La crisalide, il miracolo e la crepa. Su “Miracolo” di Michela Murgia

Tempo di lettura stimato: 8 minuti
Continuiamo a leggere Michela Murgia: sempre dall’ultima raccolta, un breve racconto che offre l’occasione di esplorare la poetica della scrittrice e il suo sguardo sulla fragilità dell’esistenza e sulla forza della connessione umana.
foto di cavolaia
Una cavolaia. Foto Pixabay

Nove pagine soltanto, pensi. Le leggo prima di uscire. Le immagini leggere, come il tema che sembrano evocare: le farfalle. E invece, pagina dopo pagina, capisci che questa leggerezza non riguarda ciò che provi leggendola. Perché in questo racconto breve, tutto si fa pesanteur, utilizzando un termine caro a Simone Weil: pesanteur della cura, del dolore, del legame.

Miracolo di Michela Murgia è un testo autobiografico — lo capiamo subito dal nome del fratello, Cristiano — che racconta una scena d’infanzia e la trasforma in un’esperienza simbolica. La scrittura è sobria, tesa, ma capace di custodire emozioni profonde. Dietro la semplicità apparente si muovono domande radicali: sulla diversità, sulla metamorfosi, sul significato del credere. Elementi ricorrenti nell’opera di Murgia, qui condensati in una vicenda minima che lascia aperta una fenditura.

La metafora delle farfalle e il senso della cura

Le prime pagine raccontano il ciclo vitale delle farfalle: la nutrizione dei bruchi, il passaggio alla crisalide, lo schiudersi delle ali. Una narrazione attenta, precisa, partecipe. Il testo evoca — senza confonderli — il gusto barocco per la meraviglia, il tono elegiaco di Gozzano, la lucidità entomologica di Nabokov. Non si tratta di puro esercizio descrittivo: è il gesto amorevole di chi vuole accompagnare, con gli occhi e con la mente, la trasformazione dell’altro. Il racconto comincia nella scienza ma si sporge subito nella domanda esistenziale.

Quando le farfalle spiccano il volo nella stanza, in un pomeriggio d’aprile, i due bambini che hanno assistito al processo si sentono, per un istante, investiti di un potere più grande. Non è arroganza, ma rivelazione. Non sono solo spettatori: sono custodi di una vita che ha avuto luogo.

Mai la Morte s’ebbe
più delicato simbolo di Psiche:
psiche ad un tempo anima e farfalla
scolpita sulle stele funerarie
da gli antichi pensosi del prodigio. [1]

Come nella poesia, anche qui il confine tra essere e non-essere si fa sottile. La crisalide è al tempo stesso passaggio e attesa. Le creature sospese sembrano contenere un’anima, e i bambini, nel vederle trasformarsi, si sentono come in contatto con qualcosa di sacro. La scena ha una forza iconica: la stanza diventa spazio liminale, quasi liturgico.

Ma in mezzo alla perfezione qualcosa si inceppa. Una farfalla resta immobile.

Una farfalla non si era mai alzata in volo, ma era rimasta immobile sulla punta estrema della sua crisalide con la sterilità dispotica di una polena in prua. Tremava come avevano fatto tutte le altre, ma quel fremito non sembrava progettuale. [2]

La crisalide si è aperta, ma la farfalla non riesce a volare. Le sue ali, asciugate nel momento sbagliato, si sono irrigidite. Il tempo della trasformazione non si è compiuto.

L’aria l’aveva asciugata così, consolidando la frattura in modo irreversibile e condannando l’animale a potersi mai alzare in volo. [3]

Fragilità, diversità e ingiustizia

Non è solo la fine di una metamorfosi biologica. È l’irruzione dell’ingiustizia nel cuore di un processo naturale. E la bambina non assiste con distacco: vede in quella cavolaia una creatura unica, irripetibile. La vita avrebbe dovuto fiorire, e invece si è spenta.

Si innesta così una riflessione traslata sul concetto di normalità e diversità. Può vivere solo chi è normale? L’unicità può precludere alla vita, al volo? Quale significato ha, per le nostre vite, l’incontro con il diverso? Come ci si prende cura di qualcosa di fragile? Come si condivide la cura? Come si può essere testimone di un miracolo?

Queste domande, potremmo dire, corrispondono al «so what» dell’episodio autobiografico, alle ragioni profonde del perché si sente l’urgenza di raccontare.

La spietatezza di quel destino mi ferì all’improvviso e in modo feroce; dimenticai di avere davanti una cavolaia come ce n’erano altre mille e vidi invece la mia farfalla, quella precisa tra mille imprecise, che dentro la sua culla-tomba si era preparata per settimane un paio d’ali sventurate che non avrebbe mai sbattuto in volo. [4]

In questa frattura si rivela il nucleo simbolico del racconto: ciò che doveva volare resta a terra, e ciò che sembrava perfetto si incrina. Il sapere dei bambini si rivela impotente, la cura si arresta, e resta solo il pianto condiviso.

La fede semplice e il miracolo mancato

La presenza della nonna è qui decisiva. Figura umile e spirituale, portatrice di una fede semplice, vissuta, quotidiana. Non è una catechista, ma una trasmettitrice silenziosa di un immaginario sacro che si fonde con l’esperienza. È lei, con la sua autorevolezza affettuosa, ad aprire una possibilità: quella di pregare. Di credere, senza sapere.

Chiusi dunque gli occhi e mi giocai tutta l’innocenza dell’infanzia, l’unica arcadia che ci è dato attraversare in vita, in una preghiera che era insieme determinata e illogica: chiesi a Dio che la mia cavolaia risorgesse»

Il miracolo avviene. O così pare. La scatola nel giardino è vuota. La farfalla è volata via. Ma nulla viene mostrato. È qui che si apre quella che Deleuze ha chiamato fêlure silencieuse: una crepa silenziosa, discreta, che a distanza svela il suo potere trasformativo. Non un miracolo spettacolare, ma un evento minuscolo che lascia un’eco lunga.

Tutti questi eventi rumorosi hanno già prodotto i loro effetti nell’immediato; e non sarebbero sufficienti da soli, se non scavassero, non approfondissero qualcosa di una natura del tutto diversa, che invece viene rivelata da essi solo a distanza di tempo, quando ormai è troppo tardi: la crepa silenziosa. [6]

Questa crepa è il cuore simbolico del racconto. La sua funzione non è allegorica, ma strutturale; tiene insieme ciò che rischia di spezzarsi. E così fa anche la lingua di Murgia, che non spettacolarizza. Lavora per adesione e per contatto. Il lessico è preciso, talvolta alto, ma mai distaccato. Ogni termine ha corpo, tempo e densità. È una lingua che accoglie. Dove c’è dolore, non lo drammatizza; dove c’è attesa, non la riempie; dove c’è speranza, non la risolve.

Infanzia, complicità e perdita

Eppure, anni dopo, quella crepa si apre di nuovo. In una lite tra fratelli, Cristiano svela che il miracolo non era mai avvenuto. La farfalla non era volata via: l’aveva tolta lui, per proteggerla. Quello che sembrava un atto sacro si rivela una finzione affettuosa, ma la rivelazione non è liberatoria: è lacerante.

Non è tanto grave scoprire che alcune delle cose che ti hanno fondando […] sono in realtà dei falsi ideologici. Quello che fa davvero male è perdere i complici della propria innocenza. [7]

A questo punto il racconto si apre su un’altra dimensione: la complicità, l’amicizia, il ricordo condiviso. La riflessione sulla qualità dei legami è una delle costanti di tutto il pensiero murgiano. Famiglia è un costrutto sociale che può essere scelto, che può essere costruito lungo l’intero arco di vita. La famiglia biologica resta, permane. La famiglia d’elezione, d’anima è un intrecciarsi di legami che si costruiscono nel tempo, basandosi su un rapporto stretto tra testimonianza, complicità, amore. In un’intervista, Michela Murgia aveva raccontato:

Gli amici che ti fai quando hai quindici, diciassette, vent’anni hanno una qualità, una specialità, che nella vita poi sarà irripetibile. Avrai altre amicizie, anche molto qualificate, ma qualcuno che ti fosse testimone, quando potevi ancora essere tutto, quello non si ripete. [8]

Questa frase si intreccia perfettamente con la rottura narrata nel testo. Non è la perdita del miracolo a ferire, ma la fine (emotiva) di un legame. Il disincanto dell’età adulta rompe la possibilità di testimoniare insieme ciò che è stato. Il racconto ci dice che credere, talvolta, non è questione di fede ma di alleanza.

La metamorfosi metafora della cura

Non a caso, Miracolo si muove nel solco di una metamorfosi non soltanto naturale, ma umana. Si scorge anche una riflessione sul nostro tempo. Edgar Morin, parlando delle metamorfosi del presente, distingue tra quella del potenziamento e quella dell’umanità relazionale:

La prima metamorfosi, quella del transumanesimo, tende a produrre una superumanità […]. La seconda metamorfosi dedicherebbe il progresso […] al miglioramento della condizione umana e delle relazioni fra gli uomini. [9]

Murgia abita con lucidità questa seconda via, quella della cura fragile, della parola data, della memoria condivisa. Non c’è redenzione salvifica, ma qualcosa che le somiglia: il legame che resta.

Tutto, in fondo, era già scritto nell’incipit. Le prime parole del racconto custodiscono l’enigma, l’inizio e la fine, la ferita e il segreto:

Avevo otto anni quando la mia prima farfalla morì appesa al fondo di un tavolo in camera di mio fratello Cristiano.

In quella frase c’è tutto: l’anima-farfalla (psyché), la morte, la memoria, il conflitto. L’incipit anticipa l’acmé, ne custodisce il mistero, lo espone come enigma e lo trattiene come simbolo. Incide il micro-evento che genera la fêlure silencieuse.


Note

[1] G. Gozzano, Storia di cinquecento Vanesse (Le farfalle. Epistole entomologiche), in Id., Tutte le poesie, a cura di A. Rocca, Mondadori, Milano 1987, pp. 439-610.

[2] M. Murgia, Miracolo in Ead., Anna della pioggia, Einaudi, Torino 2025, p. 43.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Ibidem, pp. 45-46.

[6] G. Deleuze, Logique du sens, Les Éditions de Minuit, Paris 1969, pp.180-181. Traduzione a cura dell’autore.

[7] M. Murgia, Miracolo, cit., p. 48.

[8] Trascrizione di un’intervista di Michela Murgia non datata, rinvenuta sui social network. La stessa citazione è inserita nel monologo sull’amicizia di Michela Murgia pronunciato nel programma “Forte e chiaro” il 10/04/2024.

[9] E. Morin, Svegliamoci, trad. it. di A. Neve, Mimesis, Milano 2022, p. 53.

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Alessio Trevisan

Insegnante di Lettere in una scuola secondaria di primo grado a Settimo Torinese. Pedagogista. Ritiene che insegnare abbia sempre a che fare con l’educazione e con la ricerca. Ha lavorato come educatore, animatore socio-culturale e orientatore nella provincia di Torino. Scribacchia poesie per dirsi e dire il mondo. Tra le sue passioni: i fili rossi che tengono insieme le esperienze, il mondo classico, la poesia contemporanea, l’orientamento, la valutazione, l’educazione linguistica, la didattica e la didattica della letteratura, l’editoria scolastica. «I care» è per lui non solo un motto, ma un progetto politico di scuola e di società.

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