La Defensione di Dante: un atto filologico controcorrente
Nel Cinquecento, il nome di Dante Alighieri non godeva della venerazione linguistica che gli è oggi unanimemente attribuita. L’alto valore poetico della Commedia era riconosciuto, ma il suo stile composito e linguistico era oggetto di dure critiche, in particolare da parte di Pietro Bembo. Nelle Prose della volgar lingua (1525), Bembo aveva escluso Dante dal novero dei modelli esemplari per la lingua italiana, preferendogli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa. La lingua del poema dantesco appariva ai suoi occhi troppo aspra, discontinua, ibrida: una commistione di latino e volgare, con arcaismi e neologismi.
Contro questa posizione si erge Niccolò Liburnio. Nella Defensione di Dante, posta in chiusura del primo libro de Le Tre fontane (Venezia, 1526), egli compie un gesto filologico coraggioso, difendendo la lingua del poeta fiorentino contro l’autorità di Bembo.
Scrive con tono polemico: «È veramente gran meraviglia che ‘l Bembo dica Dante usar parole vecchie del tutto tralasciate, conciò sia che esso medesimo usi poi molto volentieri le dizioni dantesche oggidì da toschi poste ad oblivione perpetua»[1].
Liburnio non contesta le difficoltà della lingua dantesca, ma ne rivaluta la complessità, l’ingegno, la capacità espressiva. Anzi, osserva che l’apparente durezza del linguaggio è sempre temperata dal controllo e dalla precisione del poeta: «Dante Alighieri a tempo e luogo vi sapprà dimostrar nel comporre giunture con splendori intercise e membra leggiadramente intiere»[2].
Nel cuore di un dibattito egemonizzato dalla ricerca di purezza e di uniformità, Liburnio oppone un’idea di lingua letteraria stratificata e storica, fatta di tensione, di mescolanza, di forza.
La Spada di Dante: il poeta come guida morale

L’omaggio a Dante da parte di Liburnio trova una sua ulteriore articolazione in un’opera successiva, La Spada di Dante (Aldo Manuzio, Venezia 1534). Si tratta di un libretto nato come epistola a una nobildonna di Parma, Rodiana, fervente ammiratrice del poeta. Il titolo stesso dichiara con efficacia il contenuto e il tono: «LA SPADA DI DANTE Alighieri, Poeta fiorentino, per M. Niccolò Liburnio in tal modo raccolta; OPERA utile a fuggire il vizio, et seguitar virtù»[3].
L’opera si presenta come una selezione di passi tratti dalla Commedia, accompagnati da riflessioni morali. Liburnio costruisce un vero e proprio manuale etico, utilizzando Dante come autorità non solo poetica, ma spirituale e pedagogica. In questa lettura, Virgilio è la personificazione della filosofia morale e Dante stesso assume un ruolo profetico, simbolo della giustizia, della rettitudine e della sapienza cristiana.
Un passaggio emblematico ne riassume il valore: «La Commedia è specchio della vita umana, immagine della verità che insegna a fuggir dalle scellerità, et accostarsi al bene et beato vivere»[4].
La Spada di Dante non è dunque un mero esercizio di esegesi letteraria, ma uno strumento etico: restituisce al poema la sua umanità e attualità, rafforzando l’idea di Dante come guida e maestro di vita. Non solo una penna da imitare, ma un cuore da seguire.
L’idea di lingua plurale: una proposta umanistica
La proposta linguistica di Liburnio si distacca nettamente dalla rigidità del modello bembiano, per abbracciare una visione dinamica e plurale del volgare. L’autore, pur non rinunciando a una struttura grammaticale sistematica, espressa ne Le Tre fontane, sostiene con decisione che la lingua viva si definisce attraverso l’uso, la varietà, il tempo, il contesto.
Nel proemio dell’opera, rivendica esplicitamente il carattere accessibile e umile del suo lavoro: «[…] potrà essere agli disianti di venire ad alcuna intelligenza e ragione della tosca loquela»[5].
Questo orientamento empirico anticipa una filologia moderna: il valore di un modello linguistico non risiede nell’astrazione normativa, ma nella sua aderenza al parlato, alla storia, alla cultura. La triade Dante, Petrarca, Boccaccio, che organizza l’impianto de Le Tre fontane, non è solo un omaggio erudito, ma la restituzione della ricchezza e della complessità del volgare letterario.
In tal senso, Liburnio può essere considerato uno dei primi teorici della pluralità linguistica italiana. La sua posizione è lontana dalla standardizzazione, vicina invece a un’idea di lingua che include e valorizza la varietas, che accetta l’uso vivo accanto al modello codificato, e che guarda a Dante come figura fondativa di una lingua letteraria stratificata, inventiva, popolare e profonda.
Tra corti e grammatiche: una lingua per comunicare
Chi erano i destinatari ideali dell’opera di Liburnio? Non certo i mercanti o i parlanti comuni, ma gli autori-lettori della nuova corte veneziana e italiana. Come osserva Guglielmo Barucci, Le Tre fontane e Le Vulgari elegantie (trattato in volgare ispirato alla norma latina, composto da Niccolò Liburnio intorno al 1521) furono pensate per fornire gli strumenti per cimentarsi nella nuova pratica sociale della scrittura epistolare, della poesia cortigiana, della retorica pubblica. Le opere grammaticali di Niccolò Liburnio, dunque, probabilmente hanno dei destinatari ideali, ovvero tutti coloro che facevano parte dello stesso ambiente veneto a cui il grammatico apparteneva: ciò è confermato dal fatto che «ne Le Tre fontane siano lemmatizzati Frioli con l’indicazione cioè la patria»[6]. È proprio all’interno di questa comunità colta e selezionata, in cui le esigenze comunicative si facevano sempre più sofisticate, che le grammatiche di Liburnio trovarono spazio e funzione. Come rileva ancora Barucci, «le opere di Liburnio […] assolsero dunque il compito di fornire a questa nuova tipologia di lettori-autori gli strumenti per cimentarsi nella nuova pratica sociale»[7].
Liburnio conosceva bene questo mondo: fu ospite del cardinale Bibbiena, amico di Paolo Giovio e di Matteo Bandello, correttore per Aldo Manuzio, frequentatore delle corti di Udine, Bruges, Roma. È anche in questa dimensione di viaggiatore e mediatore culturale che va letta la sua opera linguistica: come strumento per orientarsi in un’Italia linguistica ancora frammentata, ma già bisognosa di un comune codice di comunicazione.
Nel corso della sua produzione, e in particolare nelle due grammatiche principali (Le Vulgari elegantie, 1521, e Le Tre fontane, 1526), emerge con chiarezza l’incapacità, o meglio, la riluttanza, dell’autore a scegliere un’unica varietà linguistica da elevare a norma. Più volte egli oscilla tra il toscano e il fiorentino, tra l’uso corrente e la lingua dei trecentisti, senza prendere una posizione netta. Liburnio sembra creare un ulteriore tormentone linguistico nel dibattito tra fiorentino e toscano. Questa incertezza non è segno di debolezza, ma piuttosto di consapevolezza: egli ha ben presente che la lingua è un organismo vivente, soggetto a mutamenti continui, e che una codificazione troppo rigida rischia di svuotarne la vitalità. Per questo motivo propone, invece di un unico modello, un triangolo virtuoso: Dante per la lingua dell’eloquenza morale e dotta, Petrarca per l’amore e la lirica, Boccaccio per la prosa civile.
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Bibliografia
N. Liburnio, Le vulgari elegantie, Le tre fontane, a cura di G. Barucci, Res, San Mauro Torinese 2005
N. Liburnio, Le Tre fontane, Aldo Manuzio, Venezia 1526
N. Liburnio, La spada di Dante, Aldo Manuzio, Venezia 1534
Note
[1] N. Liburnio, Le Tre fontane, Aldo Manuzio, Venezia 1526, c. 32v.
[2] Ibid.
[3] N. Liburnio, La spada di Dante, Aldo Manuzio, Venezia 1534, frontespizio.
[4] Ibid., Proemio.
[5] Liburnio, Le Tre fontane, cit., c. 2r.
[6] N. Liburnio, Le vulgari elegantie, Le tre fontane, a cura di G. Barucci, Res, San Mauro Torinese 2005, p. 301.
[7] Ivi, p. 208.