
Francesco Guccini (1940-2026), per chi ha la mia età, non era solo un cantautore. Era un’icona della propria adolescenza e giovinezza; era – al pari di Fabrizio De André e Francesco De Gregori – la colonna sonora di un’epoca fatta di inquietudini, proteste, sogni, malinconie e molto altro ancora.
Le sue canzoni come finestra sul mondo
Eravamo – per citare La locomotiva (1972) – di sicuro giovani, forse belli (certo più di ora…), probabilmente non eroi, anche se un po’ credevamo di esserlo, e i testi delle sue canzoni erano per noi anche una sorta di enciclopedica finestra su un mondo che ci si apriva davanti e che volevamo conoscere e cambiare.
Cito solo il Roland Barthes menzionato in Via Paolo Fabbri 43 (1976), che allora non sapevo ancora fosse il “padre” della semiologia, ma che – quando mi capitò di doverlo leggere – non riuscivo mai a slegare davvero da quel verso gucciniano.
Aveva ragione, allora, Umberto Eco – che di Guccini fu amico e sodale – a considerarlo il più colto dei cantautori italiani? Non so se fosse davvero «il più colto»: certamente era un intellettuale genuino quanto raffinato, come dimostrano non solo la potenza emotiva, la profondità concettuale e la qualità retorico-stilistica dei suoi testi, ma anche i numerosi libri che ha pubblicato nel corso della sua vita.
Un incontro casuale a Cremona
Chi scrive non ha conosciuto personalmente Guccini, pur avendolo visto alcune volte ai suoi concerti; c’è però un aneddoto personale che mi piace ricordare, perché lo incontrai casualmente a Cremona nel 1998 mentre eravamo entrambi intenti a visitare la mostra archeologica Tesori della Postumia.
Mi stupirono la sua altezza, la sua imponenza, ma anche l’attenzione e la cura con la quale osservava ogni reperto esposto; tale suo atteggiamento (oltre che una naturale discrezione, mia e in parte credo anche sua) mi trattenne dall’andare a salutarlo e dirgli che ero cresciuto con le sue canzoni etc.
Penso di avere fatto, allora, la cosa giusta, perché anche i personaggi pubblici hanno diritto a essere lasciati in pace; però, a distanza di tanti anni, un po’ mi dispiace di non avergli parlato: comunque gli avrei senz’altro detto che Asia (1971) e La canzone della bambina portoghese (1972) erano e sono le sue canzoni da me preferite. E che ogni tanto mi ritrovo ancora a canticchiarle da solo…
Poiché non sono un musicologo, ma solo un vecchio estimatore del Maestrone (come lo chiamavano i suoi colleghi), prendo spunto sia dal giudizio di Umberto Eco sulla cultura del Nostro, sia dall’incontro “archeologico” di molti anni fa del quale ho riferito, per parlare di un lato forse meno noto della sua eclettica personalità, che però è più vicino alle mie competenze di classicista: quello di traduttore “sperimentale” dal latino.
Ed è questo dunque il mio omaggio a una figura di musicista-poeta-scrittore etc. della quale credo scopriremo nel tempo molte altre sfaccettature; no, Guccini, non sarà per i posteri solo l’autore de l’Avvelenata (che peraltro, sarebbe già gran cosa)!
Plauto tradotto in pavanese
Nel 2003 a Bologna, sotto gli auspici dell’Alma Mater (istituzione a me tanto cara fin dagli anni del Dottorato) è stata messa in scena la traduzione che Francesco Guccini ha realizzato della Casina di Plauto nella “lingua dei suoi avi”, cioè in dialetto pavanese: infatti il paese di Pavana (frazione di Sambuca Pistoiese – PT) nell’appennino tosco-emiliano – dal quale si origina il ramo paterno della sua famiglia – è stato per anni il “luogo del cuore” e buen retiro del cantautore bolognese.
Io non ho visto quella rappresentazione, ma ho seguito passo a passo la realizzazione della traduzione “pavanese” attraverso anticipazioni e interviste che Guccini aveva proposto in itinere, e ne avevo fatto oggetto di riflessione in alcuni approfondimenti contenuti in testi scolastici di Letteratura latina dei quali ero (e sono) co-autore (ad es. M. Mortarino, M. Reali, G. Turazza, Genius loci. Storia e antologia della letteratura latina, 3 Volumi, Torino, Loescher, 2007): alcune cose che scrivo ora ne sono dunque una parziale rielaborazione.
Un esempio di resa dialettale
Mi pare interessante – in questa circostanza – proporre ai lettori de «La ricerca» un breve esempio di quel dotto e fantasioso lavoro (il cui testo è tratto dalla rivista «Autografo», 43, 2001): ma prima è forse necessario ricordare la trama della commedia plautina, che si può così sintetizzare.
Casina è una giovane trovatella allevata in casa di Cleostrata. Sia il marito che il figlio di Cleostrata si innamorano della ragazza; entrambi escogitano, per avere a propria disposizione la giovane, di farla sposare a due schiavi compiacenti. La sorte è favorevole al vecchio padre Lisidamo, che però sarà vittima di una beffa ordita dalla moglie: infatti, una volta scoperto il complotto, Cleostrata sostituisce alla sposa un robusto e manesco schiavo vestito da donna. Il giovane potrà quindi sposare la ragazza che nel frattempo si rivela figlia di un benestante.
L’esempio che fornisco – al quale antepongo il testo latino – è relativo a uno splendido “a parte” (vv. 217 ss.) nel quale il vecchio Lisidamo (qui tradotto come «Limentrio»), innamorato al pari di suo figlio della bella Casina, si lascia andare ad esaltare la forza dell’amore.
Omnibus rebus ego amorem credo et nitoribus nitidis antevenire,
Nec potis quicquam commemorari, quod plus salis plusque leporis hodie
habeat. cocos equidem nimis demiror, qui lituntur condimentis,
Eos eo condimento uno non utier, omnibus quod praestat.
Nam ubi amor condimentum inerit, quoivis placituram credo,
neque salsum neque suaue esse potest quicquam, ubi amor non admiscetur:
fel quod amarumst, id mel faciet: hominem ex tristi lepidum et lenem.
***
LIMENTRIO – (giungendo dalla via della piazza, a parte) Mì i créddo che l’amore a l’sia la cosa sovra tutte, la più bella dal cose belle; a’n s’ póle imaginare gnénte d’più dolce o d’più savori’. I vore’ savere perché i cóghi, ch’i dróvane tanti condiménti, i làsscine indre’ proprio sto qui, ch’l’è miòre d’tutti: la pietanza ch’l’avrà comme condimento l’amore la piasgrà sempr’a tutti, mì i creddo; quella sénza un pezetin d’amore a’n póle essre savorida e bóna. A l’sa trasformare in méle la teriaga, a’l fa diventar alegro e amigo l’ommo triste.[…]
Senza dubbio la similitudine di sapore popolaresco tra l’amore «condimento» della vita e i condimenti usati dai cuochi per insaporire le pietanze assume grandissima vivacità nella resa dialettale di Guccini.
Allo stesso modo, nei versi immediatamente successivi, è interessante vedere l’atteggiamento di Lisidamo-Limentrio quando si accorge dell’arrivo della moglie Cleostrata a interrompere bruscamente le sue fantasticherie amorose: dopo averla insultata – ma solo nel pensiero! – le si rivolge in latino con l’espressione Uxor mea meaque amoenitas, quid tu agis? («Moglie mia, mia dolcezza, come va?») che è reso da Guccini con «Móiie mia, gatin mio, comm’a ti va?».
Non vi è dubbio che il nomignolo affettuoso di «gatin» (piccolo gatto), anch’esso di sapore popolaresco, contrasti sia con i precedenti insulti “mentali” nei confronti della donna sia con il generale stato di infatuazione dell’uomo per la giovane Casina.
Guccini e la lingua della traduzione
Non è questa la sede per una riflessione più ampia sulle traduzioni dialettali di Plauto (straordinaria, ad esempio, quella del Miles Gloriosus, reso in romanesco Er Vantone da Pier Paolo Pasolini nel 1963); però è indubbio che queste consentano in molti casi esiti sorprendentemente efficaci, che non sarebbe sbagliato definire davvero “plautini”; infatti nel dialetto letterario di oggi – lingua con una buona dose di artificialità – si mescolano e confondono registri linguistici bassi e popolari con allusioni colte e raffinate.
Più che un dialetto, dunque, si tratta di un «italiano dialettale», come ha dichiarato proprio Francesco Guccini in un’intervista, nella quale dice che questo italiano dialettale
è molto più ricco (dell’italiano vero e proprio), e a volte frequentarlo aiuta persino a riscoprire la nostra lingua. È come dipingere con una tavolozza più ampia. A volte mi è capitato di imbattermi in una parola in uso nel dialetto, e poi di scoprirla legittima inquilina del vocabolario della lingua italiana, ma completamente dimenticata dai più […]. Si tratta dunque di fare riemergere anche un italiano più sostanzioso, senza accontentarci dello scarno e trito italiano di base […]. Il dialetto diventa strumento più che fine, i luoghi dell’azione si moltiplicano, i nessi e i milieu vanno a formare un mosaico. Siamo lontani dalla koiné del paesello, qui si fondono, in cerca di una espressività più ampia, lingue e memorie, gerghi e dialetti» («Culturiana», 32, 1997).
Proprio come – si potrebbe aggiungere – lingua latina, reminiscenze greche, espressioni della tradizione romana, forme gergali e dialettismi si mescolavano nel teatro di Plauto, sperimentatore e contaminatore per eccellenza.
Chissà se alla mostra di Cremona gli avessi rivolto la parola, Guccini mi avrebbe detto qualcosa di questo suo progetto? Non so neppure se lo avesse già in mente o addirittura iniziato… Certo è che gli stralci dell’intervista che ho appena riportato dimostrano una notevole consapevolezza (anche) dell’attività di traduttore, e del senso della resa contemporanea di un testo antico.
Grazie, Francesco, anche per questo; mi spiace un po’ smentire le tue parole ma quello che hai fatto è ben più dei sogni senza tempo e delle impressioni di un momento menzionate in Incontro (1972), altro tuo testo memorabile.