
Dopo avere commentato ieri su queste colonne la Prima Prova scritta https://laricerca.loescher.it/la-prima-prova-di-maturita-2026-un-fil-rouge-umanistico/, provo oggi a riflettere sulla Seconda Prova, che al Liceo Classico quest’anno è rappresentata dalla traduzione – corredata di domande di comprensione, analisi e contestualizzazione – di un testo latino.
Diversamente da ieri – quando ho lavorato offline un po’ per necessità e un po’ per scelta – oggi devo per forza cercare qualche forma più ampia di comunicazione con l’esterno: infatti nella mia Commissione di Liceo Scientifico l’unica Prova che può circolare è quella di Matematica! Sono però facilitato dal fatto che vigilerò sugli studenti durante il secondo turno di assistenza, e dunque posso cominciare l’articolo da casa (vi prometto però di non continuarlo in auto…).
Mi pare giusto, corretto, che i miei lettori sappiano tutto questo, così come il fatto che – fino a che sono rimasto in casa – mi ha supportato in questa corsa contro il tempo mia moglie Gisella Turazza, ben conosciuta tra i latinisti.
Il Toto-versione
Nei giorni scorsi, pensando al possibile autore latino prescelto dal MIM per la Seconda Prova di Maturità del Liceo Classico, ho fatto una breve sintesi dello “storico” degli ultimi 20 anni, limitatamente alle sessioni ordinarie. Ho così trovato in pole position i “mostri sacri” della prosa latina di età imperiale, cioè Seneca e Tacito (con 4 presenze a testa), seguiti dall’evergreen Cicerone (con 2 presenze) e dal buon Quintiliano (con un’unica presenza nel 2013). Ieri, dopo il flop delle previsioni rifilatemi da ChatGPT sulla Prova di Italiano, non ho voluto interpellare l’IA; ho fatto comunque un “giretto” sui social e vi ho trovato la stessa tendenza che da qualche settimana circola tra colleghi e studenti in carne e ossa: «Sarà l’anno di Quintiliano». Tra un’oretta lo sapremo…
Ed eccolo! È proprio Quintiliano…
Ed ecco il predestinato! Sì, sì, è proprio Quintiliano (35-96 d.C.), retore e professore attivo in età Flavia (un collega d’antan dunque), l’autore della versione d’esame. È tratta dalla sua monumentale Institutio Oratoria, un manuale ad uso di insegnanti di ogni ordine e grado, ma soprattutto dei professori di retorica, il livello più alto dell’istruzione romana. Era la scuola, insomma, che doveva formare la futura classe dirigente, fatta di avvocati, membri del senato o altissimi burocrati pubblici. Gente che doveva saper parlare bene – come è naturale – ma anche ragionare e, se necessario, fare ricorso a un eclettico “bagaglio culturale” fatto ovviamente di retorica, letteratura, filosofia, diritto e – perché no? – arte e musica.
Infatti il brano, tratto dal I libro dell’Istitutio Oratoria (I, 10, 13-16) esalta proprio il ruolo della musica, che ha condizionato quando non plasmato la personalità di illustri filosofi, severi politici, ed è perfino di utilità – secondo l’autore – nello stimolare gli eserciti alla battaglia.
Il valore educativo della musica: il testo latino…
Propongo anzitutto il testo latino e una traduzione d’autore della porzione di testo indicata come “versione”, per poi provare a riflettere sulle domande in calce a questa.
Nam Plato cum in aliis quibusdam tum praecipue in Timaeo ne intellegi quidem nisi ab iis qui hanc quoque partem disciplinae diligenter perceperint potest. De philosophis loquor, quorum fons ipse Socrates iam senex institui lyra non erubescebat: duces maximos et fidibus et tibiis cecinisse traditum, exercitus Lacedaemoniorum musicis accensos modis. Quid autem aliud in nostris legionibus cornua ac tubae faciunt? Quorum concentus quanto est vehementior, tantum Romana in bellis gloria ceteris praestat. Non igitur frustra Plato civili viro, quem πολιτικόv vocat, necessariam musicen credidit. Et eius sectae, quae aliis severissima, aliis asperrima videtur, principes in hac fuere sententia, ut existimarent sapientium aliquos nonnullam operam his studiis accommodaturos, et Lycurgus, durissimarum Lacedaemoniis legum auctor, musices disciplinam probavit. Atque eam natura ipsa videtur ad tolerandos facilius labores velut muneri nobis dedisse, si quidem et remigem cantus hortatur.
…. e la traduzione d’autore
Infatti Platone, in molti punti della sua opera, ma in particolar modo nel Timeo non può essere compreso appieno se non da chi abbia assimilato con cura anche questa parte della dottrina pitagorica. Parlo dei filosofi, la cui stessa fonte, Socrate, anche in tarda età non si vergognava a dedicarsi allo studio della lira? Si racconta che grandi generali cantassero accompagnandosi con le cetre e con i flauti e che gli eserciti degli Spartani venissero infiammati al combattimento con motivi musicali. E del resto cosa fanno di diverso i corni e le tube alle nostre legioni? Quanto più veemente è il loro concerto, tanto maggiore rispetto a quella degli altri è la supremazia della gloria romana nelle guerre. Non senza motivo perciò Platone ritenne necessaria la musica per l’uomo che si dedichi allo stato e che egli definisce πολιτικός [politico]. E i fondatori di quella setta che a certi pare la più rigorosa e ad altri la più severa furono dell’idea che alcuni sapienti dedicassero una parte della loro applicazione agli studi a questa disciplina; e Licurgo, il legislatore spartano più rigido, approvò la musica come materia di insegnamento. Del resto la natura stessa sembra avercela data come dono per sopportare più facilmente le fatiche, se è vero che il canto funge da esortazione anche per il rematore. (trad. S. Beta-E. D’Incerti in Quintiliano, Istituzione oratoria, I, Mondadori, Milano 1997, p. 125)
Difficoltà adeguata, contenuto un po’ ripetitivo
Così, a caldo (e caldo oggi ne fa molto in Lombardia, seppure in presenza del bel cielo di manzoniana memoria), anticipo due considerazioni, che cerco di fare – come sempre (anche se talvolta forse non ci riesco) – mettendomi dalla parte degli studenti. La prima è che il passo è – a occhio e croce – di media difficoltà di traduzione (qualche insidia? Magari Socrate detto fons ipse o l’Eius sectae a metà del testo); la seconda è che, forse, non è troppo significativo del pensiero e della pedagogia quintilianea, anche perché gli esempi da lui proposti sono un pochino schematici e ripetitivi. È infatti, questa, la porzione di una riflessione di più ampio respiro che solo nei paragrafi successivi connette la musica all’oratoria, il vero oggetto dell’attenzione del Nostro.
Riflessione aggiuntiva, che suggerisco in forma neutra e scevra da ogni polemica: come nella maggior parte delle Prime prove di ieri, il testo trasuda un concetto “umanistico” di scuola e di educazione, vista più come una formazione di singoli che un processo politico-sociale collettivo. Ma Quintiliano è questo e nel periodo in cui scriveva vigevano classicismo formale e conformismo ideologico: i tempi della vivace lotta politica espressa delle orazioni ciceroniane o delle trame oscure e convulse della congiura di sallustiana memoria erano ormai lontani, mentre il severo moralismo del “castigamatti” Tacito era ancora da venire. I Flavi volevano – come recita oggi il motto della bandiera brasiliana – «ordine e progresso» e questo la scuola di ispirazione quintilianea, pur innovativa (e in qualche misura “progressista” per l’antichità), doveva garantire. Senza se e senza ma.
Le risposte ai quesiti: Comprensione/Interpretazione
Si illustri il contenuto del brano, mettendo in luce la tesi sostenuta dall’autore circa il valore della musica e illustrando gli argomenti e gli esempi attraverso i quali esso viene dimostrato.
Quintiliano afferma l’importanza dell’educazione musicale attraverso un elenco di prestigiosi filosofi, da Pitagora (menzionato nel Pre-testo), a Socrate, a Platone, ma anche ai membri di una scuola filosofica che non è definita (eius sectae, quae aliis severissima, aliis asperrima videtur, principes), ma che identificherei con quella stoica alla luce di alcune opinioni attribuite a Crisippo. Oltre ai benefici effetti della musica sull’eroismo militare (a Sparta come a Roma), abbozza una riflessione che associa la musica alla politica, menzionando ancora Platone e finanche Licurgo, mitico legislatore spartano, che – credo – lo studente medio dell’antica Roma (come pure quello di un odierno Liceo) immaginasse lontano da queste frivolezze: ma qui si dice che della musica approvava l’insegnamento, non che la praticasse come faceva invece quello stravagante soggetto che era Socrate!
Nel Post-testo, poi si parla della musica come sollievo collettivo o individuale alle fatiche: e qui il pensiero di noi lettori moderni corre ai canti dei rematori, dei contadini, e perfino a quelli dei pastori che hanno ispirato la tradizione bucolica.
Purtroppo – come anticipavo – il “sugo” del rapporto tra musica e oratoria sarà oggetto solo dei paragrafi successivi, nei quali Quintiliano parla dei rapporti tra musica e grammatica (17 ss.) e – soprattutto – del condizionamento che l’educazione musicale può dare all’oratore nella modulazione della voce e nell’armonioso movimento del corpo (22 ss.): e l’armonia – perbacco – da dove deriva se non dalla musica?
Le risposte ai quesiti: Analisi linguistica e/o stilistica
Si analizzino le scelte lessicali e sintattiche operate dall’autore, soffermandosi sul campo semantico della musica e della vita civile, sul lessico filosofico e tecnico impiegato.
La sintassi appare, nel complesso, piana e regolare, con la presenza di strutture simmetriche e binarie di chiara ascendenza ciceroniana (ad esempio: duces maximos… exercitus; quanto est vehementior… tantum praestat; aliis severissima, aliis asperrima), e vivacizzata da un’interrogativa retorica collocata – non a caso – quando si fa riferimento alle legioni romane (Quid autem aliud in nostris legionibus cornua ac tubae faciunt?).
I termini legati al campo semantico della musica nel Testo sono molti e, nel dettaglio: lyra (lira); fidibus (cetre, corde della cetra); tibiis (flauti); musicis modis (ritmi musicali, melodie); cornua (corni); tubae (trombe); concentus (armonia, concerto); musicen (musica); cantus (canto); cecinisse (infinito perfetto da cano: aver cantato). Nel Pre–testo troviamo anche – in greco – l’importante parola ἁρμονίαν, mentre nel Post-testo le suggestive formule iucunda voce e rudi modulatione.
Anche il campo semantico della vita civile e politica è ben rappresentato nel Testo da parole o espressioni come: civili viro (uomo politico, cittadino impegnato), πολιτικόv (uomo politico) e legum auctor (legislatore), mentre la sfera militare è evocata da: legionibus (legioni); duces (generali); exercitus (eserciti); Romana gloria (gloria romana); in bellis (nelle guerre).
Per quanto concerne il lessico filosofico – al di là dei nomi dei sapienti citati – segnalerei soprattutto disciplinae (disciplina, insegnamento), philosophis (filosofi), sectae (scuola filosofica), sapientium (i saggi, i sapienti). Importanti, nel Pre-Testo, la formula claros viros sapientiae e la forma aggettivale studiosos.
Ovviamente la frequenza e densità di queste espressioni consiglierebbero forse ai candidati una qualche selezione, per evitare di emulare questo mio arido elenco, che considero poco più che un prodotto “di servizio” per studenti e colleghi.
Le risposte ai quesiti: Approfondimento e riflessioni personali
A partire dal brano proposto e alla luce del proprio percorso di letture e di esperienze personali, si rifletta sul ruolo della musica nella società antica e in quella contemporanea.
Chi scrive è diventato grande decenni fa ascoltando De Gregori, Dalla e Guccini: dunque non si permetterebbe di suggerire nulla a un “maturando” di diciannove anni, se non ricordargli che la musica è sempre qualcosa di fortemente legato alla cultura (e non solo) del proprio tempo e tutt’altro che “neutra” davanti alla Storia con la S maiuscola. Basti pensare al ruolo del melodramma di Verdi nel Risorgimento italiano o a quanto certa canzoni abbiano funto da colonna sonora delle proteste giovanili del Sessantotto. Ma qui mi fermo.
Altra cosa, invece, è la riflessione sulla prima parte del quesito. Quesito che non è semplice, anche perché – come ben sappiamo – della musica antica conosciamo pochissimo.
Ricorderei, comunque, il legame indissolubile di tradizione greca tra la poesia e la musica, anch’essa legata alla sfera divina di Apollo e delle Muse. Anzi, l’inventore – se così possiamo dire – della poesia, il mitico Orfeo, era anzitutto un suonatore di lira, lo stesso strumento che accompagnava le performances dei poeti lirici monodici e corali, e in qualche caso ritmava i versi di aedi e rapsodi epici. Il teatro tragico e quello comico ateniese (con i loro celeberrimi cori), come pure mimi e pantomime romani erano manifestazioni inconcepibili senza musica. Così come lo erano i sacrifici, le celebrazioni pubbliche e – perché no? – i banchetti privati.
E che la musica facesse parte dell’educazione dei giovani (in Grecia soprattutto, ma anche a Roma: Quintiliano docet) con l’imprimatur pedagogico di filosofi e dintorni già lo si è capito dal testo da analizzare, che – come accennavo prima – menziona anche i canti di guerra e di lavoro. Qui sarebbe stato possibile, allo studente più accorto, menzionare le elegie guerresche dello spartano Tirteo (VII sec. a.C.), accompagnate dal suono del flauto (αὐλός, aulòs), oppure accennare all’influsso dei canti di lavoro e pastorali sulla tradizione bucolica greca (Teocrito) e latina (Virgilio).
Ma ora la finisco davvero, anche perché i giovani matematici intenti nel loro compito richiamano la mia attenzione: vogliono fogli aggiuntivi, devono andare in bagno etc. Per fortuna non vogliono – almeno loro – i miei consigli, che sarebbero in questo caso il miglior viatico per un sicuro disastro.