Afrodite è il mio capitano, Eros tiene il timone

C’è un evidente filo conduttore tra l’ultimo libro di Giorgio Ieranò (di cui ho già parlato su queste colonne, cioè “Arcipelago. Isole e miti del mar Egeo”, Einaudi, Torino 2018), e quello che ora recensisco, e cioè “Il mare d’amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica”, Laterza, Roma-Bari 2019 (pp. 272). Questo fil rouge è, ovviamente, il mare, e in particolare il mar Egeo, del quale nel primo libro l’autore ci ha narrato vicende di geografia storica e mitica, sviluppate nel secondo in una precisa direzione: quelle del legame tra il mare e l’amore.

Il mare e l’amore han l’amaro in comune

Il binomio mare-amore è un evergreen che dal mondo antico è arrivato – per il tramite dei secoli – fino ai nostri giorni, complice anche una certa assonanza dei due termini, spesso associati dalla cultura pop: infatti questi concetti la fanno da padroni in parecchie hit estive, ma anche in testi di canzoni più decisamente autoriali.
Chi non ricorda, tra l’altro, Mare mare mare voglio annegare / Portami lontano a naufragare / Via via via da queste sponde / Portami lontano sulle onde…di Franco Battiato, oppure lo struggente Mare d’inverno di Ivano Fossati, testo che sembra proprio scritto come contraltare malinconico dei gioiosi amori estivi?
D’altronde, si sa, il mare è tanto bello quanto instabile e pericoloso: un po’ come l’amore, tant’è che il poeta barocco francese Pierre de Marbeuf scrisse ai primi del Seicento «Il mare e l’amore han l’amaro in comune», una delle frasi dalle quali Ieranò muove per scrivere il suo libro, che è brillante come un testo narrativo e colto e raffinato come un saggio.

  • xSandro Botticelli, Nascita di Venere, 1485. Firenze, Galleria degli Uffizi
  • xVenere in conchiglia, affresco da Pompei
  • xNavigium Veneris, mosaico da Volubilis

Afrodite tra mitologia e devozione

La spina dorsale del volume è costituita dalla mitologia classica (e dalla sua fortuna in epoche successive), anche se il racconto non manca certo di puntuali riferimenti storici: ciò a cominciare dalle vicende della dea dell’amore, Afrodite, che non solo è nata dalla spuma del mare (il mito è arcinoto e collocato sub specie aeternitatis da Sandro Botticelli), ma che era pure venerata in numerose località marine e portuali (fatto storico che è un po’ meno noto ai non addetti ai lavori).
Sapere che la bellissima sposa di Efesto, amante di Ares, veniva chiamata Pontìa («Marina») o Èuploia («Che favorisce la navigazione») in alcune iscrizioni votive di marinai e mercanti, è quasi un suggello documentale alle numerose favole belle che la fantasia dei Greci ci ha consegnato: è come se diventassero realtà le splendide raffigurazioni musive della nave con le quali la dea solca il mare (il cosiddetto navigium Veneris), come pure i versi dell’epigrammista Meleagro che scriveva: «Afrodite è il mio capitano, Eros tiene il timone, / reggendo in mano la barra della mia anima» (Antologia Palatina, 12, 157).

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J.J. Taillasson, Ero e Leandro, 1798, Bordeaux, Museo di Belle Arti.

Amori marini di dei ed eroi

Impossibile ricordare tutti gli amori (sbagliati e no, avrebbe detto Lucio Dalla) che gli dei e gli eroi greci hanno consumato avendo il mare come elemento comune. Si possono citare i settennali amplessi isolani del naufrago Odisseo con la ninfa Calipso, cantati da Omero; i viaggi per mare – oggetto di numerose opere poetiche – che portano due “sciupafemmine” come Giasone e Teseo a sedurre rispettivamente Medea e Arianna, poi entrambe abbandonate (pur con esiti diversi); la donna più bella del mondo, Elena, che lascia a bordo di una nave Sparta per raggiungere Troia con quel “bellimbusto” di Paride…
Ma nessun mito, a mio avviso, ha in sé la poesia di quello tra Ero e Leandro, i due giovani amanti che vivevano sulle due coste dell’Ellesponto; tutte le notti Leandro attraversava lo stretto a nuoto, per incontrare la donna amata, fino alla morte per naufragio, cui conseguì il suicidio di Ero. Ne accenna Virgilio, ma soprattutto ce ne parlano Ovidio e Museo, un poeta greco di epoca tarda, che scrive a proposito di questa triste vicenda «Terribile è amore, spietato il mare, ma il mare / è acqua, l’amore è fuoco che brucia dentro». E nel 1810 Lord Byron attraversò quel braccio di mare sulle orme di Leandro, fortunatamente con esito migliore: la morte doveva invece coglierlo per febbri reumatiche nel 1824 a Missolungi (anch’essa località costiera…), mentre combatteva per l’indipendenza greca.

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E. Stückelberg, Saffo, 1897, Zurigo, Kunsthaus.

Tutti i colori del mare

Scrive Ieranò che nei testi greci «il mare ci appare di volta in volta nero (mélas) o bianco (leukòs), violetto (ioeidès) o scintillante (glaukòs), affine alla porpora (porphýreos) o al vino (òinops)» (p. 26), e in effetti il mare sfavilla e cambia colore, a seconda del tempo e della stagione. L’autore insiste poi sul significato dell’aggettivo porphýreus, che oltre che al colore rosso della porpora (comunque derivata da una conchiglia marina, oggetto caro ad Afrodite e secondo alcuni allusivo all’organo genitale femminile…) sembra connettersi al verbo porphýro, che significa «ribollire».

  • xIl mare greco
  • xIl mare greco

Sì, il mare ribolle di passioni e di tempeste, proprio come l’amore; ed Eros, divinità che lo rappresenta, viene descritto da Saffo (fr. 54 Voigt) vestito di un manto di porpora: niente di meno! Saffo? Ma non si era suicidata per amore proprio tuffandosi in mare dalla rupe di Leucade? Ovviamente, nel libro se ne parla; e ciò non solo alla luce dei rumores antichi e dello splendido Ultimo canto leopardiano, ma anche analizzando il rituale del katapontismòs («tuffo in mare»), gesto dalle valenze plurime, immortalato nella celebre “Tomba del tuffatore” di Paestum. Un gesto, questo, che apre le porte dolorose dell’Aldilà ma che libera anche dalle pene d’amore; perché – come abbiamo visto – il mare è vita e morte nello stesso tempo.

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Tomba del tuffatore, Paestum, particolare

Quello che ho qui descritto è solo un assaggio di quello che si può trovare in quest’opera, bellissima già nel titolo, ove si spazia da Omero a Catullo, da Petrarca a Marino, da Rubens a Watteau, da Mozart a Schumann: non serve dire che ne consiglio vivamente la lettura.
Ieranò ci lascia poi con una citazione del grande poeta neogreco Ghiorgios Seferis, che nel 1934, in un componimento intitolato Leggenda, scrisse: «Qui terminano le opere del mare, le opere dell’amore»; e ci lascia certamente un po’ sballottati dalle onde della sua variegata cultura, ma con la piacevole sensazione di avere sulla pelle il sale di quel «greco mar da cui vergine nacque / Venere», come ha scritto in A Zacinto Ugo Foscolo, uno che era nato in mezzo al mare e che di pene d’amore (vere o presunte) se ne intendeva…
Inoltre Foscolo, uno dei miei poeti preferiti, non è citato nel libro: mi permetto dunque di aggiungere quest’ultima allusione alle tante assai più dotte e sconosciute che questo contiene!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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