“L’eredità” di Michela Murgia: radici, soglie, circolarità

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Terzo articolo e terzo racconto tratto da “Anna della pioggia” di Michela Murgia: radici, scelte, trasformazione e la sfida di dare forma al proprio destino. Pensando a Pavese.

paesaggio mediterraneo

Ci sono titoli che non si limitano a introdurre un racconto, ma ne sono già interpretazione. Così accade con L’eredità di Michela Murgia. Non si tratta semplicemente di “eredità” in senso generico: l’articolo determinativo fa la differenza. La differenza è sottile ma decisiva: indica non un bene indeterminato, ma un vincolo preciso, qualcosa che appartiene in maniera irripetibile al protagonista e che nessun altro potrebbe ricevere nello stesso modo. Con quell’articolo determinativo, Murgia allude all’inevitabilità dell’appartenenza, a un compito che non si può eludere.

Se Pavese, come vedremo, parla di “un paese” (quasi a significare un’aspirazione vaga e mai compiuta), Murgia pone il suo personaggio davanti a l’eredità come realtà determinata, concreta, inaggirabile. È un dato che orienta e insieme vincola, che non lascia spazio all’astrazione.

Il lettore avverte subito che l’eredità in questione non si esaurisce nell’aspetto materiale: le pecore ricevute dal padre sono segno di un’eredità più ampia, che è familiare, generazionale, spirituale. L’eredità è, in fondo, l’intero bagaglio che costituisce e precede: la terra, i gesti, le passioni, persino i limiti sono trasmessi. Un’eredità non è mai solo un dono, è sempre anche responsabilità.

Padre, figlio, scelte: l’eredità come orientamento

Il racconto si sviluppa intorno a una dialettica di agentività: quella del padre e quella del figlio. Il padre ha immaginato per il figlio una strada diversa, segnata dallo studio e dal prestigio sociale. Ha sognato che diventasse avvocato, e il figlio lo è diventato. È come se il padre avesse voluto interrompere la catena della pastorizia, aprire una nuova possibilità di emancipazione.

Il figlio, tuttavia, sceglie di tornare al gregge. Ma non lo fa per fallimento o per nostalgia sterile: lo fa come atto di libertà. Non si limita a subire un destino, ma prende in mano le pecore e dichiara: «Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore».[1] La differenza è radicale. Non “essere costretto” a fare il pastore, ma scegliere di esserlo.

In questa dinamica si manifesta il senso orientativo del racconto. Orientarsi significa, alla lettera, trovare un punto da cui partire. La parola viene da orior, “sorgere”, e richiama l’idea di un inizio, di qualcosa che prende forma. Orientarsi è quindi scegliere una direzione possibile, non in astratto, ma dentro una storia già avviata. Il figlio si orienta scegliendo: accoglie un vincolo ereditato, ma lo trasforma in vocazione. La libertà non consiste nell’azzerare il passato, ma nel rileggerlo e nel riappropriarsene.

L’eredità, nel racconto di Murgia, non coincide soltanto con ciò che viene ricevuto e che sembra fissare il destino di chi resta. È anche qualcosa che si può scegliere di assumere, trasformandolo in una responsabilità personale. In questo senso non è un peso che immobilizza, ma un’occasione che aiuta a prendere una direzione, a dare forma al proprio cammino.

Pavese e Murgia: tra “un paese” e “l’eredità”

Il confronto con Cesare Pavese, e con le pagine iniziali de La luna e i falò (1950), aiuta a comprendere meglio la portata del titolo scelto da Murgia. Il romanzo racconta il ritorno di Anguilla, emigrato in America, nel paese delle Langhe in cui è cresciuto. È la storia di un uomo che cerca un radicamento, un luogo che possa ancora chiamare “suo”, ma scopre presto l’impossibilità di ritrovarlo. Alla fine del primo capitolo Pavese affida al protagonista un’affermazione, quasi filosofica, divenuta celebre:

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.[2]

Queste parole sono spesso citate come un inno al legame con la terra d’origine, ma dentro il romanzo assumono un significato più amaro. Anguilla parla infatti di un paese, con l’articolo indeterminativo, e questo segnala che non si tratta di un luogo definito e reale, ma di un’aspirazione vaga, un bisogno che non trova mai compimento. La sua condizione è quella che potremmo chiamare di inappartenenza universale. Anguilla non ha radici perché non le ha mai avute: è un “bastardo”, un trovatello, non si sa davvero da dove venga. Proprio per questo non riesce a sposarsi, a dare continuità, ad affermare una discendenza. Ovunque vada resta sempre straniero, segnato da una mancanza originaria che lo accompagna come un destino.

Il titolo del racconto di Murgia, al contrario, si muove in direzione opposta. Non parla di “un’eredità”, come se fosse una possibilità tra le altre, ma di l’eredità. L’articolo determinativo restituisce concretezza e vincolo: indica qualcosa di preciso, ineludibile, che il figlio riceve e che nessuno potrebbe ricevere nello stesso modo. Dove Anguilla guarda a un paese che resta sempre altrove, il protagonista di Murgia si trova di fronte a un’eredità che è lì, presente e reale, e che chiede di essere accolta.

Il contrasto è netto. Pavese mette in scena un uomo che porta dentro di sé una mancanza insanabile, mentre Murgia racconta un figlio che sceglie di farsi carico di ciò che riceve. Se Anguilla rimane sospeso nell’assenza di radici, il protagonista di L’eredità trova nella continuità familiare non una condanna, ma la possibilità di un radicamento generativo.

Radici sarde, tessiture d’arte

Ogni racconto di Michela Murgia porta con sé le radici della sua terra: la Sardegna. Non una Sardegna oleografica, da cartolina, ma una terra densa di simboli, miti e memorie che continuano a risuonare nella scrittura. È la stessa Sardegna evocata da artisti come Maria Lai e Antonio Marras, che Murgia ha spesso sentito vicini, perché capaci di restituire, con linguaggi diversi, un’identità non statica ma sempre in trasformazione.

Maria Lai, con le sue opere tessili, ha trasformato il filo in un linguaggio simbolico e relazionale. Un’opera significativa è Il Dio distratto (1994)[3], un libro cucito che nasce dal lungo rapporto personale e intellettuale con Giuseppe Dessì, suo vicino di casa a Roma per vent’anni. Fu lui, scrittore di miti e leggende sarde, a comporre la Leggenda del Sardus Pater e a dedicarle il racconto mitologico Figlia di un dio distratto. Lai ne fece un’interpretazione per immagini, cucendo su stoffa figure simboliche che trasformavano la parola scritta in trama e memoria. In quel mito, un dio che si fa uomo genera le janas, piccole fate tessitrici: per l’artista, quel gesto diventa allegoria del proprio stesso lavoro, un continuo tessere legami tra uomini, donne, natura e storia. Non è un caso che Lai abbia sempre concepito l’arte come “arte di relazione”, capace di cucire comunità e di ridare senso all’appartenenza.

Un’analoga sensibilità si ritrova nell’opera di Antonio Marras, che intreccia moda, memoria e arti visive. Con Archivio provvisorio (2011) ha realizzato un’installazione imponente, una sorta di diario tridimensionale fatto di abiti, fotografie, oggetti quotidiani e materiali tessili. Non un museo privato, ma un atlante affettivo che custodisce e rielabora la memoria personale e collettiva. Proprio osservando un lavoro di Marras, come ha notato Alessandro Giammei[4], Murgia trovò l’occasione che la portò a scrivere L’eredità. Il racconto nasce dunque all’incrocio con le arti visive della sua terra, che mostrano come l’eredità non sia mai un deposito morto, ma un filo da riannodare e reinventare.

È qui che il dialogo con Maria Lai diventa ancora più evidente. Come nei suoi libri cuciti la parola si trasforma in filo e il filo in racconto, così in Murgia l’eredità diventa materia narrativa: non un peso inerte, ma un tessuto vivo, che richiede mani capaci di proseguire la trama. Nei gesti delle janas del mito rielaborato da Lai, che insegnano alle donne l’arte della tessitura, possiamo riconoscere la stessa dinamica che Murgia mette in scena nel racconto: un sapere ricevuto e poi trasformato in compito personale. Come nelle opere di Maria Lai, anche qui l’eredità è un filo che attraversa il tempo: non un ordito immobile, ma una trama che può essere riannodata e reinventata.

Il pastore, l’ovile e la soglia

L’immagine del pastore e delle pecore, presente nel racconto, porta inevitabilmente con sé una risonanza biblica. Non solo il pastor bonus evangelico, ma un’intera simbologia che riguarda la vita del gregge, il recinto, la soglia. In God Save the Queer Murgia riflette a lungo su questa immagine, che sembra essere un filo conduttore del suo “catechismo femminista”. Scrive:

Nell’ovile c’è il riposo, il sonno tranquillo, le compagne l’una accanto all’altra a scaldarsi con il respiro e con il pelo, gli agnelli al sicuro, la protezione di una sporgenza di roccia o della pergola di frasche intrecciate che stempera l’umido della notte. L’ovile però ha un difetto: dentro non c’è cibo. Per mangiare occorre uscire e camminare all’aperto. Fuori dall’ovile ci sono il prato, l’erba tenera, la fonte fresca, il nutrimento e il movimento, in una parola: la vita.[5]

Il gregge vive nell’alternanza tra il dentro e il fuori. L’ovile protegge, ma non nutre. Per vivere occorre uscire, rischiare, affrontare l’aperto. Il pastore è colui che accompagna in questo movimento, che custodisce ma non trattiene. Murgia aggiunge: «La vita delle pecore è garantita dal movimento tra il dentro e il fuori, non dalla stasi»[6]. E ancora: «La pratica della soglia, la queerness che rigetta l’appartenenza a un unico recinto, è pratica cristologica e Gesù la rivendica proprio mentre sta vivendo in prima persona il suo pericoloso “entrare e uscire” tra Giudea e Galilea»[7].

Alla luce di queste pagine, il gesto del figlio che sceglie di diventare pastore assume un valore ulteriore. Non è il segno di una condanna al recinto, ma l’assunzione consapevole di una soglia. Diventare pastore significa imparare a vivere nell’alternanza, nel ritmo tra il custodire e l’aprire, tra il proteggere e il rischiare. Il pastore non è, allora, il guardiano di un recinto chiuso, ma colui che accompagna nel varco: l’eredità diventa allora cammino, apertura, attraversamento.

Circolarità ed etimologie

La struttura narrativa del racconto è circolare. Si parte da un padre che affida un’eredità, si passa attraverso un figlio che percorre strade diverse, si ritorna infine al gregge. Ma il ritorno non è identico al punto di partenza: è trasformato dalla scelta, dalla consapevolezza, dall’esperienza.

La circolarità non è dunque ripetizione, ma rinascita. È la logica della vita contadina, scandita dalle stagioni; è la logica biblica della Pasqua, morte e risurrezione; è la logica stessa dell’orientamento, che non cancella il passato ma lo reinterpreta. Qui il titolo trova la sua sintesi finale. L’eredità non è solo il bene ricevuto, ma il cerchio che si chiude e si riapre, il recinto che delimita e al tempo stesso permette di uscire.

L’etimologia lo conferma in modo sorprendente. Secondo Pokorny[8] la radice indoeuropea *gher- significa “afferrare, prendere, racchiudere, comprendere”, e nel suo ampliamento gher-dh- indica il “luogo recintato”. Da essa derivano il greco χείρ (mano), il latino heres (erede), il greco χόρτος (recinto, pascolo), il latino hortus (giardino).

Ereditare significa dunque insieme afferrare e recintare: prendere e custodire, possedere e abitare un limite. È un gesto duplice. Appropriazione e vincolo, libertà e confine. Così il protagonista del racconto: prende in mano ciò che il padre ha lasciato, ma non vi resta prigioniero, perché lo trasforma in soglia, in movimento, in possibilità.

Per Murgia l’eredità non è un peso, ma un passaggio: come il gregge che esce dall’ovile o il filo che continua la trama, è movimento che precede e attende. È in questo attraversamento che può prendere forma la libertà di ciascuno.


Note

[1] M. Murgia, Anna della pioggia, Einaudi, Torino 2024, p. 117.

[2] C. Pavese, La luna e i falò, Einaudi, Torino 2014, p. 6.

[3] M. Lai, Il dio distratto. I doni delle minuscole fate, Arte Duchamp, Cagliari 1994.

[4] Alessandro Giammei è il curatore della raccolta M. Murgia, Anna della pioggia, op. cit.

[5] M.Murgia, God Save The Queer. Catechismo femminista, Einaudi, Torino 2022, pp. 113-114.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 115.

[8] Il riferimento è al suo Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, pubblicato nel 1959, consultabile online.


Le letture degli altri racconti sono qui:

La crisalide, il miracolo e la crepa. Su “Miracolo” di Michela Murgia

“Anna della pioggia”, o della grazia sommersa

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Alessio Trevisan

Insegnante di Lettere in una scuola secondaria di primo grado a Settimo Torinese. Pedagogista. Ritiene che insegnare abbia sempre a che fare con l’educazione e con la ricerca. Ha lavorato come educatore, animatore socio-culturale e orientatore nella provincia di Torino. Scribacchia poesie per dirsi e dire il mondo. Tra le sue passioni: i fili rossi che tengono insieme le esperienze, il mondo classico, la poesia contemporanea, l’orientamento, la valutazione, l’educazione linguistica, la didattica e la didattica della letteratura, l’editoria scolastica. «I care» è per lui non solo un motto, ma un progetto politico di scuola e di società.

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