
Le nuove Indicazioni nazionali del 2026 non si limitano ad aggiornare quelle del 2012, ma ne propongono un parziale ripensamento. Posso anticipare che quello del 2026 è un documento dai contenuti in gran parte sostanzialmente condivisibili, con qualche elemento di criticità che cercherò poi di illustrare nel dettaglio.
Ragioni e finalità di uno studio
Il primo segnale del modo diverso di affrontare il tema appare già all’inizio del documento stesso. Le Indicazioni nazionali del 2012 si aprivano infatti con la sobria etichetta Linee generali e competenze, mentre il documento del 2026 si apre con il titolo Perché studiare il Greco. Un cambiamento tutt’altro che banale. Dichiarare le ragioni dell’insegnamento di una disciplina significa assumersi la responsabilità culturale e pedagogica di quella scelta, uscendo dall’autoreferenzialità e aprendo la disciplina al confronto e alla verifica. Gli argomenti proposti a sostegno dell’insegnamento della lingua greca sono chiari, condivisibili e convincenti: l’incidenza del greco sullo sviluppo delle tradizioni culturali europee, il contributo alle dinamiche linguistiche, la straordinaria palestra cognitiva che questa lingua continua a rappresentare. Significativamente importante l’accenno anche alla «comprensione dei processi di sviluppo, dall’antichità all’oggi, delle lingue e delle culture dell’Occidente e del Vicino e Medio Oriente», rafforzato anche da un ulteriore specifica presente nella successiva sezione “contenutistica” del documento, dove – parlando della prospettiva culturale della disciplina – si dice che lo studente dovrà anche «elaborare categorie concettuali che consentano di cogliere le intersezioni tra nuclei fondanti peculiari della civiltà greca e modelli culturali e sistemi valoriali delle altre civiltà del Mediterraneo e delle differenti tradizioni europee ed extraeuropee».
Mi pare possa costituire un “grimaldello” per aggirare certe angustie che sembrano, invece, emergere dalle Indicazioni sull’insegnamento della Storia, cui ha accennato su queste colonne Mauro Reali.
Le competenze linguistiche e culturali
Ma vediamo ora di entrare più nel vivo delle proposte contenute nelle Indicazioni Nazionali del 2026, in merito alle Linee generali e competenze attese, che sono distinte – come già era avvenuto nel 2012 – tra quelle relative alla lingua e quelle relative alla cultura.
Sul piano delle competenze, a differenza delle Indicazioni nazionali del 2012 che contenevano descrizioni discorsive e forse più generiche, il nuovo documento enuncia obiettivi puntuali, misurabili, articolati attorno a tre macro-competenze linguistiche: ricerca etimologica comparativa e contrastiva tra greco, latino, italiano e lingue straniere; traduzione come problem solving laboratoriale; padronanza del sistema linguistico greco nelle sue coordinate storiche. Un cambiamento che contribuisce a fornire agli insegnanti strumenti di programmazione più solidi e agli studenti traguardi più chiari.
Particolare rilievo assume l’idea di traduzione concepita come attività di problem solving con strategie «plurali, sperimentali e laboratoriali», in cui lo studente formula «opzioni traduttive originali» calibrate sulle possibilità stilistiche dell’italiano.
Il come realizzare poi tutto ciò è affidato alla professionalità ma anche alla “fantasia” dei docenti, che dovranno provare a distaccarsi ulteriormente (come già hanno fatto negli ultimi anni, alla luce della tipologia di Seconda Prova di Maturità) dalla tradizionale prassi della “versione” come forma privilegiata di verifica.
In questo quadro si inserisce anche il riferimento all’Intelligenza Artificiale: non come un “nemico” da ignorare o una scorciatoia da vietare, ma come strumento da imparare a usare con consapevolezza critica. Nel quinto anno inoltre gli studenti sono invitati a riflettere «sulla questione dell’autorialità del testo interpretato dai traduttori o dall’Intelligenza Artificiale», al fine di sviluppare una consapevolezza critica ed etica nell’uso delle tecnologie digitali.
Una triplice “batteria” di competenze è richiesta in uscita anche per quanto concerne la cultura. In estrema sintesi, possiamo riassumerle nella capacità di interrogare i testi di vari autori greci; di legarli al contesto originale di produzione e fruizione; di individuare «nelle dinamiche politiche, sociali e culturali della civiltà greca una chiave di lettura del presente».
Non poco davvero, soprattutto se consideriamo quest’ultimo punto che – ancora una volta – chiama docenti e studenti ad affrontare una sfida difficile: comparare passato e presente, alla ricerca di elementi di continuità che però non ci facciano dimenticare i numerosissimi elementi di alterità di quello straordinario universo che è la grecità classica.
Perché è vero – come ha intitolato Giuseppe Zanetto un suo recente libro – che Siamo tutti Greci, ma è altrettanto vero – come sosteneva a lezione Dario Del Corno (che di Zanetto fu maestro, ma anche – si parva licet – mio professore di Letteratura greca alla “Statale”) – che i Greci, per fortuna, non sono mai moderni. Nient’affatto semplice, dunque, ma comunque necessario, tenere insieme queste due prospettive!
I “contenuti” della disciplina
Passo ora a riflettere sulla sezione Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze che – con tutta evidenza – è quella cui i docenti guardano con più attenzione perché condiziona significativamente la loro programmazione didattica. E lo faccio, anche in questo caso, soprattutto (ma non solo) in una prospettiva comparativa rispetto alle Indicazioni precedenti, ancora nella doppia prospettiva della lingua e della letteratura.
Il primo biennio
Tra le novità “contenutistiche” più significative spicca, per quanto riguarda la lingua, l’introduzione, nel primo biennio, di un elenco dettagliato di autori da privilegiare, cioè Esopo, Lisia, Senofonte, Diodoro Siculo, Strabone, Plutarco, Pausania, Luciano, Pseudo-Apollodoro, Longo, i Vangeli. Si aggiunge il riferimento esplicito allo studio della fonetica e della fonologia e la valorizzazione del greco moderno come ponte verso la continuità linguistica; si precisa che si tratta di «un’azione didattica da intendersi anche come propedeutica a eventuali approfondimenti ulteriori di carattere storico-letterario su autori rappresentativi della cultura neogreca, che potranno essere effettuati nel corso del secondo biennio e dell’ultimo anno». Questa apertura verso la grecità moderna mi trova pienamente d’accordo, anche se richiederà – in prospettiva – una particolare formazione da parte dei docenti e un adeguamento dei libri di testo, sia del biennio sia del triennio.
Sul versante culturale, credo che si possano ipotizzare proficue intersezioni con l’insegnamento della Storia dall’invito a «scoprire e valorizzare le testimonianze della civiltà letteraria della Grecia antica anche attraverso la conoscenza e la fruizione del lascito culturale, artistico e linguistico della grecità sul territorio nazionale e locale».
Il triennio superiore
In relazione al secondo biennio e all’ultimo anno (il cosiddetto “triennio”, insomma), per quanto concerne la lingua, il suggerimento degli autori da tradurre per ciascun anno presenta qualche novità rispetto all’elenco proposto nel 2012. In particolare, per il III anno si consiglia la traduzione di passi di Platone, Senofonte, Eschine, Isocrate, Diodoro Siculo, Dionigi di Alicarnasso, Strabone, Dione di Prusa, Plutarco, Arriano, Pausania, Luciano, Flavio Filostrato; per il IV la traduzione di testi di Erodoto, Tucidide, Senofonte, Lisia, Isocrate, Demostene e per l’ultimo anno, a titolo di esempio, si suggerisce di proporre agli studenti “versioni” – uso la vecchia dizione… – di Platone, Polibio, Plutarco, Luciano. Nelle Indicazioni del 2012 si suggeriva invece nel III anno di tradurre Erodoto, Plutarco, Luciano; nel IV anno Lisia, Tucidide, Polibio; nell’ultimo anno Platone, Aristotele, Isocrate e Demostene. Si proponeva, nel documento del 2012, anche la traduzione di qualche testo poetico con opportuna gradualità e con un corredo adeguato di note; suggerimento, questo, che – a mio parere opportunamente – non trova più spazio nelle Indicazioni del 2026, in quanto di difficile inserimento in un percorso di educazione linguistica.
Per quanto riguarda la cultura, non ci sono sostanziali differenze rispetto alle Indicazioni “Gelmini” nello studio della civiltà letteraria, se non per il riferimento esplicito, per il III anno, allo studio della favola (Esopo) e della sofistica (Protagora e Gorgia) «con qualche cenno a generi e autori cui viene ricondotta la nascita della filosofia» e, per il IV anno, al dramma satiresco.
Gli “autori” greci: qualche criticità
Le novità più significative riguardano i testi da leggere in lingua originale (i cosiddetti “autori”): ed è qui che emergono alcune criticità che non possono essere taciute.
Nel III anno, infatti, le letture in lingua originale sono interamente affidate alla poesia epica e lirica arcaica (quest’ultima, nelle Indicazioni nazionali del 2012, era prevista invece per il IV anno), senza alcun testo in prosa (nelle Indicazioni del 2012 si suggeriva un’antologia di storici come Erodoto, Senofonte, Tucidide, Polibio, Plutarco): una scelta, questa del 2026, che lascia un po’ perplessi, perché è proprio attraverso la traduzione di testi in prosa che si consolida la conoscenza delle strutture morfo-sintattiche acquisita nel biennio.
Nel corso del IV anno, al contrario, vengono proposti numerosi prosatori da affrontare in lingua originale (Erodoto, Tucidide, Senofonte, Lisia, Isocrate e Demostene), rendendo – a parer mio – difficile trattare adeguatamente sia la storiografia sia l’oratoria. Per quanto riguarda la poesia, è prevista la lettura di una selezione di testi teatrali (Eschilo, Sofocle, Euripide, con la novità di Aristofane), che si sovrappone parzialmente al “programma” dell’ultimo anno, il quale include già la lettura integrale di una tragedia.
Tale “sovraffollamento” di argomenti da trattare durante il IV anno ricorda un po’ – a mio parere – quanto si evince dalla lettura delle Indicazioni nazionali di Italiano, che chiede proprio in quest’anno di completare la lettura della Divina Commedia, affrontare i Promessi Sposi e trattare un autore della complessità di Leopardi. Alla luce di queste osservazioni, il penultimo anno di Liceo si configurerebbe come il più pesante di tutti.
Venendo più dettagliatamente al V anno, è obiettivo nobilissimo prefiggersi la traduzione integrale di un dialogo platonico (nelle Indicazioni 2012 erano citati anche Aristotele, Epicuro e gli stoici) e di una tragedia nell’arco del medesimo anno scolastico; nobilissimo, dicevo, ma forse un po’ troppo ambizioso: la sua fattibilità (o più probabilmente, non fattibilità) dipenderà in larga misura anche dalle realtà delle singole classi.
Forse si potrebbe ritornare a quanto più realisticamente suggerito nelle Indicazioni nazionali del 2012 in cui si faceva riferimento alla «lettura in lingua originale… di una tragedia integrale (integrando con parti lette in traduzione quanto non letto in lingua originale)».
Una breve nota conclusiva
In sintesi. Le Indicazioni del 2026 dimostrano, nel complesso, di essere – rispetto a quelle ora vigenti – più trasparenti negli obiettivi, più chiare nello spiegare e giustificare ciò che si insegna, e di questo va dato merito agli esperti che le hanno redatte; restano tuttavia fedeli all’idea che il greco non sia un ornamento del passato, ma uno strumento vivo di pensiero critico per il presente. Farlo capire davvero è la battaglia che – al di là delle Indicazioni nazionali – noi docenti dobbiamo vincere, sia nel proporre il Liceo classico come opzione (di questi tempi, le cose non vanno benissimo…), sia nel rafforzare giorno per giorno la scelta fatta dai nostri studenti.
Le criticità segnalate – a mio avviso – non ne intaccano il valore complessivo: sono piuttosto l’invito a un confronto professionale serio e costruttivo, con l’auspicio – forse – che qualche scelta possa essere ricalibrata alla luce di quanto ho sopra esposto.