
Ci sono mostre – in verità non tantissime… – che rappresentano l’occasione per una rilettura approfondita, a volte originale, di un particolare tema o per l’aggiornamento critico sull’opera di un determinato artista. In questi casi, a fare la differenza è la qualità dei curatori e del comitato scientifico.
Ce ne sono altre che invece si configurano soprattutto come “esposizioni”, magari privilegiando argomenti noti (non necessariamente originali) o figure che attraggano il grande pubblico. E qui si deve puntare – come è ovvio – soprattutto sulla qualità degli oggetti esposti; lo dico – si badi – senza snobismo: io sono tra quelli che le (troppo?) frequenti mostre sull’Impressionismo o sui Macchiaioli le va comunque a visitare, e pure con un certo gusto, anche se conosco bene i quadri esposti e dai saggi del catalogo non emergono particolari novità.
Quella della quale intendo ora trattare non appartiene esclusivamente a nessuna di queste categorie o forse – come proverò a spiegare – si può connettere a entrambe: ma andiamo con ordine.
Una produzione italo-greca: politica e diplomazia

Si tratta della mostra Ispirazioni. Vite italiane dell’arte greca, aperta dal 15 giugno al 30 agosto 2026 presso il Museo dell’Acropoli di Atene, un progetto espositivo internazionale promosso dal Ministero della Cultura italiano e dal Ministero della Cultura greco, nell’ambito delle attività di cooperazione culturale e diplomazia euro-mediterranea.
Da ottobre a dicembre 2026 l’esposizione, curata da Alfonsina Russo (Direttrice del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura) e Nikolaos Stampolidis (Direttore del Museo dell’Acropoli) con Roberta Alteri e Alessio De Cristofaro, si trasferirà poi presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria; l’idea è infatti quella di completare un ideale itinerario tra Grecia e Italia che pone al centro il Mediterraneo che – come dice il comunicato del MIBAC – deve essere visto «come spazio storico di connessioni, scambi, mobilità e costruzione di identità culturali condivise».
Se aggiungiamo che l’iniziativa rientra tra quelle del “Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo” e del “Piano Olivetti per la Cultura” ci rendiamo conto che le sue premesse sono sostanzialmente politico-diplomatiche (come lo stesso Ministero ribadisce), il che giustifica la scelta di un tema così vasto, e cioè l’idea di mostrare il “meglio” delle manifestazioni dell’arte e della cultura greca antiche in Italia; tema certo non nuovo, questo, che a principiare dalla storica mostra I Greci in Occidente a Palazzo Grassi del 1996 fino a una più recente esposizione in Campidoglio che ho da poco recensito su queste colonne, è stato già trattato sotto diverse angolature.
38 capolavori da musei italiani

Ci dirà il poderoso (e assai costoso: per comprarlo aspetterò qualche occasione…) catalogo trilingue (Italiano, Greco, Inglese) edito da L’Erma di Bretschneider se oltre all’esibizione di tanta bellezza, della quale ora parlerò, ci siano anche delle riflessioni critiche innovative: la competenza dei suoi curatori (gli stessi che hanno allestito la mostra) lo lascia sperare. Dunque non saprei, per ora, se poter ascrivere l’iniziativa almeno parzialmente (anche) alla prima delle due categorie che ho definito in apertura.
È invece sicuro il fatto che gli occhi del visitatore siano appagati dalla presenza in sala di 38 capolavori (il termine non è iperbolico, in questo caso!) provenienti dai più importanti musei italiani: infatti, chi ha mai visto prima d’ora tutti insieme la Coppa di Nestore da Ischia, l’Olpe Chigi, il Cratere di Eufronio da Cerveteri, lo Zeus da Ugento, il Trono Ludovisi, la Fanciulla di Anzio, l’Apollo da Cirò Marina, le teste bronzee dal relitto di Porticello, la Niobide degli Orti Sallustiani etc?
Il tutto accompagnato da importanti testimonianze del collezionismo e della ricezione moderna dell’arte greca, poiché la mostra si chiude con una sezione dedicata ad Antonio Canova e al rapporto con i marmi del Partenone, nonché alla rilettura contemporanea dello spirito greco da parte dei fratelli Giorgio De Chirico e Alberto Savinio.
Ma ecco, comunque, l’elenco completo delle sezioni espositive:
Sezione I – Prima di Roma: mercanti greci e aristocratici etrusco-italici; Sezione II – Artisti nella Magna Grecia; Sezione III – Il mare come archivio; Sezione IV – La Grecia dei Romani; Sezione V – Vivere alla greca; Sezione VI – Il collezionismo aristocratico dell’età moderna; Sezione VII – Sguardi italiani: Canova, Savinio, de Chirico.
Il prossimo trasferimento a Reggio Calabria
Non mancano, insomma, le ragioni per consigliare a chiunque sia in transito ad Atene di approfittare di questa occasione, come ha appena fatto chi scrive: peraltro la mostra è gratuita e (purtroppo) poco visitata, ubicata com’è in una sala un po’ defilata del Museo. E per gli altri, c’è sempre l’opzione di Reggio Calabria, no? Tra l’altro il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, che vanta un riallestimento piuttosto recente, conserva – oltre ai noti Bronzi di Riace – altre importantissime testimonianze archeologiche: io lo visitai molti (troppi) anni fa, e da tempo mi riprometto di tornarci, e forse questa potrebbe essere una buona occasione per farlo.
Impossibile, in questa sede, parlare nel dettaglio delle opere esposte; alcune sono talmente note che – lo confesso – non ricordavo se già le avessi viste o meno, ma certamente davanti ad alcune di queste l’emozione è sempre fortissima, ed è come se fosse la prima volta.
Importanti reperti ceramici…

In testa a tutte metterei due manufatti in ceramica, in apparenza minuti e quasi modesti. La celebre Coppa di Nestore ischitana, anzitutto, una delle più antiche testimonianze della scrittura greca, databile nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., con l’allusione all’omerico re di Pilo: ne ho già scritto qui qualche anno fa.
Poi il più recente (si fa per dire… è del VII secolo a.C.) Olpe Chigi, con la sua scena di combattimento oplitico che si trova riprodotta su ogni manuale di storia (anche sui miei…): francamente non ricordavo che le sue dimensioni fossero così ridotte, il che gli conferisce un aspetto quasi miniaturistico.
Davvero, davanti a questi oggetti il visitatore può comprendere come le dimensioni, lo stato di conservazione, la venustà dei reperti non siano direttamente proporzionali al loro valore storico-documentario che – in questi due casi – è straordinario. Perché la storia, come soleva dire il mio amato Carlo Alberto Pisani Dossi, intellettuale scapigliato e pioniere dell’archeologia, si fa anche (o soprattutto?) con quei frammenti ceramici che lui chiamava «rossi coccetti».
… e statue di grande qualità
Per quanto concerne la statuaria, mi soffermerò invece – per motivi diversi – solo su tre opere. Una (il cosiddetto Zeus da Ugento) perché sicuramente non l’avevo mai vista, in quanto conservata al Museo Archeologico di Taranto (città che non frequento dai tempi del servizio militare): se poi fosse stata esposta in qualche mostra passata, non lo ricordo davvero. Le altre due (Il Trono Ludovisi, da Palazzo Altemps, e la Fanciulla d’Anzio, da Palazzo Massimo), per la loro ineguagliabile bellezza e per i numerosi interrogativi che pongono.
La divina potenza dello Zeus da Ugento

Cominciando dalla prima, è davvero sorprendente la potenza evocata da questa statua bronzea datata al 530 a.C. ca, alta poco più di 70 cm e rinvenuta nel 1961; la postura si parva licet mi ricorda quella dello Zeus o Poseidon del Capo Artemisio, e anche qui ci sono stati dubbi sulla reale identificazione della divina creatura. Zeus? Poseidon? Oppure qualche divinità messapica magari sincretisticamente fusa con uno dei due dèi olimpici?
L’ipotesi più probabile è che sia il padre degli dèi nell’atto di scagliare una folgore, anche se l’insieme occhieggia a una cultura messapica che seppe fondersi con quella dei coloni ellenici e produrre sintesi originali: se ne propone infatti la realizzazione in un atelier locale.
Il Trono Ludovisi: un monumento unico

Un po’ più recente (forse del 460-450 a.C.) è il cosiddetto Trono Ludovisi, trovato nel 1887 a Roma durante lavori di lottizzazione della Villa Ludovisi, nell’area degli Horti Sallustiani, non lontano dal tempio di Venere Ericina. È una delle più controverse testimonianze dell’arte greca, ma – a parere di chi scrive – una delle più suggestive; posso dire, con disarmante semplicità, una delle più belle? Il trittico marmoreo (il marmo è di Taso) ha posto nel tempo due ordini di problemi: il primo è relativo alla sua incerta funzione monumentale e al significato delle sue raffigurazioni a rilievo, il secondo è invece relativo alla sua autenticità.

Cominciando dalla prima questione, l’ipotesi più accreditata è che la fronte raffiguri una scena della nascita di Afrodite dal mare, mentre i pannelli laterali ci mostrano da un lato una fanciulla nuda che suona il doppio flauto, dall’altro una sacerdotessa velata intenta bruciare grani d’incenso presi da una pisside. Possibile il riuso di questo antico marmo greco in un contesto cultuale romano (proprio il vicino tempio di Venere Ericina?) e non manca chi lega l’origine del misterioso oggetto (un trono? una base? un parapetto?) al celebre santuario magnogreco di Afrodite di Locri Epizefiri, noto (anche) per la pratica della prostituzione sacra.

Sono state però proposte altre interpretazioni – che sarebbe troppo lungo elencare – come pure sono stati ravvisate alcune incongruenze stilistiche e/o rituali che hanno fatto pensare (così sosteneva, ad esempio, Federico Zeri) a un falso ottocentesco.
L’oggetto è proposto in mostra come autentico e così ormai la pensa la maggior parte della critica, mentre ricordo che nei lontani anni dei miei studi universitari prevaleva il partito degli scettici; io posso solo dire che ogni volta che l’ho visto a Roma sono stato rapito dalla morbidezza delle forme femminili, dalla loro sensualità, come pure dall’eleganza dei panneggi. E così è avvenuto anche ad Atene.
È vero, si tratta di un unicum monumentale, e il cosiddetto Trono di Boston che un po’ gli somiglia è anch’esso “sotto accusa”; e pure le figure sono piuttosto inconsuete, nelle fogge e nelle posture… Ma a me piace credere di essere davanti a uno dei numerosi frutti dell’originalità del genio greco, e non all’opera truffaldina di qualche geniaccio del falso, che comunque non è mancato in Italia, specialmente nei secoli XVIII e XIX.
La raffinata Fanciulla di Anzio

Che dire poi della Fanciulla di Anzio? Anche qui si oscilla tra l’idea di un originale greco di età ellenistica (III secolo a.C.) o una copia romana (dei tempi di Roma antica, intendo!) di altissima qualità, e incerta è anche la funzione della giovane raffigurata, forse una sacerdotessa. La statua è comunque un capolavoro di raffinatezza, per l’utilizzo congiunto del marmo pario e pentelico, per un certo dinamismo della figura – il che fa propendere per l’originale ellenistico – nonché per la complessità delle sue vesti, connotate da una pesantezza leggera (scusate l’ossimoro, ma così è).
Sorprendente, inoltre, il vassoio che la fanciulla reca in mano, sul quale è appoggiato un rotolo papiraceo e si intravvede un ramo d’alloro, pianta sacra ad Apollo: è per questo che qualcuno ha voluto vedere in lei la Pizia delfica.
L’opera, a grandezza naturale, è stata rinvenuta nella villa di Nerone ad Anzio ed è con tutta evidenza degna di un imperatore che – pur con tutti i limiti caratteriali che conosciamo… – di capolavori artistici se ne intendeva: è per questo che non manca chi ha ritenuto la Fanciulla prodotto del celebre scultore Doidalsa, attivo soprattutto in Bitinia nel III secolo a.C. e legato a quei dinasti ellenistici ai quali il giovane principe romano si ispirava.
Il “Piano Mattei”, il Mediterraneo di ieri e di oggi
Mi pare che basti, no? Per quanto concerne le opere d’arte sicuramente sì, ma – scusate la prolissità – non posso esimermi dall’aggiungere a questa riflessione una “coda” di natura diversa. Anticipavo infatti che la mostra rientra tra le iniziative attivate tramite il “Piano Mattei per l’Africa” – il quale – in sintesi «è la strategia nazionale promossa dal Governo italiano per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con le Nazioni e i popoli africani e generare opportunità, benefici e sviluppo condiviso.
Il Piano promuove un modello di cooperazione da pari a pari, fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco. La strategia punta a sostenere lo sviluppo sostenibile e duraturo del Continente africano in tutte le sue dimensioni, attraverso il confronto permanente e la condivisione dei progetti e degli investimenti ritenuti più efficaci e capaci di rispondere alle priorità concrete dei popoli» (dal sito www.governo.it).
Inoltre – come già ho anticipato – l’esposizione vuole valorizzare l’idea del Mediterraneo come luogo passato e presente di incontri e fusioni, anche perché «in uno scenario nel quale il Mediterraneo ha acquisito una rinnovata centralità nelle interconnessioni globali, come cerniera di collegamento tra Atlantico e Indo-Pacifico, il Piano Mattei punta a rafforzare anche la naturale e storica proiezione dell’Italia come ponte tra Europa e Africa, oltre che come motore di dialogo tra Nord e Sud del mondo» (ancora dal sito www.governo.it).
La vergogna di Ceuta e l’oggetto mancante
«E allora, dove vuoi arrivare?», potrebbero ora obiettare i miei lettori. Voglio riflettere sul fatto che in questi giorni agostani migliaia di migranti africani si sono riversati a Ceuta, e molti di loro sono annegati in improbabili traversate a nuoto verso Gibilterra o sono morti di fame e stenti.
In questo frangente sono scattate le accuse di migrazioni “a orologeria” (davvero Trump ha spinto il Marocco ad aprire i confini per punire l’Europa? Chi può dirlo con certezza…) e le Nazioni della UE hanno iniziato vergognosamente a litigare tra loro, e alcune – Italia in primis – stanno attuando soluzioni anacronistiche di “pronto impiego” come i controlli delle frontiere, evitando così ancora una volta di leggere il fenomeno in un contesto più ampio.

Ed ecco, allora, dove voglio arrivare: al fatto che nella mostra di Atene manchi un oggetto di straordinaria potenza evocativa, e cioè il cosiddetto Cratere del naufragio, ischitano come la Coppa di Nestore e più o meno ad essa coevo.
Vi è raffigurato un uomo morto in mare, per naufragio, che le correnti trascinano inerte in mezzo ai pesci. Si pensa sia una sorta di “fotografia” della sorte di molti coloni-migranti greci di allora, alla ricerca di un mondo migliore sulle coste italiche; gli antenati – insomma – dei profughi di oggi, antenati che però la nostra cultura troppo spesso mitizza e identifica solo come avventurosi viaggiatori emuli di Odisseo.
Faccio dunque una proposta, che ovviamente non è in alternativa all’obbligo morale e civile di soccorrere e, se necessario accogliere, i naufraghi del giorno d’oggi: alla mostra di Reggio, si esponga questo reperto, e questo lo chiedo direttamente al Ministro Alessandro Giuli.
Solo così l’esposizione acquisirà, al di là del lustro dei monumenti in vetrina, quella pienezza e completezza tematica che auspicavo all’inizio dell’articolo, dimostrando come nei secoli il Mediterraneo – al di là di retorici luoghi comuni – sia stato (anche) e lo sia tutt’ora il cimitero di milioni di esseri umani. In questo modo alla bellezza, si aggiungerà verità, perché, come scriveva John Keats nella sua Ode su un’urna greca del 1819: «Beauty is truth, truth beauty, – that is all / ye know on earth, and all ye need to know».
P.S. Le fotografie sono state scattate dall’Autore, tranne quella del Cratere del naufragio, che è tratta dal sito del Museo Archeologico di Pithecusae, Ischia.