Un vocabolario ibrido: struttura, metodo, finalità
Le Tre fontane non si configurano tuttavia come un dizionario in senso moderno: l’ordinamento è sì alfabetico, ma i criteri adottati non risultano sempre sistematici; i lemmi, talvolta, non corrispondono esattamente ai passi citati, e l’apparato è arricchito da osservazioni stilistiche e grammaticali che oltrepassano la semplice definizione.
Tuttavia, l’intento pedagogico è evidente: Liburnio intende offrire uno strumento utile «agli disianti di venire ad alcuna intelligenza e ragione della tosca loquela»[1]. Il testo vuole insegnare a scrivere correttamente in volgare, distinguendo tra usi poetici e prosastici, tra registri alti e medi, tra stile epistolare e lirico, secondo i precetti della retorica classica e della grammatica comparata.
Come osserva Paola Manni, si fatica a definire Le Tre fontane un vocabolario vero e proprio, per il suo valore più retorico-grammaticale che lessicografico[2]. Ma proprio questa natura ibrida, tra lessico e stilistica, tra grammatica e letteratura, ne fa un documento prezioso per la storia della lingua italiana.
«Il repertorio lessicografico de Le Tre fontane è diviso in tre parti, in modo da separare il lessico di Dante, di Petrarca e di Boccaccio»[3]. Ogni sezione contiene un elenco alfabetico delle parole polite et limate usate da ciascun autore, con relative occorrenze e riflessioni grammaticali.
Questa divisione non è puramente formale. Liburnio attribuisce ai tre autori funzioni e modelli distinti: Dante è il maestro della lingua mista, profonda e dotta; Petrarca incarna la poesia amorosa, soave e regolare; Boccaccio è il campione della prosa narrativa e civile. Le Tre fontane, insomma, sono anche tre specchi stilistici: da ciascuna sgorga una lingua diversa, ma ugualmente nobile.
Un testo vissuto: collazione e ricezione materiale
Un merito indiscutibile di questo lavoro è la collazione di diversi esemplari superstiti della princeps del 1526. Infatti lo studio della fortuna editoriale de Le Tre fontane di Niccolò Liburnio non può prescindere da un’accurata collazione degli esemplari superstiti dell’edizione princeps. La collazione, in senso tecnico, è un metodo che affonda le sue radici già in epoca umanistica, e che consiste nel confronto diretto tra più esemplari della stessa edizione allo scopo di rilevare varianti, errori di stampa, postille o tracce d’uso.
A fare da riferimento è il modello illustrato da Conor Fahy, secondo cui la collazione implica una riproduzione integrale, spesso fotografica o digitale, di un esemplare-base, da confrontare parola per parola con altri testimoni[4]. A questo si aggiunge l’analisi delle eventuali postille, lacune, interventi marginali e altri fenomeni paratestuali. La finalità non è solo filologica, ma anche storico-editoriale: la presenza o assenza di varianti, così come le note manoscritte, aiutano a ricostruire la ricezione dell’opera, la sua funzione d’uso e persino il profilo dei suoi lettori.
Secondo l’approccio di Fredson Bowers, inoltre, la nozione di esemplare ideale è spesso una finzione critica: nelle edizioni del Cinquecento, raramente esiste una copia che rappresenti pienamente l’intento finale del tipografo. Al contrario, le edizioni antiche si presentano spesso in uno stato mutevole e polimorfo[5].
Il censimento effettuato tramite ICCU e le indagini di ricerca testuale hanno restituito un panorama ricco ma disperso: oltre cinquanta biblioteche conservano almeno un esemplare de Le Tre fontane, a testimonianza di una diffusione discreta ma capillare. Tra le sedi più significative per la presente indagine si segnalano:
- Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (4 esemplari, di cui due con postille);
- Biblioteca dell’Accademia della Crusca, Firenze (1 esemplare);
- Bibliothèque municipale de Lyon (1 esemplare);
- Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli (2 esemplari).
La lista completa delle biblioteche, che comprende istituzioni da Casale Monferrato a Treviso, da Londra a Rovereto, conferma un interesse soprattutto accademico e specialistico, con forte concentrazione in ambienti umanistici e religiosi, coerenti con il profilo del suo autore.
Dalla collazione dei testi consultati emerge un dato sorprendente: la quasi totale assenza di varianti tipografiche. Gli esemplari conservati a Napoli, Lione e Firenze presentano un testo stabile, privo di difformità significative. Tale omogeneità testimonia un buon controllo tipografico da parte della stamperia manuziana.
Diverso il caso dei quattro esemplari romani, dove non si registrano varianti di stampa, ma si osserva un intenso dialogo tra testo e lettore, testimoniato da postille manoscritte, sottolineature e note marginali.
Nel primo esemplare romano, le postille sono presenti in almeno sei carte: 4r, 33v, 4v, 5r, 64v, 70r. Si tratta di:
- Sottolineature di singole voci o frasi: segno di attenzione grammaticale o stilistica;
- Glosse esplicative e segni grafici: in alcuni casi si ipotizza l’intervento di un lettore grammatico o insegnante;
- Annotazioni in margine che integrano l’esempio o confrontano passi da Boccaccio.
Nel secondo esemplare romano, oltre alla mancanza del frontespizio, si trova a carta 6v una nota manoscritta di grande interesse: essa riporta le date e i luoghi di pubblicazione delle due principali opere grammaticali di Liburnio (Le Vulgari elegantie, 1521 e Le Tre fontane, 1526). Vi si legge anche il titolo di un’opera di Boccaccio (non specificato), successivamente tradotta e pubblicata postuma nel 1598, ulteriore prova che l’opera fu oggetto di lettura e studio anche dopo la morte dell’autore.
Un dato curioso emerso dalla collazione riguarda l’oscillazione del nome di Liburnio nelle edizioni coeve: si alternano infatti le forme Niccolò, Nicolao, e persino Niccolò Lìburnio, segno di una non sistematizzazione tipografica del nome d’autore. Questa fluttuazione, inusuale per i canoni dell’autore moderno, suggerisce una percezione ancora in via di canonizzazione dell’opera e del suo autore, in un’epoca in cui la distinzione tra funzione autoriale e funzione editoriale era ancora sfumata.
Alla luce dei risultati della collazione, si può concludere che Le Tre fontane non fu concepita come un’opera chiusa e museale, ma come uno strumento vivo, destinato a un pubblico di grammatici, cortigiani, studenti e umanisti. L’assenza di successive ristampe, unita alla presenza di postille e glosse, fa pensare a un testo di uso, più che di prestigio.
La lezione di Liburnio oggi: una lingua inclusiva e operativa
È importante sottolineare che Liburnio non fu un fanatico del volgare. La sua produzione è bilingue: accanto alle opere in italiano (sonetti, madrigali, grammatiche), troviamo elegie e carmi in latino, segno di una piena adesione alla cultura umanistica. Tuttavia, a differenza di molti suoi contemporanei, egli considera il volgare non una lingua inferiore, ma uno strumento degno di essere educato, raffinato, nobilitato.
Nel Proemio del terzo libro delle Vulgari elegantie, Liburnio afferma con schiettezza che lo studio della lingua volgare non è per lui una necessità, ma un piacere: «Dopo qualche mio studio collocato in cognitione di poeti et oratori latini […] il rimbombante suono dell’alte littioni di messer Dante et gli accenti dolci di messer Francesco Petrarca non puoco mi dilettarono»[6].
L’uso del termine dilettarono rivela l’approccio estetico e spirituale di Liburnio: egli si accosta alla lingua volgare con lo stesso rispetto che riserva al latino, cercando in entrambe la bellezza, l’armonia, la precisione espressiva.
In un contesto dominato dalla norma bembiana e dalle prime forme di codificazione linguistica accademica, Liburnio rappresenta una figura alternativa. Non per ideologia, ma per metodo. La sua proposta è fondata sull’esperienza, sull’osservazione diretta dei parlanti, sull’ascolto delle corti e delle strade. Egli non parte da un’idea astratta di lingua, ma dalla lingua concreta degli uomini del suo tempo.
Per questo Liburnio, oltre a essere un difensore di Dante, può essere considerato un umanista della lingua: un intellettuale che cerca nei testi le radici di un’etica del parlare e dello scrivere, e nei suoni della strada il futuro possibile di una lingua comune.
Conclusioni
L’opera di Niccolò Liburnio restituisce con chiarezza una concezione della lingua come organismo vivo, plurale e dinamico, in aperto contrasto con ogni forma di irrigidimento normativo. La sua riflessione linguistica si sviluppa attraverso un’intensa attività grammaticale, filologica e pedagogica, che intreccia teoria e prassi, rigore e sperimentazione.
Nel progetto de Le Tre fontane, la codificazione grammaticale si affianca a un approccio empirico, attento alla varietà degli usi e alle esigenze comunicative del tempo. La selezione di modelli esemplari, Dante, Petrarca e Boccaccio, non risponde a un’ideologia purista, ma alla volontà di restituire la complessità della tradizione volgare, con una grammatica accessibile e al tempo stesso colta.
La difesa della lingua dantesca, articolata tanto sul piano teorico quanto su quello etico e civile, rappresenta una sfida consapevole alle autorità linguistiche dell’epoca. Liburnio riconosce nella lingua mista della Commedia non un difetto, ma una forza: espressione di un’arte poetica che si nutre della varietas, della stratificazione e dell’energia creativa del volgare. Il suo Dante non è solo un modello stilistico, ma una guida morale, un maestro di vita, un testimone di verità.
Anche l’attenzione per il lessico e per la ricezione concreta dei testi dimostra una precoce sensibilità filologica: la lingua non è mai intesa come insieme astratto di regole, ma come pratica storica, come veicolo di sapere e strumento di formazione. In questa prospettiva si colloca anche il lavoro sulla trasmissione materiale dell’opera, che rivela una ricezione editoriale stratificata e non priva di varianti, come mostrato dall’analisi degli esemplari pervenuti. La collazione ha restituito un testo coerente ma non statico, in cui lievi ma significative differenze testimoniano l’interesse, la circolazione e gli usi concreti che l’opera ha conosciuto nel corso del tempo.
Liburnio si muove tra corti, grammatiche e testi, animato da un intento profondamente umanistico: rendere il volgare degno di trasmettere conoscenza, spiritualità e cultura, senza rinunciare alla varietà e alla vitalità dell’uso. La sua lezione è, ancora oggi, un invito a pensare la lingua come spazio aperto al dialogo, alla storia e alla trasformazione.
Bibliografia
C. Fahy, Saggi di bibliografia testuale, Antenore, Padova 1988
C. Marazzini, L’ordine delle parole. Storie di vocabolari italiani, Il Mulino, Bologna 2009
F. Bowers, Bibliography and Textual Criticism, Oxford University Press, Oxford 1964
N. Liburnio, Le Tre fontane, Aldo Manuzio, Venezia 1526
N. Liburnio, Le Vulgari elegantie, Aldo Manuzio, Venezia 1521
Manni, Note sull’idea di lessico nei primi vocabolari italiani, in «Studi linguistici italiani», XVII 1991
Note
[1] N. Liburnio, Le Tre fontane, Aldo Manuzio, Venezia 1526, c. 2r
[2] P. Manni, Note sull’idea di lessico nei primi vocabolari italiani, in «Studi linguistici italiani», XVII 1991, p. 70
[3] C. Marazzini, L’ordine delle parole. Storie di vocabolari italiani, il Mulino, Bologna 2009, p. 61
[4] C. Fahy, Saggi di bibliografia testuale, Antenore, Padova 1988, p. 105
[5] F. Bowers, Bibliography and Textual Criticism, Oxford University Press, Oxford 1964, pp. 27 e 58
[6] N. Liburnio, Le Vulgari elegantie, Aldo Manuzio, Venezia 1521, c. 47v