
Tutti ricordano come Niccolò Machiavelli, nel Capitolo VII del Principe, dopo avere esaltato la figura di Cesare Borgia – figlio del papa Alessandro VI – come esempio (quasi) perfetto della spregiudicatezza che deve avere un «principe nuovo», evidenzi la «cagione dell’ultima rovina sua» con queste parole:
Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio II, nella quale egli ebbe mala elezione; perchè, come è detto, non potendo fare un Papa a suo modo, poteva tenere, che uno non fusse Papa; e non dovea acconsentire mai al Papato di quelli Cardinali, che lui avesse offesi, o che diventati Pontefici avessino ad avere paura di lui.
Della Rovere vs Borgia

Infatti Cesare, duca di Valentinois (detto perciò «Valentino») allora potentissimo anche grazie ai favori paterni, dopo la morte di Alessandro VI (papa dal 1492 al 1503) e il brevissimo pontificato di Pio III Piccolomini durato solo 26 giorni, non riuscì a impedire – con le pressioni e i maneggi che ruotano da sempre intorno al conclave – che salisse al soglio di Pietro un nemico giurato della famiglia Borgia: Giuliano Della Rovere, che assumerà il nome di Giulio II (1503-1513).
Non sarà dunque un caso che negli anni successivi i Della Rovere, la cui non eccelsa originaria nobilità era stata corroborata nel tempo da qualche successo commerciale, oltre al governo della Chiesa assumeranno quello di molti territori un tempo retti da Cesare Borgia.
Sisto IV e Giulio II, papi “savonesi” e mecenati
Tornando a Giulio II, questi era nato ad Albisola, nel Savonese, e non era il primo papa Della Rovere perché già lo era stato dal 1471 al 1484 suo zio Sisto IV (al secolo Francesco Della Rovere) che era invece nato a Celle Ligure, paese oggi contiguo ad Albisola Superiore; anzi, la casa natale del papa – ancora oggi visibile – è in una frazione (Pecorile) che è proprio al confine tra i due comuni: chi scrive li conosce entrambi bene perché – come molti lombardi – li frequenta da anni come località di vacanza marina.
Non è certo questa la sede per parlare diffusamente di questi due papi, che interpretarono il ruolo pontificio in chiave molto politica e “temporale” – allora i papi erano veri sovrani anche de iure, non dimentichiamolo! – ma nondimeno furono partecipi del clima culturale umanistico-rinascimentale, che fece di loro degli importanti mecenati.

Basti pensare solo alla Cappella Sistina vaticana, che Sisto IV fece costruire durante il suo pontificato (1477-81) e decorare da artisti del calibro di Perugino, Botticelli, Ghirlandaio etc.; fu però il nipote Giulio II – la cui carriera era stata in ogni modo favorita da Sisto – a dare inizio al completamento pittorico della Cappella, con l’ingaggio di Michelangelo Buonarroti per la decorazione della volta con le Storie della Genesi (1508-12), integrata poi con la realizzazione del Giudizio Universale (1536-41) della parete di fondo, commissionata da papa Paolo III.
Ironia della sorte? Il primo conclave tenuto alla Sistina nel 1484 elesse papa proprio quell’Alessandro VI Borgia che dei Della Rovere era nemico… ma ciò, nella plurisecolare storia dei conflitti gentilizi vaticani, è in fondo un evento di ordinaria amministrazione.
La Cappella funeraria di Savona
Se non è, dicevo, questa la sede per parlare troppo dei due papi “savonesi” lo è però per raccontare ai lettori de «La ricerca» di una mia recente visita a un’altra Cappella Sistina, che papa Sisto IV volle erigere proprio a Savona tra il 1481 e il 1483 nel complesso del convento francescano nel quale da giovane, prima di prendere i voti, aveva studiato; ma se la Cappella romana aveva (e ha tuttora) funzioni altissime – per così dire “pontificie” – quella savonese nacque con funzione funeraria, per accogliere le spoglie dei genitori del papa, Leonardo Della Rovere e Luchina Monleone.
Sono andato alla Sistina, che si trova nel centro storico della città accanto alla Cattedrale di Nostra Signora Assunta, un sabato mattina di settembre, giorno nel quale ogni settimana staziona in città una gigantesca nave da crociera: così ho visitato la Cappella insieme a un nutrito numero di croceristi, un po’ svogliati e rumorosi, certamente poco interessati a quanto delle guide volontarie cercavano loro di spiegare.
Ma io avevo in tasca la migliore chiave interpretativa possibile della visita, e cioè – sul mio smartphone – la foto del bellissimo articolo che Tomaso Montanari ha dedicato a questo monumento sul Venerdì di «Repubblica» del 25 agosto 2023 nella sua rubrica Ora d’arte. Il titolo è tutto un programma: Il papa arrogante e la Sistina di Savona. E ora vedremo il perché, ma andiamo con ordine.
Il restauro in stile rococò

Anzitutto va detto che la struttura originaria della Cappella, tanto simile a quella romana da essere stata attribuita allo stesso architetto Baccio Pontelli, è stata nel tempo profondamente trasformata, così come i suoi decori pittorici, dato che quelli originali – voluti da Sisto IV ma soprattutto dal nipote Giulio II (altra analogia con la Sistina romana!) – sono stati nel tempo coperti o spostati altrove: tra questi ultimi spicca un polittico del pittore alessandrino Giovanni Mazone ora al Petit Palais di Avignone.

Infatti nel secondo Settecento il discendente di Sisto IV Francesco Maria Della Rovere ordinò un profondo restauro dell’aula: la volta fu abbassata e affrescata al centro con Il Mistero della redenzione da Paolo Gerolamo Brusco, e l’interno tutto fu trasformato in stile rococò, con stucchi dorati e dipinti contemporanei, nonché dotato di un nuovo, elegantissimo, organo commissionato nel 1764 a Filippo e Felice Piccaluga.
Niente di più lontano dal clima rinascimentale degli antenati papi: sembra di stare – rubo le parole a Montanari (e non sarà l’ultima volta) – in un «delizioso boudoir sacro a pianta ellittica», formula che contiene un’espressione ossimorica («boudoir sacro») illuminante.
Il mausoleo marmoreo di Leonardo e Luchina

Quello che rimane invece è il mausoleo marmoreo dei genitori di papa Sisto IV, in sede però diversa da quella originale, poiché – recita un’iscrizione latina sottostante – il buon Francesco Della Rovere, nell’ambito del restauro complessivo della Cappella, la collocò in posizione più visibile.
È stato realizzato dagli scultori lombardi Giovanni e Michele d’Aria probabilmente su disegno di Andrea Bregno, lombardo anche lui ma attivo presso la corte papale romana; ed è proprio la singolare lettura dell’iconografia di questo composito monumento che mi aveva particolarmente impressionato nel testo di Montanari.
Esso è composto da due lesene che reggono un timpano ornato dallo stemma papale, struttura creata per racchiudere l’elegante sarcofago, il cui motivo decorativo ricorrente sono le ghiande (frutto del rovere, pianta eponima della famiglia presente nello stemma araldico) e che presenta un cartiglio con l’iscrizione che ricorda i nomi dei defunti e la committenza papale: Iuxta Llonardo coniunx Luchina /quiescit / filius haec Sixtus papa sepulcra /dedit.
Sisto IV, protagonista del bassorilievo

È però il bassorilievo realizzato sopra l’urna funeraria il vero “pezzo forte” del monumento; ora ne parlerò, cercando di illustrare le ragioni per le quali più che pietas filiale il sepolcro esprima una forma di «arroganza» papale, e lo farò sempre a partire dalle osservazioni di Montanari, arricchite però (o forse impoverite?) da alcune riflessioni personali che si mescolano a quelle assai più autorevoli del noto storico dell’arte.
Non solo i due santi francescani sulla sinistra (Francesco e Antonio), espressione dello stesso ordine religioso del papa, ma anche il piccolo Gesù in braccio a Maria in trono che campeggia al centro del rilievo, hanno lo sguardo rivolto verso Sisto che – in piedi – protegge e benedice i genitori inginocchiati.
Il pontefice indossa il triregno, simbolo concreto della sua enorme potenza sulle anime e sui corpi di tutti i cristiani, e protende la mano destra verso la Vergine col Bambino con un gesto tra il cerimoniale e il confidenziale. Insomma: è lui, papa Sisto IV, il protagonista della scena.
Urbi et orbi
C’è, in questa iconografia, qualcosa di più della tradizionale vanità (nota anche attraverso molti esempi scultorei o epigrafici dell’antica Roma) di chi vuole mostrare ai posteri la propria generosità per avere allestito un degno sepolcro a un proprio parente. Né basta immaginare una sorta di orgogliosa rivendicazione – davanti ai suoi conterranei – di essere (scusate la banalizzazione…) un “savonese che ce l’ha fatta”.
Certamente queste due componenti non vanno sottovalutate, ma è necessario ricordare che un “messaggio” papale, pur se in terra di Liguria, luogo «fisicamente lontano dalle capitali del Rinascimento maturo» (Montanari, cit.) è sempre e comunque Urbi et Orbi: la mano guantata del papa che si protende verso quella del Bambino che lo guarda è infatti una sorta di lezione illustrata di teologia, a consacrare il ruolo (suo e dei suoi predecessori e successori) di vescovo di Roma come (quasi) onnipotente vicario terreno di Cristo.
Tra arroganza e (quasi) onnipotenza
Dunque se Tomaso Montanari parla – già l’ho anticipato – di un «papa arrogante» (e non ho ragioni di smentirlo, anzi), io aggiungerei però che tale atteggiamento, al di là delle pompe gentilizie, sottenda la volontà di ribadire quello che di lì a poco un certo Lutero metterà in dubbio, e cioè la funzione del papa come rappresentante di Cristo e suo unico interlocutore.
E Sisto IV interpretò la quasi onnipotenza di cui dicevo non solo attraverso guerre (celebri quelle contro i Turchi), trame politiche (tra tutte la Congiura dei Pazzi) e costante pratica di forme di simonia e nepotismo; ma anche – quasi presago dei pericoli delle istanze riformatrici che ho anticipato – ponendo grande attenzione al ruolo dell’Inquisizione: è infatti proprio sotto il suo pontificato che Ferdinando e Isabella di Spagna affidarono all’inquisitore generale, nientemeno che il famigerato Torquemada, nuovi e più feroci compiti polizieschi contro potenziali nemici della Fede, ebrei e musulmani convertiti in primis.
Non credo proprio che tutto questo l’abbia suggerito al papa, qui a Savona, l’inerme Bambinello verso il quale guarda, a sua volta ricambiato. Né certo glielo può avere consigliato Maria che – fedele alla frontalità iconografica tradizionale – non lo degna neppure di un’occhiata; lei – Regina Coeli, non dimentichiamolo! – è forse indispettita dall’altero contegno del pontefice, oppure è troppo impegnata ad ammonire con il suo sguardo dolce e nel contempo severo i croceristi di ogni tempo, e chiedere loro silenzio e attenzione…