L’alunno come eroe dell’umanità, il potere della parola e della cura in classe. Parte 2: la parola che rivela e genera incontro

Tempo di lettura stimato: 4 minuti
Come si può passare dall’alienazione all’inclusione? Un articolo in cinque parti che pone in dialogo Vittorini con Jeremias e Hardwick: la dialettica tra “quiete della non speranza” e parola performativa mostra come la dignità nasca da una cura che trasforma la fragilità in risorsa. L’inclusione autentica è un atto fondativo della comunità, che riconoscendo l’altro lo restituisce alla sua identità di eroe del quotidiano. Parte seconda: la parola come gesto performativo: costruire identità attraverso il dialogo.

L’estetica dell’essenziale: la parola come epifania interiore

Vittorini rifugge la descrizione calligrafica del reale per inseguire la verità nuda dei suoi personaggi. Non gli occorre il dettaglio enciclopedico, egli «elegge piuttosto qualche secondarietà fisiognomica. […] Gli bastano pochi particolari d’aspetto e di comportamento, per rendere le sue figure […] di immediato e funzionale inserimento nel disegno narrativo»[1]. In questa economia di segni, è la parola a farsi carico del destino ed essa definisce, rivela e scolpisce l’autenticità.

L’incontro con il Gran Lombardo segna il confine tra il soliloquio sterile e l’apertura al mondo. Davanti a questo «tipo anche lui carrettiere […] ma autentico, aperto»[2], Silvestro abbandona il rimuginare asfittico dell’io per abbracciare una dimensione inedita, una conversazione che istituisce la realtà nell’atto stesso di pronunciarla. Qui risiede lo scarto decisivo dove la salvezza non giunge da una variazione dello scenario esterno, ma dalla possibilità di abitare il linguaggio, di dirsi e di ascoltare.

La parola creatrice: tra genetica del linguaggio e prassi relazionale

Il dialogo vittoriniano è un vero e proprio atto di fondazione dell’identità. In questa prospettiva, la parola assume una funzione generativa. Come osserva acutamente Guido Guglielmi, la scrittura, e dunque il linguaggio «muove le cose, le sposta sul scacchiera dell’essere, abolisce i richiami superflui, chiama e canta. È una scrittura nuova, intima e tesa all’oggettività, introversa e transitiva»[3].

Questa dinamica trasla perfettamente nel perimetro educativo. In classe, la parola dell’insegnante può restare un algido vettore di trasmissione o farsi incontro. C’è un abisso tra il comando “ripeti” e l’invito “raccontami cosa ne pensi”: il primo esige una performance meccanica, il secondo spalanca le porte dell’universo interiore dello studente. Quando la parola si fa inclusiva, smette di pesare il merito per misurare l’umanità, costruendo ponti lì dove l’indifferenza aveva innalzato muri.

L’eco primordiale della creazione risuona in ogni dialogo autentico: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Genesi 1,3). Senza scivolare in un’esegesi teologica, è impossibile non scorgere in Vittorini una corrispondenza antropologica universale. La parola è il fiat che mette in moto la vita, che produce passaggi interiori e rompe l’immobilismo del trauma o dell’apatia.

Il Gran Lombardo, in Conversazione in Sicilia, agisce come un catalizzatore che battezza Silvestro alla sua stessa dignità di uomo. Non è un passaggio istruttivo, ma puramente relazionale. Allo stesso modo, la parola di un docente agisce in modo performativo. Un semplice “vedo i tuoi progressi” non descrive solo una realtà preesistente, ma, seguendo l’intuizione di Guglielmi, la istituisce, facendo nascere nello studente la consapevolezza della propria forza.

La parola non si limita a dire lo studente, lo fa essere.

Meraviglia e consapevolezza: il cammino iniziatico dell’apprendere

Il percorso di Silvestro specchia il movimento sapienziale descritto nel Vangelo apocrifo di Tommaso: «Chi cerca, non smetta di cercare finché non avrà trovato. Quando avrà trovato, si turberà. Quando sarà turbato, si meraviglierà e regnerà su tutte le cose». È la parabola stessa dell’apprendimento autentico, la ricerca muove il primo passo, il turbamento (il dubbio, la crisi) scuote le certezze, la meraviglia illumina la scoperta e la consapevolezza conferisce la sovranità sul proprio destino.

La scuola inclusiva deve farsi custode di questo processo, legittimando il turbamento della difficoltà per condurre alla meraviglia del sapere. La classe diventa allora un’officina di conversazioni, dove la parola è un dono luminoso e mai un’imposizione che spegne la critica.

(continua)


Bibliografia

C. Toscani, Come leggere Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, Mursia, Milano 1975.

E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, Einaudi, Torino 1966.

G. Guglielmi, Storia della letteratura italiana. Novecento II, Garzanti, Milano 1987.

Note

[1] C. Toscani, Come leggere Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, Mursia, Milano 1975, p. 36.

[2] E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, Einaudi, Torino 1966, p. 22.

[3] G. Guglielmi, Storia della letteratura italiana – Novecento II, Garzanti, Milano 1987, p. 490.

Condividi:
Dalila Sabella

Dopo la Laurea Magistrale in Filologia, Linguistica e Tradizioni Letterarie (Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, 2018), ho intrapreso la carriera nell’insegnamento come docente di sostegno in una scuola secondaria di primo grado della provincia di Pescara. Successivamente ho insegnato lettere nelle scuole secondarie di primo e secondo grado della provincia di Ancona, maturando competenze didattiche in contesti eterogenei. Tornata in Abruzzo, ho superato le selezioni per il TFA sostegno per entrambi i gradi scolastici. Attualmente sto concludendo il corso di specializzazione TFA sostegno per la scuola secondaria di primo grado, affiancando allo studio il tirocinio formativo. Questa esperienza rappresenta per me una crescita sia professionale sia umana, orientata alla costruzione di una didattica sempre più inclusiva.

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it