Istruzione

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Parliamo pure di tutto, dunque, anche del Liceo di quattro anni. Ma facciamolo senza ipocrisie: la fretta di farlo partire un po’ ovunque, consentendone (ma con quali garanzie culturali?) la sperimentazione è motivata da ragioni di marketing (per le scuole private) e di “contabilità” (per le scuole pubbliche), e ciò lo dimostra la pochezza del dibattito che gli sta intorno.
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Il punto è che i criteri vanno cercati nelle finalità pedagogiche generali che si reputano urgenti. Altrimenti, si finisce per fare di un mezzo, il danaro, ciò che fissa l’orizzonte, ciò che determina il fine. Qual è, dunque, il criterio pedagogico per cui si taglia un anno alle superiori?
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Misure di sicurezza e esercitazioni non hanno solo lo scopo di salvaguardare l’incolumità di studenti e personale, ma anche di contribuire allo sviluppo di competenze di cittadinanza attiva: le stesse che erano in gioco domenica scorsa allo Juventus Stadium, le cui curve erano affollate di ragazzi e ragazzini, molti dei quali non hanno trovato di meglio da fare che imitare i peggiori comportamenti della tifoseria adulta.
Anche da noi attorno alle tesi di Prensky è nata una discussione vivace. Da una parte vi è l’entusiasmo degli innovatori, per i quali i cambiamenti sono urgenti e improcrastinabili; dall’altra vi sono le riserve di chi vede nella rivoluzione digitale una “bolla educativa” destinata a sgonfiarsi.
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Venditore Registri, registri nuovi; registri nuovi. Bisognano, professore, registri? 
Professore Registri per l’anno scolastico nuovo? 
Venditore Sì signore. 
Professore Credete che sarà felice quest'anno scolastico nuovo? 
Venditore Oh illustrissimo sì, certo.
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Il problema dei libri di testo e delle adozioni è diventato il fulcro di ogni decreto e di ogni legge sulla scuola approvata negli ultimi anni, nel nome di “verità” tutte da dimostrare, che pretendono però di imporsi con furore ideologico come “senso comune”. A vederli in sequenza, articoli, commi e modifiche relative, sembrano tutti ispirati dalla fissazione contro l’uso dei manuali nella scuola e la ragione stessa della loro esistenza.
Le mappe sono una delle star della (presunta) innovazione metodologica; troppo spesso sono considerate una panacea universale in grado di risolvere molti – se non tutti – i problemi dell’apprendimento. Sono lo strumento di mediazione didattica forse più noto a livello del senso comune e meno conosciuto nel merito.
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Forse avrei dovuto dirlo.
Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto prendere il microfono e raccontare di mio figlio F., quindici anni, seconda superiore. Di quando l'ho visto accendere il computer, sfogliare un ebook, tirare fuori dalla cartella un blocco e una matita e cominciare a scrivere.
Cosa serve per rendere veramente digitale un testo? Sia il libro sia la rete, l'uno immerso nella vertiginosa sconfinatezza dell'altra. Il primo (non necessariamente di carta) inteso come contenitore di informazioni ordinate sequenzialmente, più o meno rigido; la seconda elastica, potenzialmente illimitata, scomponibile e ricomponibile a piacimento.
Per uscire dall’attuale opinionismo selvaggio – particolarmente attivo sui social network - e dal crearsi di schieramenti che “tifano” a priori per l’impiego esclusivo o per il rifiuto preconcetto dei libri digitali a scuola,  possono essere utili due convegni, che si svolgeranno uno di seguito all’altro di qui a pochi giorni.

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