Didattica della letteratura italiana tra scuola e università

L’11 marzo 2015, a Napoli, ho preso parte a un dibattito pubblico interamente dedicato all’insegnamento della letteratura tra ultimo triennio delle scuole secondarie di secondo grado e università. Si è trattato – lo dico subito – di un’esperienza fuori dall’ordinario, anche per chi, come il sottoscritto, pratica il mestiere di formatore d’insegnanti e di ricercatore di didattica della letteratura. Mi preme raccontare nel dettaglio alcuni degli aspetti che mi hanno colpito, con l’obiettivo di rilanciare la discussione su temi particolarmente urgenti.

La letteratura italiana dei laureati in Lettere
Intanto, i docenti universitari non erano lì per spiegare agli insegnanti delle scuole secondarie il loro mestiere, o per metterlo in discussione, come avviene ormai da svariati decenni con risultati alterni. L’università, in questo caso, era interessata a discutere i problemi della didattica universitaria, che, come si sa, ha grandi responsabilità nella formazione dei futuri docenti di Lingua e Letteratura italiana delle secondarie, sia per il ruolo esercitato nelle scuole di specializzazione prima, nei PAS e nei TFA poi, sia perché, soprattutto, gli insegnanti sono in primo luogo dei laureati in Lettere. E allora, hanno spiegato Andrea Mazzucchi e Giancarlo Alfano nei loro interventi introduttivi, dal momento che le competenze e le conoscenze degli studenti che frequentano i corsi di laurea in Lettere sono per loro natura disomogenei, è necessario, per chi lavora dentro l’Università, decidere qual è il livello di arrivo, qual è lo “standard minimo” cui devono giungere gli studenti a ciascuno dei livelli progressivi della formazione universitaria.

Al fine di comprendere lo stato dell’arte e, quindi, di sensibilizzare i docenti universitari e di coinvolgerli in un processo di revisione e di adeguamento dello studio della letteratura italiana, un gruppo di lavoro che fa capo all’Associazione degli Italianisti (ADI) ha portato a termine un censimento nazionale dei programmi di Letteratura italiana al triennio, i cui risultati saranno resi noti sul sito dell’associazione.

Intanto, ci hanno anticipato i relatori, è chiaro che non è possibile, al primo triennio, dato il numero di crediti assegnato alla letteratura italiana, approfondire la lettura diretta e lo studio critico esaustivo di un elevato numero di opere letterarie. Le università, che dovrebbero per questo motivo mettersi d’accordo per individuare dei saperi minimi essenziali, sembrano procedere in ordine sparso, senza prevedere un numero minimo di opere da conoscere integralmente e senza fornire una preparazione uniforme sulla storia letteraria o su quegli strumenti di analisi che dagli anni Ottanta del Novecento sono divenuti patrimonio comune dell’insegnante della secondaria: la retorica, la metrica e la narratologia.

Di sicuro, per quanto sia un compito difficile da affrontare, visto l’elevato livello di autonomia delle università e di ciascun professore, fa ben sperare questo atteggiamento di apertura nei confronti della didattica. Il futuro della scuola – e questo è un parere che ho avuto modo di esprimere ai partecipanti e che mi preme ribadire per scritto – dipende in gran parte dal ruolo che vorrà e saprà esercitare l’università soprattutto nella formazione di base, all’interno delle lauree triennali. E sarà il caso – sul modello, per esempio, dell’università di Losanna del suo Centre de soutien à l’enseignement – che ci si dedichi, oltre che alla selezione e alla condivisione dei contenuti dell’insegnamento, ai metodi e alle tecniche didattiche, cioè alle competenze professionali dell’insegnante in quanto addetto allo sviluppo degli apprendimenti degli studenti.
Mi piace pensare a un circolo virtuoso che si potrebbe avviare proprio a partire dagli studi triennali in Lettere: uno studente che entra a contatto un patrimonio condiviso di opere e di competenze interpretative condivise a livello nazionale, negoziate a partire dal basso e non imposte per decreto ministeriale, e che incontra metodi e tecniche di insegnamento in grado di influenzarlo e di prepararlo a scegliere, eventualmente, un percorso di perfezionamento che lo porti a divenire insegnante di scuola secondaria.

Attivare le opere letterarie attraverso la lettura e la scrittura
Un classico, − scrivono Diana Romagnoli, Paolo Trama e Maria Laura Vanorio in un articolo dedicato all’insegnamento di Leopardi – “ben lungi dall’essere imposto nella veste di monumento statico e museificato, andrebbe concepito come oggetto potenziale e dinamico. Perché sia ‘classico’ andrà continuamente riattivato nelle sue potenzialità comunicative ed espressive da tutti i lettori che si avvicenderanno nel tempo e nello spazio”.

Tra i metodi utilizzabili per “riattivare” un classico e, in generale, un’opera letteraria, il progetto di scrittura creativa La pagina che non c’era dell’I.S.S. “Pitagora” di Pozzuoli, coordinato da Diana Romagnoli e da Maria Laura Vanorio e presentato nella sede del seminario da Raffaella Bosso, ha scelto di privilegiare l’imitazione, invitando gli studenti delle scuole secondarie a scrivere delle “pagine mancanti” di libri di autori contemporanei che, nel corso degli anni, prendono parte attiva all’iniziativa.

Consiglio di navigare sul sito del progetto andando alla ricerca di spunti didattici e di riflessioni sul valore del pastiche, sulla scrittura à contraintes e, in generale, sulla necessità di fornire agli alunni stimoli semplici che siano in grado di mettere in moto il complesso procedimento della scrittura creativa.

Al liceo Fonseca di Napoli, invece, nella cui biblioteca storica è ospitato il seminario, da alcuni anni si svolge il concorso Il testo moltiplicato, che sollecita gli studenti a scrivere – nell’ambito di una vera e propria sessione d’esame della durata di sei ore – un “saggio critico su di un testo in versi e/o in prosa di un autore del Novecento Italiano”. Gli studenti, si legge nel regolamento, “dovranno dimostrare di saper interpretare il testo, attribuirgli un significato, sostenere una tesi ed esprimere un giudizio personale”. Il progetto, presentato da Adriana Passione, si rivolge alle cosiddette “eccellenze” (alunni degli ultimi due anni delle scuole secondarie che abbiano conseguito una votazione pari o superiore a 8/10 in lingua e letteratura italiana) e ha il merito, a mio avviso, di fornire una giusta collocazione storico-letteraria all’ormai famigerata “analisi del testo”, ricondotta giustamente nell’alveo dei generi letterari e, in particolare, della saggistica. Il saggio migliore sarà quindi selezionato dalla giuria sulla base della sua “originalità e coerenza”, con buona pace di chi ritiene che l'”analisi” sia oggettiva e neutra.

Dai progetti extracurricolari al curricolo: la letteratura può tornare protagonista
I progetti presentati al seminario, fondati su un’idea feconda e sensata di letteratura e allineati con le più recenti proposte teoriche che, da Todorov a Schaeffer, da Nussbaum a Citton, hanno caratterizzato il rinnovamento della didattica della letteratura degli ultimi dieci anni, hanno il solo limite di collocarsi al di fuori del curricolo scolastico. Sono delle attività integrative che il singolo docente può decidere utilizzare nell’ambito della propria programmazione didattica ma che, di fatto, si rivolgono direttamente agli studenti, soprattutto al di fuori degli impegni scolastici consueti.

La vera sfida per il futuro, a mio avviso, consiste nel far divenire attività come queste la normalità dell’insegnamento linguistico e letterario, andando a modificare in profondità – e allineandosi per altro con le richieste delle Linee guida nazionali e con l’esigenza di rendere più sensato, motivato e profondamente sentito l’apprendimento della prima lingua – la progettazione del curricolo. Esistono, come ho tentato di mostrare nei miei ultimi lavori, modelli e tecniche didattiche che ben si prestano a formalizzare attività che possono essere considerate, secondo alcuni approcci di stampo strutturalista che si sono imposti anche a livello pedagogico negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, eccessivamente spontanee, inadeguate a una concezione dell’insegnamento focalizzata sul raggiungimento di micro obiettivi espressi in termini di conoscenza e di abilità.

Ma proprio acquisendo una maggiore consapevolezza dei modelli didattici e condividendo le tecniche didattiche create proprio dai docenti – come è intenzione del gruppo di lavoro che ho incontrato a Napoli − è possibile e auspicabile introdurre in misura più ampia quelle attività di lettura, scrittura, gestione dei contenuti e narrazione che, a mio avviso e non solo, rappresentano la strada maestra per valorizzare il ruolo della letteratura nelle scuole e nelle università.

P.S.
Durante il dibattito, animato e coordinato da Paolo Trama e reso vivace dalle reazioni di un pubblico qualificato e agguerrito, sono emersi alcuni spunti di riflessione che richiederanno dei supplementi di indagine. Mi limito a segnalarne un paio, su cui tornerò prossimamente.
– Le prove INVALSI. Io ritengo che si debba uscire dalla spirale del teaching for testing innescato dall’uso scriteriato delle prove INVALSI come strumenti per valutare gli alunni. Inoltre, credo fondamentale eliminare l’uso dei testi letterari dalle prove INVALSI sulla comprensione della lettura, che non è un problema né una competenza esclusiva degli insegnanti di lingua e letteratura italiana.
– Il rapporto tra educazione linguistica e educazione letteraria. Penso che sia ormai superato il modello impostato da alcuni linguisti negli anni Settanta-Ottanta, che va rivisto alla luce delle ricerche condotte in ambito sociologico e psicologico a partire dagli anni Novanta. L’educazione letteraria non è una parte dell’educazione linguistica. Semmai, possiamo dire che con la letteratura, se utilizzata in modo appropriato con adeguati metodi didattici, si possono ottenere straordinari risultati nell’esercizio delle competenze linguistiche, delle competenze sociali e delle competenze di auto-orientamento.

Per approfondimenti:
Per una didattica della letteratura
Imparare dalla lettura

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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