
Proprio sul porto di Naxos Town (la Chora) sorge la cosiddetta Portara, e cioè la porta marmorea di un tempio dedicato ad Apollo, iniziato intorno al 530 a.C. e mai portato a termine dal tiranno locale Ligdami, travolto dalle vicende belliche e politiche che si conclusero con la sua detronizzazione nel 524 a.C.
Questo monumento «non finito» ma di grandissima visibilità è così diventato nel tempo il simbolo stesso dell’isola, sulla cui lunga storia, che ha visto coinvolti Greci, Romani, Bizantini, Turchi, Veneziani etc., già ho scritto su «La ricerca» in Naxos, un’isola tra mito e storia.
Ma soprattutto, dal punto di vista religioso, la Portara rappresenta l’ennesimo documento del culto di Apollo nell’area cicladica; anche su questo aspetto, però, mi sono già soffermato a proposito del tempio di Despotikò (di fronte ad Antiparos), ricordando l’influsso esercitato in area egea dal santuario di Delo, isola natale di Apollo e Artemide, che alla dimensione religiosa associava l’importante ruolo politico di conservazione del tesoro della Lega Delio-attica capeggiata da Atene.
Quello che vorrei ora proporre è invece una riflessione su altri culti praticati in antico sull’isola, che hanno lasciato testimonianze archeologiche suggestive e significative, anche se non imponenti. Infatti, se Apollo, divinità solare, è quasi un testimonial della splendida luce che irradia Naxos, non meno connessi alla natura del luogo sono altri due dèi.
Si tratta di Demetra, divinità agricola, simbolo della prosperità di un’isola assai più ricca di prodotti della terra rispetto alle sue «sorelle» vicine, e Dioniso, che non è solo l’emblema delle vigne locali, ma è anche il dio che proprio qui trova Arianna abbandonata da Teseo e ne fa sua sposa: non sbaglieremmo, insomma, nel considerare proprio Dioniso il nume tutelare di Naxos.
Dioniso, Marco Antonio e Ottaviano Augusto

Questo nostro breve viaggio comincia proprio dal santuario di quest’ultimo, ubicato non lontano dalla capitale in località Yria, in quella che oggi è un’area archeologica tranquilla, ben tenuta, ravvivata da ulivi e, ovviamente, da qualche piccola pianta di vite.
A dispetto della relativa esiguità dei reperti visibili e del fatto che gli scavi sono recentissimi (iniziati solo negli anni Ottanta del Novecento), si tratta di una zona dalla tradizione cultuale complessa, lunghissima, che principia dall’età micenea (XIII secolo) e si snoda nei secoli assecondando le pieghe della storia.

Gli archeologi vi hanno trovato tracce sovrapposte di ben quattro templi, il maggiore dei quali eretto nella prima metà del VI secolo a.C. in stile ionico, che doveva conservare nella cella una grande statua del dio. Poi distruzioni, smottamenti, spoliazioni, finché Marco Antonio, divenuto fino alla battaglia di Azio (31 a.C.) signore dell’Oriente romano, lo fece ricostruire e collocò al suo interno una propria statua.
E ciò non ci stupisce, perché il triumviro non solo si riteneva protetto da Dioniso (come il suo competitor Ottaviano Augusto diceva di esserlo da Apollo), ma affermava di esserne una sorta di epifania terrena, e pertanto pretendeva per sé onori divini.

Ma nemmeno Ottaviano era insensibile al culto della personalità, e i Nassi lo sapevano bene: così, dopo il trionfo augusteo di Azio, la statua di Antonio fu decapitata e modificata con l’aggiunta di quella di Ottaviano, e l’iscrizione greca dedicatoria fu parimenti erasa e corretta col nome del nuovo padrone del mondo romano.
Oggi la statua, acefala, è conservata al Museo Archeologico di Naxos, mentre l’iscrizione è visibile nel piccolo antiquarium di Yria annesso agli scavi.

Con il successivo avvento del cristianesimo e la proibizione dei culti pagani derivante dall’editto di Teodosio (380 d.C.), il tempio di Dioniso divenne una basilica cristiana a tre navate (forse nel V o VI secolo d.C.), abbandonata però dopo il XII secolo in seguito a frequenti inondazioni; fu allora che il marmo del tempio fu reimpiegato in abbondanza per costruire, in un luogo sicuro nelle vicinanze, l’attuale chiesa di Agios Georgios.
Il tempio di Demetra: marmo pregiato e vasti panorami

Su una piccola e assai panoramica altura che si erge nella pianura, nella località di Gyroulas, a sud del villaggio di Sangri, nel secondo Dopoguerra è stato localizzato e poi scavato il tempio cosiddetto di Demetra.
Si tratta di un edificio in stile ionico, quasi quadrato, con un pronao, due porte, una cella trasversale e cinque colonne per la facciata e la cella, la cui origine è databile tra il 540 e il 520 a.C.: ovviamente rappresenta un tassello dell’ambizioso programma edilizio del tiranno Ligdami, che volle monumentalizzare l’isola come manifestazione plastica del prestigio politico e militare che questa aveva raggiunto con il suo governo. Anche in questo egli fu emulo dell’ateniese Pisistrato, il suo principale sponsor nello scacchiere geo-politico della Grecia del tempo.

Il vero protagonista del monumento in questione sembra essere il marmo, poiché marmoree non erano solo le colonne o le decorazioni, ma perfino le tegole del tetto: d’altronde a Naxos, come pure nella vicina Paros, il marmo pregiato non manca. La raffinatezza dell’edificio era ulteriormente accentuata dal fatto che le pareti del pronao fossero intonacate e dipinte, nonché da curvature e correzioni ottiche simili a quelle del Partenone, ma qui presenti un secolo prima.

Gli archeologi pensano che Demetra fosse la «titolare» principale del culto, insieme, come al solito, a Persefone-Kore: infatti i prodotti agricoli tutelati dalla madre sono soggetti a quell’alternanza stagionale della quale è la figlia ad essere garante. La persistenza plurisecolare della frequentazione del santuario lascia però supporre che possa essere stato associato alle due anche l’onnipresente Apollo; ciò non è affatto strano nel politeismo antico, così come non è strana la successiva trasformazione, come è avvenuto anche per il tempio di Dioniso, del santuario in basilica paleocristiana (il che è oggi molto evidente), cui fu nel tempo annesso un complesso monastico. Di questa composita struttura doveva far parte anche la chiesetta dedicata a San Giovanni Teologo, oggi spostata per consentire gli scavi.

Consiglio vivamente a chi si trovasse a Naxos una visita a queste antiche vestigia, e ribadisco che la loro ubicazione, soprattutto quella del tempio di Demetra, è davvero suggestiva; infatti dalla posizione sopraelevata degli scavi di Gyroulas-Sangri è possibile scorgere buona parte dell’isola. Lontano dalle spiagge affollate della stagione estiva, circondati da antiche pietre che mescolano classicità e cristianità, in presenza di qualche albero secolare, sferzati dal meltemi (che qui d’estate soffia sempre, più o meno violentemente), si può davvero giocare con la fantasia, come ha fatto anche chi scrive.
Una fantasia… botanica: mirto e uva
Infatti, non molto lontano dal tempio di Demetra, il mio occhio è caduto su un particolare botanico che mi ha fatto riflettere: un cespuglio di mirto selvatico intrecciato a una pianticella, altrettanto inselvatichita, di uva. La deformazione professionale mi ha fatto subito pensare al valore mitico-simbolico di queste piante, sacra ad Afrodite-Venere la prima e a Dioniso-Bacco la seconda, ma per analogia anche al fregio dell’Ara Pacis di Roma, nel quale l’acanto, sacro ad Apollo, nume di Ottaviano come già si è detto, sembra stritolare i piccoli grappoli d’uva allusivi allo sconfitto Antonio e al suo perdente dionisismo, secondo la brillante intuizione dello studioso Gilles Sauron (G. Sauron, Augusto e Virgilio. La rivoluzione artistica dell’Occidente e l’Ara Pacis, Jaca Book, Milano 2013).

Mi piace credere, però, che queste moderne piantine non stiano stritolandosi, ma in qualche modo si supportino a vicenda, strette in un amoroso abbraccio; e dunque ho ripensato al divino matrimonio di Dioniso con Arianna, ovviamente «benedetto» da Afrodite, che peraltro non è solo la dea dell’amore. Infatti, come ho appreso dalla lettura di un bel libro di Giorgio Ieranò (G. Ieranò, Il mare d’amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica, Laterza, Roma-Bari 2019), da me qui recensito, la dea, nata dalla spuma del mare, era anche invocata dai marinai con l’appellativo di Pontìa («Marina») o Èuploia («Che favorisce la navigazione»), perché placasse le acque in tempesta. E il mare da queste parti è spesso agitato…
Tra Zeus, Poseidone ed Eolo
Insomma, è come se questa immagine mi avesse ricordato, se mai ce ne fosse bisogno, la complessità del politeismo antico e la peculiare rilevanza mitica dell’isola della quale stiamo parlando, la quale conserva anche, sul monte Zas, alto più di mille metri, una caverna che si dice sia stato uno dei luoghi dove è stato allevato nientemeno che Zeus, il padre degli dèi. Mi riprometto di andarci anch’io prima o poi, ma di farlo nella stagione primaverile, certo più adatta a questa escursione di quanto non sia la canicola agostana; e poi, per scelta, io faccio sempre così: quando vado in un’isola greca (credo di averne visitate ormai una quarantina) lascio sempre qualcosa di «non visto», per avere una buona occasione per tornarci.
Nel caso di Naxos, poi, non ricordo davvero quante volte ci sono stato anche solo per uno o due giorni, poiché l’isola è uno snodo marittimo di primaria importanza per raggiungere scali meno battuti; quest’anno, tra l’altro, nonostante il parco navi greco si sia molto rinnovato e non ci siano più i vecchi e ripetuti disguidi marittimi, Naxos mi ha ricordato più del solito l’esistenza nel pantheon antico anche di Poseidone e di suo figlio Eolo, poiché la nave che aspettavo è stata per ore bloccata in un porto vicino per il mare in burrasca a causa del vento teso.
La differenza con il passato è che sono stato avvisato dalla compagnia con un SMS, e dunque ho trascorso l’attesa non, come ai tempi della mia giovinezza, sul molo in cerca di improbabili notizie dalla Guardia Costiera (il «mitico» Limenikò Sòma), ma seduto in una taverna davanti a una frittura di pesce e un bicchiere di retsina. E se i calamari sono stati fritti in olio dopo un abbondante tuffo nella farina, prodotta dal grano sacro a Demetra, il vino mi è stato, ovviamente, versato con la benevola approvazione di Dioniso; ancora una volta, dunque, questi due dèi hanno svolto la funzione di amichevoli accompagnatori del mio soggiorno sull’isola!
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