, trasformando le chiese in spazi ibridi tra i palchi di vaudeville o i centri di «culto psichico» alla moda. Ma ciò che davvero irrita Powys non è tanto la posizione di ciascuna parte, quanto la loro comune incapacità di percepire la dimensione estetica e immaginativa della religione.

È proprio contro questo impoverimento che si delinea la sua proposta: una terza via, abitata da una minoranza silenziosa di scettici pacifici e colti. Qui il saggio rivela il suo nucleo più originale: la religione, una volta perduta la fede letterale, può essere recuperata come esperienza estetica. Powys descrive il percorso tipico di molte persone sensibili in quattro fasi successive, che diventano quasi un modello autobiografico e generazionale.

La prima fase è quella della fede emotiva, infantile e istintiva, legata agli inni, alla liturgia, all’atmosfera delle chiese. La seconda è la fede metafisica, il tentativo razionale di aderire ai dogmi. La terza è la disillusione assoluta, il crollo provocato dalla scienza, dalla ragione e dall’esperienza del mondo. La quarta, infine, è la comprensione estetica: il ritorno maturo alla tradizione non per credere, ma per contemplarne la bellezza poetica e mitica.

La religione come esperienza estetica

Questa quarta fase è il cuore del saggio. Powys non propone di fingere la fede né di deridere la religione, ma di viverla come grande creazione dell’immaginazione umana. La bellezza di cui parla non è un ornamento superficiale, né la pura armonia formale cara agli esteti ottocenteschi. È una bellezza tragica, umana, che “si stacca” dal flusso ordinario dell’esistenza. In un passaggio memorabile, Powys evoca «quella bellezza più vasta e più rara, la bellezza che si distacca, contorno per contorno, colore per colore».

Questa bellezza emerge quando si contempla la tradizione cristiana con distacco scettico e al contempo con reverenza affettiva: non la si possiede dogmaticamente, la si lascia apparire. Powys illustra questo atteggiamento con un esempio concreto e vivido, tratto dalle sue esperienze americane. Immagina un visitatore scettico che entra prima in una chiesa tradizionale come Trinity Church a New York e poi in una più modernista come St. Mark’s.

Nella prima, può mettere da parte il sermone pedante e abbandonarsi alle parole antiche della liturgia; nella seconda, viene disturbato da elementi che sembrano appartenere più a un “Psychic Cult” contemporaneo che all’altare dove Jeremy Taylor o Bishop Ken avrebbero pregato. La dignità sobria delle forme antiche permette al visitatore di respirare «la fragranza dell’antica tradizione senza essere sollecitati ad attaccare, a difendere o a spiegare».

È un invito alla quiete contemplativa contro il chiasso ideologico. Il concetto di bellezza in Powys è profondamente legato alla tragicità dell’esistenza. Il cristianesimo, per lui, è «una sfida disperata dell’immaginazione a tutta l’uniformità di Causa ed Effetto in questo tragico mondo». Il racconto di Cristo diventa un promontorio poetico che si protende nell’ignoto, ricco di storia umana, di sofferenza e di sfida all’uniformità meccanica del reale. «Il cristianesimo deriso da Anatole France, il cristianesimo amato da Dostoevskij» – questa doppia eredità è centrale: ironia francese e compassione tragica russa convivono nello scettico powysiano. La bellezza non consola con illusioni facili, ma nobilita la sofferenza e amplia la coscienza.

Powys difende con passione il valore delle forme tradizionali – il Credo niceno, la Litania, il Servizio per i Morti, le collette anglicane – proprio perché conservano una «mesta musica sommessa dell’umanità», eco wordsworthiana che ricorre nel testo. Critica aspramente i modernisti che, con le loro reinterpretazioni psicologiche o etiche alla moda, distruggono questa poesia. Per lo scettico maturo, la teologia si trasforma in mitologia, la morale in casistica, la Redenzione in un adattamento di un determinato tipo di temperamento al «caotico guazzabuglio della vita». Ma questa trasformazione non impoverisce la religione: al contrario, le restituisce «un fascino nuovo e soave», l’incanto originario prima che i dogmi perdessero la loro poesia naturale nel laboratorio della speculazione teologica.

Un aspetto affascinante è il rapporto di Powys con il sacramentalismo. Le chiese romana, anglicana e greca hanno un vantaggio estetico perché fanno uso dell’idea sacramentale, che consacra i momenti basilari dell’esistenza: nascita, amore, procreazione, morte, cibo, fuoco, riparo. Anche i quaccheri, con il loro “Servire lo Spirito” che trasfigura il rumore del mondo in un silenzio abissale, trovano spazio nella sua simpatia per la loro qualità estetica peculiare. La religione, in ruolo di mitologia, agisce come «grande suggeritrice estetica della scena del mondo», intrecciando feste cristiane (Natale, Venerdì Santo, Pasqua) con il ciclo delle stagioni, rendendo poetico ciò che altrimenti svanirebbe.

Powys arriva a una conclusione audace: il Cristo della tradizione medievale, creazione anonima dell’immaginazione dei secoli, è più prezioso del Gesù storico. «Egli è l’opera d’arte suprema del genere umano». Intorno a questa figura si sono raccolte per quasi duemila anni le aspirazioni più struggenti del cuore umano. Lo scettico non ha bisogno che sia “vero” storicamente o metafisicamente; gli basta che sia bello, potente, consolatorio sul piano immaginativo. Questa posizione affranca lo scettico da ogni obbligo di giustificare o prendere posizione: può varcare la soglia di una chiesa antica e abbandonarsi alla sua atmosfera, senza avvertire alcuna frattura interiore.

Mito, simbolo e immaginazione

Per Powys, non si tratta di fingere la fede né di distruggerla, ma di trasformarla. In questo senso, invita a considerare come le grandi strutture simboliche della religione funzionino analogamente a punti di orientamento lungo il percorso umano. Le festività cristiane, ad esempio, non sono semplici ricorrenze liturgiche, ma «vaste grigie pietre miliari» poste lungo la strada che tutti percorriamo: possiamo ignorarle, possiamo attribuire loro significati diversi, ma la loro presenza conferisce forma e continuità al nostro cammino. Esse permettono di raccogliere i giorni dispersi in un disegno più ampio, come se, salendo su un’altura, potessimo finalmente osservare il paesaggio della nostra vita nella sua interezza.

Questo stesso principio si estende ai dogmi. Quando Powys critica i tentativi modernisti di “aggiornare” concetti come il Parto verginale o la Resurrezione, non lo fa per difenderne la verità letterale, ma per salvaguardarne la stratificazione simbolica. Modernizzare questi dogmi significa raschiare via, con uno «scalpello puritano», le incrostazioni di memoria collettiva che li hanno trasformati in qualcosa di infinitamente più ricco della loro origine. In essi si è depositata una lunga storia di emozioni, immagini, paure e speranze: una sorta di geroglifico naturale formato dal tempo, come le forme create da neve, brina e vapore su una superficie esposta agli elementi.

Ciò che ci commuove in queste tradizioni, suggerisce Powys, non è più uno stimolo morale né una verità metafisica, ma qualcosa di più profondo: un senso improvviso e quasi magico del pathos della vita umana. È il sentimento, difficile da nominare, di ciò che significa essere nati su questo «oscuro satellite di un’anonima stella». In questo passaggio emerge con forza la dimensione cosmica del suo pensiero: la religione non ci salva dal dolore, ma ci permette di percepirne la grandezza e la dignità.

Il concetto di bellezza in Powys è inseparabile da questa visione tragica. Il fascino della bellezza è sempre immaginativo, e proprio per questo le dottrine religiose che infrangono il determinismo naturale esercitano su di noi un’attrazione particolare. L’idea che esista una possibilità di sfuggire alla rigida concatenazione di causa ed effetto – a quel «due più due fa quattro» che governa il mondo scientifico – appare come un vago annuncio di «una via d’uscita», per quanto indefinita. La religione, in questa prospettiva, non è vera né falsa: è audace.

Questa audacia si colloca sullo sfondo di una visione cosmica vertiginosa. Sopra e sotto di noi si estende uno spazio illimitato; davanti e dietro, un tempo senza fine; dentro di noi, una coscienza che sembra girare eternamente su sé stessa. La scienza riduce tutto a forze invisibili, la matematica a entità logiche, ma la terra continua a esistere nella sua concretezza sensibile, e la luce e la tenebra scandiscono le nostre ore. È in questo scarto tra spiegazione e esperienza che si colloca lo scetticismo powysiano.

I metafisici trasformano i processi mentali in idoli astratti, i teologi costruiscono sistemi complessi su miti poetici, i sacerdoti conservano ciò che i profeti hanno solo intuito. E intanto l’uomo comune – figura centrale nel discorso di Powys – resta lì, davanti al mistero, scettico, ironico, paziente, silenzioso. Questo ritratto è tra i più riusciti del saggio: uno scetticismo non aggressivo, ma contemplativo, che rifiuta sia la credulità sia la demolizione.

Eppure, osserva Powys, una cosa è certa: l’universo materiale non esaurisce ciò che esiste. Dentro di noi percepiamo, da una sorta di «cittadella segreta», che la realtà potrebbe essere più ampia di quanto appare. Tuttavia, la possibilità di accedere a questi livelli più profondi rimane indecidibile. Qui il pensiero di Powys tocca una dimensione quasi mistica, pur rimanendo radicalmente non dogmatico.

Le forze che governano l’universo, suggerisce, potrebbero essere completamente indifferenti ai nostri desideri, così come noi lo siamo a quelli degli insetti. Di fronte a esse, l’uomo ha diritto all’ironia, alla ribellione, persino alla blasfemia. Non dobbiamo loro nulla: «non abbiamo chiesto noi di nascere», e il loro operare non merita più rispetto di quanto ne meriti la pioggia o il sole. Questa posizione, apparentemente nichilista, si rovescia però in una rivendicazione della libertà umana: liberati dall’obbligo di venerare, possiamo finalmente contemplare.

È in questo contesto che emerge una delle affermazioni più radicali del saggio: la nostra natura istintiva chiede mitologia, non teologia. Senza l’elemento mitopoietico della tradizione, la teologia diventa sterile, «morta come la scienza degli aztechi». La religione vive non quando viene spiegata, ma quando viene immaginata.

Una spiritualità senza dogmi

Questa immaginazione trova la sua espressione più alta nella figura di Cristo, che Powys considera «la suprema opera d’arte della razza umana». Qui si intrecciano le influenze di Dostoevskij e Anatole France: il Cristo amato dal primo e irriso dal secondo diventa, per lo scettico powysiano, un simbolo poetico di incomparabile potenza. Non importa se sia storicamente o metafisicamente “vero”: ciò che conta è la sua capacità di raccogliere le aspirazioni più profonde dell’umanità.

Un altro aspetto affascinante è il ruolo dei momenti epifanici nella vita quotidiana. Powys descrive quelle esperienze improvvise in cui il mondo appare sotto una luce nuova, come se stesse per rivelare un senso nascosto. Non sono momenti razionali né morali, e nemmeno riconducibili all’amore nel suo senso ordinario. Sono piuttosto segnali fugaci di qualcosa che supera le leggi naturali. Arrivano silenziosamente, senza lasciare tracce evidenti, e tuttavia sembrano depositarsi da qualche parte, come se esistesse una «lastra sensibile» universale su cui nulla viene perduto; giacché «nulla nell’universo perisce interamente».

Questo motivo conferisce al saggio una tonalità quasi metafisica, pur restando fedele al suo scetticismo. La religione, in questa prospettiva, non è un sistema di credenze, ma una forma di memoria collettiva, un archivio immaginativo delle esperienze più intense dell’umanità.

Lo stile di Powys è discorsivo, eloquente, spesso divagante, ma sempre sostenuto da una forte coerenza interna. Il tono è quello di un “outsider intelligente” che si rivolge a lettori affini, senza mai imporre una dottrina. In questo senso, il saggio si colloca accanto ad altre opere della sua fase più filosofica, come The Meaning of Culture o In Defence of Sensuality.

In un’epoca segnata da polarizzazioni ideologiche, Powys propone una via alternativa: non credere ciecamente, ma nemmeno deridere; non distruggere la tradizione, ma contemplarla come una delle più grandi creazioni poetiche dell’umanità. Difende la quiete, il mistero, la continuità storica contro il rumore del dibattito contemporaneo.

Certo, il saggio presenta anche limiti legati al suo tempo. Alcuni riferimenti possono apparire datati, e chi cerca rigore filosofico potrebbe trovarlo troppo impressionistico. Ma è proprio questa libertà stilistica a renderlo interessante. Powys non costruisce un sistema: offre una prospettiva, un atteggiamento, una forma di sensibilità. Non promette salvezza, ma offre qualcosa di forse più raro: un ampliamento della coscienza e un rifugio estetico nella tragicità dell’esistenza.

Screenshot

John Cowper Powys, La religione di uno scettico, trad. it. di Franco Salvatorelli, con un saggio introduttivo di Henry Miller e una nota di Ottavio Fatica, Adelphi, Milano 2010, pp. 83.

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Giuseppe Balducci

Nato nel 1992, ha compiuto studi letterari. Consulente editoriale per vari editori, ha curato testi di Mario Praz, Pierre Loti, Marcel Proust e Henry de Montherlant

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