C’è commissario e commissario…

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Petros Markaris e Guillaume Musso pubblicano due romanzi polizieschi molto diversi che ruotano intorno alle figure di due ancor più diversi investigatori: li accomuna, però, la capacità di andare oltre la contingenza e interpretare cose e persone con una straordinaria profondità.

 

Chi scrive ha un affettuoso ricordo del vecchio aeroporto ateniese Ellinikòn, situato a sud della città, soppiantato dal 2001 dal più moderno scalo Eleftherios Venizelos. Questo ex–aeroporto, infatti, è associato ai miei primi viaggi in Grecia in aereo, che rappresentavano un signorile upgrade rispetto ai precedenti tragitti, interminabili e avventurosi, che vedevano me e i miei amici partire in treno (senza a/c) da Milano fino ad Ancona o Brindisi e raggiungere l’Ellade a bordo di improbabili traghetti…

Un faraonico progetto edilizio ad Atene

Mi sono dunque dispiaciuto che questa immensa area – si parla di 6 milioni di metri quadri – dopo un parziale utilizzo come villaggio durante le Olimpiadi del 2004, sia rimasta a lungo inutilizzata e le sue strutture si siano irrimediabilmente ammalorate. E mi sono altrettanto dispiaciuto (per ragioni ovviamente diverse) nel vedervi accampati negli anni disperati o profughi d’ogni genere, su tutti quelli che scappavano dalla terribile guerra civile siriana, scoppiata nel 2011 e forse non ancora del tutto finita.

Pertanto, ho appreso con favore l’idea di una rigenerazione di quest’area, anche se davanti al progetto virtuale e alla realtà dei fatti (l’opera è infatti in fase avanzata di realizzazione), l’impressione è che l’esito finale sarà una sorta di “Dubai mediterranea”, con parchi, edifici residenziali, hotel di lusso, negozi, servizi di ogni genere; il tutto – si dice – con grande attenzione all’impatto ambientale.

Ma se è vero che l’edilizia porta posti di lavoro, è altrettanto vero che un progetto abitativo del genere guarda ai ceti elevati, e non può certo essere una soluzione ai problemi di quelli medio-bassi, che – ad Atene come in tutte le grandi città – sono “soffocati” dai costi sempre più alti degli affitti.

Il commissario Charitos e la ricchezza che uccide

È questo il contesto nel quale si ambienta l’ultimo romanzo di Petros Markaris, La ricchezza che uccide, La nave di Teseo, Milano 2026. Il commissario Kostas Charitos e i suoi uomini, infatti, sono impegnati in una difficile indagine relativa sia a un omicidio sia a un’esplosione mortale, dovendo muoversi tra palazzinari senza scrupoli, ateniesi che protestano per il nuovo complesso residenziale, migranti sgombrati dai loro centri di accoglienza, anarchici con intenti sovversivi, e – come al solito – ministri preoccupati solo di non perdere la faccia, che delegano dunque alla polizia ogni forma di “lavoro sporco”. Kostas indaga con la consueta umanità, senza dimenticarsi del ruolo di marito, padre, nonno affettuoso, e per di più gravato dalla preoccupazione per la salute del suo storico amico Lambros Zisis, omonimo del vivace nipotino.

Ovviamente non posso rivelare molto di più, ma il titolo (che in greco era addirittura Il carro funebre dello sviluppo) è già un indizio per capire perché si originino queste forme di violenza, che ruotano bene o male intorno al progetto dell’Ellinikòn; e a spiegarcelo è proprio Lambros, quasi in chiusura del libro, quando afferma: «In televisione nessuno racconta che il progresso e lo sviluppo sono accompagnati ogni giorno da sofferenze, disuguaglianze e drammi simili». Sembra un’ovvietà, una banalità, così come sembrano a prima vista ovvi e banali il traffico di Atene o l’amore del commissario per i ghemistà (pomodori ripieni) cucinati dalla moglie Adriana: di tutto ciò già abbiamo parlato anche in passate recensioni.

Eppure in questa affermazione il vecchio Zisis, ex oppositore dei colonnelli, diventa una sorta di portavoce del narratore, ormai ultra-ottuagenario, che con la saggezza che si addice all’età ha saputo leggere nei suoi romanzi le contraddizioni di una Grecia che è stata sì salvata dal default degli aiuti europei, ma a prezzo di durissime ripercussioni economico-sociali; ripercussioni che hanno riguardato – direttamente o indirettamente – scuola, sanità, beni culturali, aziende pubbliche e private, e ora anche l’edilizia abitativa.

Insomma, è come se al commissario (ora direttore) Kostas Charitos oltre a cercare colpevoli fosse dato mandato di indagare nel profondo dell’animo di chi ha commesso i reati; non per giustificarli, ma per comprendere le motivazioni, che sono nei “polizieschi” di Markaris più spesso ideologiche che contingenti.

Il commissario Lèques e i fantasmi del passato

In tutt’altro ambito (la Costa Azzurra) e in tutt’altro periodo (1928) è ambientato un secondo recente romanzo poliziesco (dal ritmo decisamente più “giallo”) del quale, al pari del precedente, consiglio caldamente la lettura: si tratta di Guillaume Musso, Il crimine del paradiso, La Nave di Teseo, Milano 2026.

Se il libro si configura come un omaggio ad Agatha Christie (la scrittrice inglese Agatha Harding, personaggio del romanzo, ne è una sorta di alter ego), sono numerosi i richiami più o meno evidenti ad altre esperienze artistico-letterarie (Scott Fitzgerald, Simenon, Picasso, Hitchcock etc.) che rendono l’opera complessa e molto ben riuscita: addirittura, nel finale, fa capolino, con un coraggioso sbalzo temporale, lo stesso Guillaume Musso come personaggio, in un raffinato gioco di autofiction.

Gli eventi si svolgono per lo più nella lussuosa Villa Starlight a Cap d’Antibes, di proprietà dei ricchi coniugi americani Florence e Julian Livingstone, ai quali viene misteriosamente rapito nella notte il figlio di tre anni, Oscar. L’indagine viene affidata al commissario Joseph Lèques e al giovane agente Charlie Langlois: i due si trovano a dover scavare tra i segreti, le bugie e le ipocrisie degli illustri ospiti della villa, nonché degli stessi padroni di casa e del loro personale di servizio.

In questo caso, ancor più che nel precedente, chi scrive non può anticipare nulla. Possiamo però spendere due parole sul commissario Lèques, le sue angosce, le sue depressioni, la sua consuetudine con la bottiglia; ciò perché «la guerra era terminata da dieci anni, ma per lui non era mai finita», e le immagini degli orrori che aveva visto durante il primo conflitto mondiale lo avevano collocato «in un circolo vizioso di idee suicide e allucinazioni».

Lèques non ha certo la bonomia di Kostas Charitos, e a prima vista ci appare come un misantropo, eppure pagina dopo pagina il lettore sviluppa empatia nei suoi confronti e apprezza il suo ruolo quasi paterno nei confronti di Charlie; ma soprattutto comprende che la dolorosa condizione del commissario è forse una delle chiavi per giungere alla soluzione del caso. Perché solo chi ha avuto esperienze così drammatiche sa che “il passato non passa” mai davvero, e dunque non è solo nel presente che è bene indagare. E qui mi fermo, come promesso.

Mi permetto soltanto, per cominciare a introdurre i (miei) lettori nel clima del romanzo, di anticipare l’inizio della descrizione della splendida e innovativa – per quei tempi – villa dei Livingstone, della quale Musso allega anche disegno e piantina:

«Non era una casa, era una nave. Un’enorme imbarcazione bianca e scintillante che aveva gettato l’ancora in mezzo alla campagna di Antibes. All’inizio Joseph credette a un abbaglio e mise la mano a visiera per proteggersi dal sole. Villa Starlight non aveva nulla a che vedere con le grandi dimore che aveva visitato in precedenza. Nessuna modanatura, niente colonnati o frontoni sovraccarichi come nelle abitazioni ispirate al Rinascimento o al mondo classico. E nulla a che vedere nemmeno con una costruzione tradizionale. Era una cosa diversa. Una villa d’avanguardia in calcestruzzo, sviluppata su tre livelli che sposavano le imperfezioni del terreno assecondandone la disposizione a terrazze».

Per saperne di più su come è fatta all’interno – aspetto non secondario nell’indagine – e su chi vi risiede in forma stabile o saltuaria – aspetto ancor più rilevante – è però necessario andare in libreria.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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