Introduzione: una voce laterale nel Cinquecento linguistico

Nel ricco e tormentato panorama linguistico del Cinquecento italiano, un secolo attraversato dalla tensione tra latino e volgare, tra imitazione e innovazione, tra fiorentinismo e pluralismo, la figura di Niccolò Liburnio si impone come quella di un artigiano solitario, studioso rigoroso e insieme viaggiatore curioso. Di lui si sa poco: nato a Timavo, nei pressi di Venezia, nel 1474, e morto nel 1557 nella stessa città, fu sacerdote, correttore per la celebre tipografia aldina e autore di testi grammaticali e poetici, oggi ingiustamente trascurati.
La sua opera maggiore, Le Tre fontane, pubblicata a Venezia nel 1526 per i tipi di Aldo Manuzio, si presenta come un vocabolario sui generis, un lessico alfabetico costruito attorno a tre grandi modelli del Trecento: Dante, Petrarca e Boccaccio. È questa l’immagine guida del libro: le tre fontane della lingua volgare, le sorgenti primarie da cui attingere per purificare e elevare la lingua italiana.
Ma Le Tre fontane non è solo una raccolta lessicale. È anche un trattato grammaticale, retorico e stilistico, un manifesto della varietà e ricchezza della lingua italiana, nonché un atto d’amore e difesa verso Dante Alighieri, in un’epoca che lo guardava con sospetto, quando non con disprezzo.
Ritratto intellettuale: un umanista empirico
Niccolò Liburnio non fu un letterato da salotto, ma un uomo in continuo movimento. Visitò le principali città della Toscana, Lucca, Siena, Pisa, non per diletto, ma per ascoltare. Come lui stesso scrive, si era accorto che tra l’uso toscano vivo e la lingua degli autori trecenteschi esisteva una frattura, spesso ignorata dai puristi della lingua:
«Passando per Siena, aveva notato che la gente, parlando per strada, usava imperfetti di verbi soggiontivi […] del tipo sarebbeno, fossino, potrebbero, starebbero, e la terza persona plurale dell’indicativo presente era credeno, attendeno, concorreno, mentre in Boccaccio aveva letto sempre sarebbono, fossono, volessono, potrebbono, starebbono, credono, attendono, concorrono»[1].
Tale osservazione, registrata anche in Le Vulgari elegantie (1521), costituisce un segnale importante: Liburnio è uno dei pochi studiosi dell’epoca ad adottare un approccio empirico, fondato sul confronto tra lingua scritta e lingua parlata, tra norma letteraria e uso vivo. In un tempo in cui si discuteva di quale fosse la miglior lingua, toscano, fiorentino, volgare cortigiano, Liburnio non si schiera nettamente, ma documenta, osserva, trascrive. E forse proprio per questo, la sua posizione risulta oggi preziosa.
Il progetto de Le Tre fontane

Le Tre fontane di Messer Liburnio in tre libri divise, sopra la grammatica et eloquenza di Dante, Petrarcha et Boccaccio è il titolo completo dell’opera del pievano Niccolò Liburnio, pubblicata a Venezia presso la tipografia di Aldo Manuzio nel 1526[2]. Si tratta, in sostanza, di un lessico alfabetico che raccoglie vocaboli tratti dalle opere dei tre autori, ma non si limita a una mera elencazione: Liburnio ne discute l’uso, la forma, la pronuncia, l’efficacia retorica, collocandoli in un quadro più ampio di riflessione linguistica e stilistica.
Questa impostazione rende l’opera un unicum nella storia della lessicografia italiana. Non è ancora un dizionario moderno, ma già se ne avverte l’intento pedagogico e normativo. Le Tre fontane rappresentano una tappa decisiva nel processo che condurrà alla codificazione della lingua italiana, anche se con una prospettiva non bembiana.
Inoltre, l’organizzazione alfabetica dei lemmi rappresenta una novità sostanziale rispetto ai precedenti tentativi di raccolta lessicale, che si affidavano spesso a strutture tematiche o a liste disordinate. L’ordine, la sistematicità e il rigore formale di Liburnio testimoniano una mentalità pre-scientifica, orientata alla classificazione e alla comunicazione del sapere.
Liburnio contro Bembo: due visioni della lingua italiana
Nel panorama delle riflessioni linguistiche cinquecentesche, la posizione di Pietro Bembo è centrale e dominante: le sue Prose della volgar lingua (1525) fissano il canone del volgare illustre, selezionato e idealizzato a partire dal modello stilistico di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa. In questa prospettiva, Dante, pur grandissimo poeta, è escluso dalla norma grammaticale e lessicale, in quanto ritenuto troppo eterogeneo, popolare, perfino «plebeo» nel gusto linguistico.
Liburnio si muove in una direzione opposta. La sua opera Le Tre fontane (1526), pubblicata appena un anno dopo le Prose, si fonda invece proprio sulla centralità di Dante, non solo come poeta, ma come autore dotato di autorità linguistica. Il titolo stesso dell’opera, che mette insieme Dante, Petrarca e Boccaccio come tre sorgenti della lingua, è una risposta implicita all’impostazione bembiana, che invece escludeva apertamente Dante da ogni funzione normativa.
Ancor più rilevante è la differenza di metodo. Bembo adotta un criterio astratto, filologico, volto alla codificazione di una lingua ideale, lontana dall’uso vivo. Liburnio, al contrario, parte dalla concretezza della parola in atto: analizza forme grammaticali, paragona espressioni, osserva l’uso popolare nei suoi viaggi in Toscana, registra varianti e ne discute le implicazioni. Mentre Bembo cerca un modello stabile, chiuso, normativo, Liburnio propone un modello aperto, dinamico, empirico.
Pur non citando mai direttamente Bembo, l’opera Le Tre fontane può essere letta come una forma di resistenza a quella visione esclusiva e selettiva della lingua che stava progressivamente affermandosi. In tal senso, Liburnio non è solo un grammatico dimenticato, ma anche un testimone precoce della complessità linguistica dell’Italia del Cinquecento, e di una tradizione alternativa alla canonizzazione bembiana.
Bibliografia
C. Marazzini, L’ordine delle parole. Storie di vocaboli italiani, il Mulino, Bologna 2009
G. Beltrami, D. Gasparotto, Aldo Manuzio. Il Rinascimento di Venezia, Marsilio, Venezia 2016
Note
[1] C. Marazzini, L’ordine delle parole. Storie di vocaboli italiani, il Mulino, Bologna 2009, p.59.
[2] Quest’opera, come le precedenti e successive di Liburnio stampate presso Aldo Manuzio, presentano un carattere corsivo: esso venne impiegato per la prima volta su sette esemplari prodotti nel 1502 e tre nel 1501, tra cui l’Eneide Virgiliana del 1501, che fu dunque la prima edizione in ottavo e in carattere corsivo. Aldo Manuzio utilizzò il corsivo per «rendere il libro più user-friendly imitando la scrittura a mano», G. Beltrami, D. Gasparotto, Aldo Manuzio. Il Rinascimento di Venezia, Marsilio, Venezia 2016, p. 14.