
Il racconto che dà nome alla raccolta postuma di Michela Murgia – Anna della pioggia – è un testo breve, denso e limpido come l’elemento che lo attraversa: l’acqua. O forse dovremmo dire: le acque.
Anna correva mentre fuori cadeva la pioggia, e a Milano la pioggia era sempre un sollievo. […]. A Milano la pioggia era sempre un sollievo, sì, e c’era qualcosa di pacificante nel sapere che quella città accettava la pioggia come un dato di fatto. […]. Anna quando pioveva si metteva a correre, e fosse chiaro: correva solo se pioveva.1
Pioggia, fontane, lavastoviglie, gocce: ogni occorrenza acquatica è insieme presenza fisica e traccia simbolica, richiamo metonimico a un’esperienza spirituale che si muove tra corpo, memoria e salvezza. Tutto si gioca sulla semantica e la semiotica dell’acqua.
L’acqua come metafora spirituale e di identità
La storia di Anna prende forma attraverso le sue corse sotto la pioggia, sempre in orari marginali dalla frenesia milanese: le dieci del mattino, le sette di sera, la notte fonda. Dopo la prima corsa sotto un acquazzone, ogni pioggia diventa invito a uscire, bagnarsi, attraversare la città. L’atto fisico del correre si trasforma in rituale: un attraversamento che mette in gioco corpo, senso e identità.
Il racconto è scandito dalla comparsa di tre oggetti-simbolo: un ombrello, una lavastoviglie, una fontana. L’ombrello, offerto da uno sconosciuto, rappresenta lo spazio del confine: è protezione, ma anche invasione. È il rifiuto dell’altro in nome della sicurezza, il gesto ambiguo dell’aiuto maschile che potrebbe preludere a una violenza. Eppure no: con Murgia, il pericolo non prende mai le strade più ovvie. Altre corde vibrano.
In fondo che cosa aveva visto in quell’uomo che potesse suggerire l’idea di una minaccia? Che stesse diventando razzista pure lei senza rendersene conto? Eppure era certa che non fosse stato il colore della pelle. Era stata quella prepotenza di lui, dell’uomo, nel volerla riparare a tutti i costi, volente o nolente. Dopotutto, se gli aveva detto di no era no, se una ha voglia di morte in preda ai broncospasmi è suo diritto. Perché uno deve volerti riparare dalla pioggia anche se non vuoi?. (p. 11-12.)
Simbolismo degli oggetti: ombrello, lavastoviglie, fontana
La lavastoviglie, osservata da Anna attraverso la finestra di una casa sconosciuta, assume un valore quasi profetico. È la metafora di un continuo lasciarsi ripulire, o del tentativo di trovare una disposizione interiore che consenta la purificazione. Fare la lavastoviglie diventa gesto teologico: chi la carica con metodo e rigore è un “ateo liturgico”, chi lo fa in modo casuale, sperando nel risultato, somiglia più a un credente. La visione notturna di Anna si ferma su questo dettaglio domestico e lo trasforma in rivelazione.
Anna si lasciava scorrere addosso la pioggia fredda senza reagire, e sotto l’acqua era come se lei stessa fosse diventata un piatto del cestello, una stoviglia che qualcuno si era scordato di togliere, che continuava a fare cicli di lavaggio ad oltranza, logoranti e inutili, incantati su sé stessi. (p. 26.)
L’ultimo simbolo, la fontana. È quella del parco Indro Montanelli, che chiude il racconto. Qui, la traiettoria narrativa si completa: dalla pioggia all’immersione, dal correre al fermarsi, dal bagnarsi al lasciarsi bagnare. È un battesimo laico e radicale, che non redime ma libera. Anna, nuda, si immerge. Scende negli abissi. Lì dove nulla pesa più. Dove non c’è niente da spiegare. Solo da stare. Anna è antifrasi di Narciso: di fronte al suo specchiarsi non impazzisce, ma assume consapevolezza di sé.
Su quello specchio vide dapprima il proprio volto, i capelli sciolti e sottili delle bionde vere, che non c’è balsamo buono a sostenerli. Poi vide l’azzurro riflesso oltre il suo volto, un celeste timido arricchito dalle sfumature verde muschio che le alghe corte sul fondale della fontana lasciavano appena intravedere. […]. Si vide Anna, riflessa nell’acqua: si vide nella come non era e non si sentiva da mesi, osservandosi con gli occhi lievi di una fontana senza fronzoli. (p. 37)
Il nome Anna
Il suo nome lo suggerisce già: Anna, חַנָּה (Channah) in ebraico, significa grazia, favore. È un dono che arriva con il tempo, con la fatica. Come la maternità per sant’Anna, che la tradizione cristiana lega alla pazienza e alla generazione. Anche l’Anna murgiana è paziente: non si lamenta, non esplode, ma regge. Il suo è un dolore intimo e nascosto, come le fotografie del suo passato, ritrovate dentro un vecchio portabiscotti. Anna è anche un nome palindromo, che si specchia e si cerca da un capo all’altro: nella corsa, nella pioggia, negli oggetti. Una simmetria imperfetta che contiene la tensione dell’identità.
Spiritualità incarnata e la città di Milano
Come in tutta la produzione di Michela Murgia, anche in questo racconto la spiritualità non è dogmatica, ma incarnata. La fede è una lente per leggere la realtà, non per escluderla: si fa domanda, dubbio, corpo. L’amore per il divino, il mistero si intreccia all’urgenza di cura, di dissidenza, di attrito con ciò che è.
Per questo alcune domande fanno veri e propri viaggi della speranza per evitare questa fine, attraverso gli anni aggrappate al barcone di dimenticanza, si nascondono dietro un sorriso perso, coltivano un istinto di sopravvivenza così forte da meritarsi alla fine lo status di rifugiati politici, e tu le conservi senza chiedere mai il loro nome; sperando che la risposta giusta per loro arrivi prima che morte non si separi, possibilmente non mentre sei distratta ad allacciarti le scarpe da ginnastica per uscire a correre. (p. 21)
La cornice del racconto è Milano, che non è solo sfondo, ma co-protagonista silenziosa. Ambientazione che integra la sua complessità col viaggio umano, ordinario e spirituale della protagonista.
Milano è una droga sintetica, chimica in modo elegante, […], nel modo in cui lo sono certi medicinali dai nomi che finiscono in consonanti, efficaci ma pieni di controindicazioni. (p. 16)
È strana Milano. Ammala, e mentre ammala guarisce. (p. 39)
È una città che si attraversa come un corpo estraneo da abitare, eppure non del tutto ostile. In Anna della pioggia, Milano si mostra nella sua ambivalenza: ordinata e sfibrante, ma anche capace di bagliori di bellezza, di improvvisi squarci d’intimità, di colori che superano ed espandono il grigio. Non è inferno, né paradiso: è uno spazio di passaggio, una soglia. Ricorda il limbo o il purgatorio dantesco, ma non come luogo di pena — piuttosto come condizione di sospensione. Qui nulla è definitivo, tutto è in attesa. Si può respirare, persino affezionarsi, ma si resta sempre un po’ in bilico.
La pioggia, le luci filtrate, le piccole routine quotidiane, gli orari marginali in cui Anna corre: ogni dettaglio restituisce la città come luogo di transito e trasformazione. Milano diventa un paesaggio esistenziale dove il corpo prova a riorientarsi, dove la salvezza non è data, ma si prepara, come una possibilità lenta, umida, discreta.
In Anna della pioggia si avverte, così, quella ontologia dell’ossimoro tipica di Pavese, cioè la contraddizione, l’ossimoro come essenza dell’esistere. È un filo rosso che percorre anche L’accabadora, forse il romanzo di Murgia più pavesiano per impianto antropologico e tensione ontologica.
Una catabasi che promette risalita
Il racconto, sotto questa prospettiva, assume i contorni di un rito di passaggio: una catabasi che si fa anabasi. Una discesa per risalire. Anna è una novella Angela da Foligno, che non cerca la purificazione nel chiostro ma nella metropoli, nel traffico, nella pioggia, nella resistenza del corpo. Come Angela, anche lei conosce la perdita, abita il dolore, attraversa le proprie crepe senza cercare scorciatoie. Il suo è un battesimo reiterato, mai definitivo, fatto di gesti minuti, di pioggia, di asfalto, di ombre mobili sotto i semafori. Non c’è redenzione, ma attraversamento. Come Angela da Foligno, Anna segue una serie di passi che l’avvicinano alla scoperta di sé.
Anna della pioggia custodisce una dimensione insieme mitica e spirituale. È un invito silenzioso a scendere. A stare. A riconoscere le proprie acque profonde. È un racconto “de profundis”, ma anche di grazia sommersa: quella che non si impone, non consola, ma accompagna. Come la pioggia che non smette. E che, a volte, salva.
Note
1. M. Murgia, Anna della pioggia e altri racconti, Einaudi, Torino 2025, p. 5.
[2] Ibidem, p. 11-12.
[3] Ibidem, p. 26.
[4] Ibidem, p. 37.
[5] Ibidem, p. 21.
[6] Ibidem, p. 16.
[7] Ibidem, p. 39.