Leggere e scrivere nella Roma antica

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Qual era il livello di alfabetizzazione e di acculturazione di base nel mondo romano? Dal numero 28 de La ricerca, “Leggere, scrivere e fare di conto”.
Timpano dedicato a Giove Ottimo Massimo dalla comunità degli Aneuniates (EDR072316); si noti la formula votiva V(otum) S(olvit) L(ibens( M(erito).
Timpano dedicato a Giove Ottimo Massimo dalla comunità degli Aneuniates (EDR072316); si noti la formula votiva V(otum) S(olvit) L(ibens( M(erito). Conservato al Museo “Giovio” di Como (foto di Antonio Sartori).

Francesco De Gregori, in una delle sue canzoni più belle (La storia siamo noi, 1985), così cantava:

Quelli che hanno letto milioni di libri /
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi, /
perché nessuno la può fermare.

Tali disparità culturali oggi si sono fortemente ridotte rispetto all’età antica, anche se i dati statistici più recenti qualche «brivido» (per citare di nuovo De Gregori) ce lo regalano ancora. Personalmente, da docente e da cittadino, mi preoccupo particolarmente per le crescenti difficoltà – in Italia, ma non solo – nella comprensione del significato di un testo; e non tanto del fatto che si possa fraintendere il senso di un’opera letteraria o di un articolo, ma che si travisi anche un semplice messaggio postato sui social o, ancor peggio, la richiesta di un quesito referendario.

Ma è bene che torni ai miei amati Romani, provando però a disinteressarmi – una volta tanto – dei vari Cicerone, Plinio o Tacito etc. (che hanno letto e scritto «milioni di libri»), come pure di coloro che «non sanno nemmeno parlare». Cercherò invece di muovermi in una sorta di “terra di mezzo”, per capire se vi fosse nel mondo romano un diffuso (ma diffuso quanto?) livello basico di alfabetizzazione e acculturazione che permettesse anche a chi non si avvicinava ai libri di leggere (o addirittura scrivere) il minimo indispensabile.

L’auto-alfabetizzazione epigrafica

Può essere utile muovere da un passo di Petronio laddove Ermerote, un liberto amico del ricchissimo Trimalchione (uno dei personaggi chiave del Satyricon, opera composta forse in età neroniana), afferma:

Non didici geometrias, critica et alogas naenias, sed lapidarias litteras scio, partes centum dico ad aes, ad pondus, ad nummum («Io non ho imparato la geometria, la critica e altre scempiaggini, ma so leggere le lettere iscritte sulle lapidi e conosco il sistema metrico per i pesi e le monete», Satyricon, 58, 7, trad. M. Reali). 

Chi parla è di cultura modesta e di estrazione servile e non ha certo avuto un’educazione scolastica elevata; anzi, probabilmente a scuola non c’è andato proprio. Eppure almeno le lettere epigrafiche (quelle incise sulle iscrizioni funerarie, sugli altari conservati nei templi, sulle opere pubbliche quali archi o miliari stradali, o addirittura sulle monete) le riconosceva e ricostruiva il senso di insieme del loro messaggio.

Sì, perché in ogni epoca il riconoscimento dell’alfabeto – «lo strumento culturale più elevato nella storia della civiltà», secondo la felice definizione di Angela Donati1 – è sempre il primo stadio delle competenze di lettura, pure in ambito scolastico. Pertanto Quintiliano (35 ca-96 d.C.) insisteva sulla necessità far memorizzare al più presto ai piccoli le «sagome» (ductus, cioè «solchi») delle lettere, utilizzando se necessario «lettere dell’alfabeto in avorio, o in qualunque altro materiale» (Institutio oratoria, I, 1, 24-28); quelle stesse sagome – più o meno – che io vedevo stampate su cartoncino e appese alle pareti della mia aula di scuola elementare milanese degli anni Sessanta, e che i bambini di oggi possono osservare invece sullo schermo della LIM.

È però vero che anche chi a scuola non andava – e torniamo così al nostro Ermerote e a quelli come lui – davanti a quelle che Giancarlo Susini ha chiamato «le scritture esposte» in spazi pubblici e privati compiva una sorta di processo di auto-alfabetizzazione; la scrittura epigrafica, scrive Susini, «costituisce così il codice culturale di un’educazione profonda e talvolta inconscia, che opera anche a livello subliminale»2.

D’altronde si trattava di scritte pensate per una lunga durata, addirittura per la perennità, e potevano pertanto svolgere per secoli la loro funzione comunicativa e magistrale nell’ottica di una sorta di long-life learning; una funzione che da un lato comprende, ma dall’altro supera, quel legame con la contingenza informativa che è proprio dei moderni mass media. Fondamentali, in questa prospettiva, sono gli studi del mio Maestro Antonio Sartori, ai quali largamente rimando3.

Così, oltre ai Romani che leggevano e scrivevano correntemente in seguito a una completa educazione scolastica (i fruitori di libri, insomma), molti altri avevano da soli – data la consuetudine quotidiana di «compitare per via» le lettere epigrafiche, come afferma Susini – imparato «l’abc»4. E questo bastava loro, probabilmente, per riconoscere il proprio nome su un documento, magari il congedo militare il cui testo veniva composto su appositi diplomi, oppure leggere su una pietra miliare l’indicazione di una distanza stradale o capire quale fosse l’imperatore che aveva coniato una tale moneta: il minimo, insomma, per potersi arrangiare in una realtà complessa come la società romana di età imperiale.

Iscrizione funeraria in latino
Iscrizione funeraria proveniente da Roma (EDR159256) dedicata dai genitori alla figlia morta a otto anni e cinque mesi, conservata in una collezione privata; si noti l’abbondanza delle abbreviazioni, a cominciare dalla consacrazione D(is) M(anibus). (foto di Mauro Reali)

Formule abbreviate come loghi

Senza dubbio potevano essere loro d’aiuto alcune formule fisse o – ancor meglio – abbreviazioni che spesso indirizzavano questi incerti lettori verso un riconoscimento della tipologia del messaggio.

Per esempio formule come D(is) M(anibus) o H(ic) S(itus) E(st) o T(estamento) F(ieri) I(ussit) oppure H(oc) M(onumentum) H(eredes) N(on) S(equetur) in testa o in coda a una lapide portano indubbiamente in ambito funerario; mentre altre, come V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito), oppure ex voto, fanno invece riferimento all’epigrafia sacra. Né mancavano abbreviazioni relative a enti, magistrati, autorità pubbliche, che conferivano ai loro testi particolare importanza, in quanto questi potevano contenere importanti disposizioni o addirittura imposizioni normative.

Attenzione dunque a forme senza tempo come S(enatus) P(opulus) Q(ue) R(omanorum) o S(enatus) C(onsulto), o alle esibizioni abbreviate del potere supremo di età imperiale – come Imp(erator) Caes(ar) Aug(ustus) – i cui esempi sono abbondanti un po’ ovunque: a chi non sapeva leggere e riconosceva comunque queste sigle ufficiali, conveniva senz’altro consultare qualcuno più alfabetizzato che lo aiutasse nella decifrazione5.

E tali sigle o abbreviazioni venivano pertanto riconosciute dalle loro sagome – noi epigrafisti un po’ macabramente parliamo di “scheletri” – con una comprensione del loro significato a prescindere dal mero valore letterale. Diventavano cioè qualcosa di molto simile a quello che noi chiamiamo “logo”, dove D.M. è logo di un messaggio mortuario, V.S. è logo di un messaggio religioso, S.C. è logo di un messaggio politico, proprio come la sigla M su fondo rosso è, a Milano o Parigi, inequivocabile indizio della fermata della metropolitana anche per chi fosse del tutto ignaro di italiano o francese. Con un po’ più di azzardo potrei pure parlare di emoticon, ma per ragioni generazionali non ho grande confidenza con queste piccole icone.

Scrivere sui muri

Potremmo ora chiederci se non esistesse a Roma una sorta di soggetto intermedio tra l’uomo colto affamato di libri6 e il volenteroso ma impacciato lettore di messaggi epigrafici di cui abbiamo appena parlato. La risposta parrebbe affermativa, ed è ancora una volta l’epigrafia a suggerircela, e in particolare quella sorta di “letteratura da strada” che sono le numerose scritte graffite o dipinte sui muri di Pompei, Ercolano e Stabia, conservate per effetto dell’azione protettiva della lava7; infatti chi – bene o male – si cimenta anche nella scrittura è evidentemente su un piano più elevato di chi si sforza solo di leggere8.

Non sono certo capolavori di raffinatezza scritte amorose come Marcus Spe(n)dusa(m) amat («Marco ama Spendusa», CIL IV, 7086), dichiarazioni politiche come C. Iulium Polybium / aedilem oro vos faciatis. Panem bonum fert («Vi prego di eleggere edile / Gaio Giulio Polibio. Porta pane buono», CIL IV, 429), beffe contro un oste che vende vino annacquato come Talia te fallant utinam me(n)daciam, copo: / tu ve(n)des acuam et / bibes ipse merum («Tali trucchi ingannino te, oste: vendi acqua, ma tu bevi vino», CIL IV, 3948), oppure – da Stabia – l’esortazione ai bambini a non toccare la roba altrui in un probabile edificio scolastico: Alienas res nolite tangerẹ / pueri («Non toccate le cose degli altri, bambini», CIL IV, 12267=EDR189522). Sono però da un lato indizio di una società vivace, dall’altro segno della capacità scrittoria di soggetti sociali che intellettuali non erano, e che scrivevano comunque con una certa abbondanza e frequenza.

Perfino i muri del lupanare pompeiano contano oltre un centinaio di scritte, in molti casi “recensioni” positive o negative sulle prestazioni offerte dalle professioniste che qui lavoravano; scritte che – associate a scarabocchi osceni e agli espliciti affreschi erotici delle pareti dell’edificio – rappresentano una singolare forma di comunicazione multimediale ante litteram9.

Iscrizioni graffite da Pompei che ricordano l’Eneide
Iscrizioni graffite da Pompei che ricordano l’Eneide (da Wikipedia, pubblico dominio).

E tra i “graffitari” pompeiani non manca anche chi vuole fare sfoggio di una magari lontana cultura scolastica, come chi eseguì il graffito Fullones ululamque cano, non arma virumque («Canto i lavandai e la civetta, non le armi e l’eroe», CIL IV, 9131); in questo caso – alludendo ai versi virgiliani dell’incipit dell’Eneide – l’anonima mano scrittoria esalta la professione dei lavandai e la civetta, simbolo della loro corporazione professionale: siamo davanti alla rivendicazione di un’epica minore, quella del lavoro quotidiano, non meno importante di quella delle imprese eroiche, e che dall’accostamento alle imprese eroiche è però nobilitata.

Il magistero di Virgilio

Così dalle scritte parietali siamo arrivati ai libri di Virgilio, la cui popolarità e frequenza di citazioni sui muri (di Pompei, ma anche di Roma) mostra come già nel I secolo d.C. i suoi versi fossero sulla bocca di tutti10. Molti Romani sapevano infatti l’argomento dell’Eneide e i più colti ne conoscevano qualche esametro imparato a memoria sui banchi di scuola: un po’ come capita oggi in Italia, dove la sommaria conoscenza della trama (e di qualche frase) della Commedia o dei Promessi sposi è patrimonio collettivo del nostro popolo “scolarizzato”.

Anche in casi come questi, però, non escluderei che qualcuno abbia usato il testo virgiliano (peraltro diffusissimo nelle scuole) come strumento di auto-alfabetizzazione; così parrebbe – ad esempio – in una sottile tavoletta lignea dal campo militare di Vindolanda, in Britannia, sulla quale un verso del nostro autore (cioè: interea pavidam volitans pinnata per urbem, Eneide, IX, 473) viene scorrettamente trascritto come: —— / interea pavidam volitans pinna/ta ubem seg / ——.

Ciò indica forse come anche in questa remota area dell’impero qualcuno, magari un soldato di origini barbariche, stesse imparando a scrivere e leggere il latino ricopiando versi virgiliani. E ci dà pure modo di ricordare – proprio alla luce del cospicuo materiale scritto reperito in quel campo11, ma anche del ritrovamento di numerosi stili (cioè strumenti scrittori) in altri accampamenti militari – come l’esercito romano fosse un importante luogo di alfabetizzazione collettiva.

Ovviamente non abbiamo dati statistici per quantificare le osservazioni fin qui fatte; credo però che la vasta produzione letteraria ed epigrafica di cui abbiamo contezza lasci supporre che i Romani d’età imperiale avessero un’alfabetizzazione abbastanza diffusa. E che davvero tra gli intellettuali (pochi) e gli analfabeti (comunque molti) vi fosse un numero consistente di soggetti che se la cavassero a «leggere, scrivere, far di conto» – come diceva la legge Casati del 1859 – pur con le significative differenze di cui si è detto.

Verso il Medioevo

Ciò almeno fino a quando, a partire dal IV secolo d.C., dovette iniziare una progressiva decadenza culturale della società romana, che porterà – tra l’altro – a una altrettanto progressiva trasformazione della lingua latina. La schiera di fruitori di libri (volumina o codices che fossero) dovette dunque assottigliarsi sensibilmente, e parimenti crescere quella di analfabeti o di lettori precari che – epigoni dell’Ermerote petroniano – al massimo potevano compitare qualche iscrizione.

Anzi, in realtà c’è di più, poiché si afferma l’idea che tra carta e pietra non ci fosse più questa grande differenza, come attesta tra gli altri Sant’Agostino (354-430 d.C.). Egli, infatti, rivolgendosi ai fedeli in un suo sermone (Sermo 319, 8), dopo avere mostrato le parole fatte da lui incidere su un edificio consacrato a Santo Stefano e dopo avere detto loro legite, tenete, in corde habete (cioè «leggete, imparate e conservate nel cuore»), continuava affermando: Non opus est ut quaeratur codex: camera illa codex vester est (cioè «non c’è bisogno di un libro, quella camera è il vostro libro»).

E non diversamente faceva Paolino di Périgueux (V sec. d.C.), il quale, alludendo nel prologo dei suoi Carmina minora alle iscrizioni sui muri, usava l’espressione pagina in pariete reserata (cioè «pagina inglobata in una parete») per indicare una relazione solidale tra la pagina lapidea scritta e la paries che la contiene.

Agostino e Paolino ci propongono dunque – come si anticipava – l’annullamento di qualunque differenza tra testo librario e testo epigrafico, tra pagina e paries, tra codex e camera; e sanciscono in fondo un livellamento verso il basso delle capacità di lettura dei Romani di allora.

D’altronde il cristianesimo imperante non suggeriva certo la lettura di «milioni di libri» – per tornare da dove eravamo partiti – ma unicamente di testi mirati all’efficace veicolazione della Parola di Dio, della vita di Cristo e delle imprese dei suoi martiri; il libro, come, l’epigrafe assume dunque un’unica finalità per così dire “catechistica”12.

Il primato delle immagini

Qualche secolo dopo su quelle pareti cui si alludeva le parole scompariranno per lasciare spazio alle sole immagini, proposte ai fedeli negli edifici di culto con finalità edificanti in modalità del tutto alternativa a quella della lettura, prassi quasi del tutto estranea alle competenze dell’uomo “comune” medievale più o meno fino all’invenzione della stampa.

Stele funeraria reimpiegata in età medievale come gradino nella chiesa del monastero di Torba (VA): si noti la consacrazione D(is) M(anibus) e la menzione della Memoria.
Stele funeraria reimpiegata in età medievale come gradino nella chiesa del monastero di Torba (VA): si noti la consacrazione D(is) M(anibus) e la menzione della Memoria (foto di Mauro Reali).

Così, nell’alto Medioevo, mentre le raffigurazioni proliferavano ovunque tanto da provocare in Oriente le lotte iconoclaste, le nostre povere lapidi iscritte di età romana diventavano semplice materiale da costruzione, rettificate senza alcuna attenzione. Mi piace allora chiudere con un cenno ai siti altomedioevali di Castelseprio e Torba, vicino a Varese, dove a fortificazioni di V-VI secolo sono annessi importanti edifici di culto di epoca appena successiva.

Certamente chi scrive ha sempre ammirato gli affreschi bizantineggianti del monastero di Torba (VIII secolo d.C.) e della magnifica Chiesa di Santa Maria foris portas di Castelseprio (VI-X secolo d.C.), ma ancor più si è sforzato di trovare nei loro pressi alcune antiche iscrizioni reimpiegate, alcune già note e altre (mi riferisco soprattutto a Torba) che ha scovato e pubblicato per primo in anni lontani e vicini13.

Tra queste, l’ossuario di un magistrato locale, diventato pietra angolare (EDR137529), e la stele funeraria di un tale L(ucius) Victullienus Terentianus trasformata nientemeno che in un gradino all’interno della chiesetta di Torba e come tale dimenticata per più di un millennio (EDR137529); ciò nonostante il defunto abbia consacrato – ironia della sorte… – il suo monumento proprio alla Memoria divinizzata!

Molto, evidentemente, si potrebbe ancora aggiungere, ma qui mi fermo, per evitare che sia la noia (e non certo l’analfabetismo funzionale, del tutto estraneo agli affezionati lettori de «La ricerca»!) a distogliere l’attenzione da questo mio articolo.


Note

  1. A. Donati, L’alfabetizzazione latina, in P.G. Guzzo, S. Moscati, G. Susini (a cura di), Antiche genti d’Italia, De Luca, Roma 1994, p. 97.
  2. G. Susini, Epigrafia romana, Jouvence, Napoli 1982, p. 152. Numerosi gli interventi di questo studioso sullo stesso tema, tra i quali G. Susini, Compitare per via. Antropologia del lettore antico, o meglio del lettore romano, in «Alma Mater Studiorum», I, Bologna 1988, pp.105-124; Id., Le scritture esposte, in Lo spazio letterario di Roma antica II. La circolazione del testo, Editore Salerno, Roma 1989, pp. 271-305.
  3. Tra gli altri, A. Sartori, Effetti immediati ed effetti indotti della comunicazione epigrafica, in «Boletin de la Sociedad Castellonense de Cultura», LXVI, III (1990), pp. 415-446; Id., L’epigrafia del villaggio, il villaggio dell’epigrafia, in A. Donati, G. Poma, A. Calbi (a cura di), in «Atti del Colloquio “L’epigrafia del villaggio”», Faenza 1993, pp. 65-76; Id., Le forme della comunicazione epigrafica, «Monumenti sepolcrali romani in Aquileia e nella Cisalpina. XXVI Settimana di Studi Aquileiesi 1995», in «AAAd», Trieste 1997, pp. 39-65.
  4. Sull’apprendimento dell’alfabeto, in ambito scolastico e non, da ultimo si veda G. Baratta (a cura di), L’ABC di un impero. Iniziare a scrivere a Roma, Scienze e Lettere, Roma 2019.
  5. Utile, per comprendere lo scioglimento di queste sigle, la consultazione passim di A. Buonopane, Manuale di epigrafia latina, Carocci, Roma 2021.
  6. Sulla circolazione libraria nel mondo antico ancora valido è G. Cavallo (cur.), Libri, editori e pubblico nel mondo antico, Laterza, Roma-Bari 2004.
  7. Tra i molti studi specialistici segnalo l’antologia (con traduzioni) di L. Canali, G. Cavallo, Graffiti latini, BUR, Milano 1998.
  8. Per l’aspetto più propriamente antropologico della scrittura si veda G. R. Cardona, Antropologia della scrittura, Utet, Torino 2009.
  9. Chi ha meglio studiato queste iscrizioni – come tutte le altre dell’area flegrea – è Antonio Varone, a principiare dal suo Erotica pompeiana. Iscrizioni d’amore sui muri di Pompei, L’Erma di Bretschneider, Roma 1994.
  10. Imprescindibile sui graffiti “virgiliani” è H. Solin, s.v. Epigrafia, in Enciclopedia Virgiliana, II, Roma 1986, pp. 332-340.
  11. Le tavolette iscritte sono consultabili sul sito http://vindolanda.csad.ox.ac.uk (quella “virgiliana” è la n. 118) e ben commentate in A. K. Bowman, Life and Letters on the Roman Frontier. Vindolanda an its People, London, The British Museum Press 2003³.
  12. Per tali questioni, rimando alla ricca bibliografia contenuta in M. Reali, Scripta volant verso il cielo: note di epigrafia cristiana, in A. Sartori (a cura di), Atti del Seminario Scripta volant, II Incontro di Dipartimento sull’epigrafia, Milano 2004, Università degli Studi, in «Acme» LVIII, II (2005), pp. 110-121.
  13. Ho pubblicato le iscrizioni di Torba in M. Reali, Iscrizioni latine reimpiegate nel complesso del monastero di Torba, in «Riv. St. Antichità», XXI (1991), pp. 197-218; Id. Un magistrato comense, oltre vent’anni dopo, in F. Mainardis (cur.), Voce concordi. Scritti per Claudio Zaccaria, in «AAAd» 85 (2016), pp. 567-576. Quelle di Castelseprio sono ora tutte comprese in F. Muscolino, Le epigrafi di Castelseprio tra memoria dell’antico e sintesi delle ricerche, in P. M. De Angelis (a cura di), Castelseprio e Torba. Sintesi delle ricerche e aggiornamenti, Mantova 2013; questo importante volume miscellaneo è rimarchevole anche per questioni archeologiche e storico-artistiche
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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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