
Sono uscite da poco le nuove Indicazioni nazionali per i Licei e se ne sta già parlando parecchio. Proviamo a riflettere qui su un solo elemento, perché per la sua importanza merita particolare attenzione.
Le Indicazioni nazionali prevedono che, nel secondo biennio liceale, si insegni dai presocratici a Nietzsche. Ciò significa concentrare in due anni sia la maggior parte dei fondamentali della disciplina, sia duemilacinquecento anni della sua storia. La motivazione che pare giustifichi questa indicazione è che così si farà, finalmente, il Novecento in quinta. Si tratta di una esigenza di per sé condivisibile, se non fosse che per realizzarsi essa pretende di imporre che in quinta si insegni solo il Novecento.
I sani “soprattutto”, “in buona parte”, “ampio spazio” sono diventati un eccessivo “solo”. A dire il vero, nel testo delle Indicazioni, quando si parla del quinto anno, si dice che deve dedicarsi “principalmente alle filosofie del XX e del XXI secolo”. Il passo usa un avverbio di buon senso che però è smentito dalle indicazioni delle righe precedenti.
Ci sarà chi osserva che fare esclusivamente il Novecento in quinta con autori che citano, criticano, riprendono e discutono Platone, Aristotele, Kant e Hegel senza aver decentemente spiegato quei classici sembra profilarsi come un’impresa vana. Ci sarà anche chi rileva che mettere nello stesso anno, di fatto, il pensiero di Cartesio, Kant, Hegel e Nietzsche (e tutto ciò che sta in mezzo ed è indispensabile per dare un senso alle riflessioni di quei quattro) non è una richiesta sensata.
Ma andando oltre, stando alla lettura degli “Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze”, leggiamo che gli studenti dovranno conoscere e utilizzare il lessico specifico e le categorie essenziali delle discipline filosofiche. Al riguardo il documento porta esempi come “natura”, “spirito”, “causa”. Ma senza una solida base storica non si capiscono queste nozioni, perché – detto in forma breve – “natura” nei primi greci è diverso da “natura” in Tommaso o in Spinoza, “spirito” in Agostino e altra cosa che in Hegel, e “causa” in Kant non è “causa” di Aristotele. Per operare queste distinzioni, in un percorso pedagogicamente valido, serve tempo, ma su questo ritorniamo in seguito.
Un altro obiettivo chiede: «Leggere, comprendere, interpretare i testi filosofici rilevanti sapendone cogliere termini e concetti, idee generali e strutture argomentative nonché la tesi principale nel rapporto con il pensiero dell’autore, con il contesto storico-culturale di riferimento e con altri testi della tradizione filosofica». Cioè nell’anno in cui si deve passare da Cartesio a Nietzsche per esempio, sarà obbligatorio non dico leggere una pagina della Fenomenologia dello spirito che richiede tempi notevoli di ruminazione, ma anche solo una pagina di Leibniz: chi mai potrebbe permettersi anche solo di nominarlo, viste le urgenze più impellenti indicate dall’attuale documento?
Gli obiettivi specifici andrebbero letti e discussi analiticamente, ma vediamo almeno, ancora, il terzo: «Sviluppare la dimensione critico-riflessiva, potenziando le capacità di pensare, giudicare e argomentare correttamente in forma sia scritta, sia orale». Ciò significa che mentre si sta correndo nel dare le basi storiche e teoretiche della disciplina, si deve formare gli studenti anche alla scrittura filosofica? La scrittura filosofica si acquisisce con il tempo, l’esercizio e un supporto molto stretto e competente da parte di docenti opportunamente formati. C’è tutto un settore specialistico, specie nel mondo anglosassone, su come si scrive un saggio filosofico: non è un tema su cui ci si improvvisa.
I pareri che dovrebbero pesare di più nella formulazione delle Indicazioni sono quelli di coloro che conoscono la realtà della scuola, che hanno consapevolezza delle esigenze pedagogiche dell’età liceale, che conoscono le fragilità delle nuove generazioni, non coloro che ignorano le difficoltà dei docenti a fare lezione. Su quest’ultimo punto, le 99 ore teoriche previste (ma al classico tradizionale, non al linguistico, per esempio) corrispondono ormai a un monte ore reale significativamente inferiore, per effetto di attività progettuali, percorsi trasversali, uscite didattiche, orientamento, sospensioni e altri impegni istituzionali che negli anni si sono progressivamente moltiplicati. Oggi, ormai, fare didattica ordinaria è diventata un’esperienza quasi straordinaria.
Per porre rimedio alla forzatura dell’attuale testo, recependo la preoccupazione che l’ha motivato, a nostro parere sarebbe opportuno togliere l’indicazione di arrivare fino a Nietzsche nel secondo biennio e rafforzare, invece, l’indicazione che il quinto anno sia dedicato ampiamente al Novecento e ai dibattiti contemporanei.
Queste considerazioni non sono svolte da amanti della storia della filosofia, attaccati alla narrazione storica per un nostalgico amore del passato, specie ottocentesco. Ci piace qui ricordare le tredici edizioni del Concorso nazionale “Romanae Disputationes” che, con molti amici, abbiamo realizzato: tutti percorsi che, a partire da un tema filosofico, hanno proposto agli studenti italiani di riflettere per temi. Gli studenti hanno, negli anni, offerto ottimi lavori in cui hanno scritto saggi, hanno elaborato monologhi e si sono cimentati in dispute, ma lo hanno fatto partecipando a un progetto e, soprattutto, avendo alle spalle solide basi, fondate su uno studio storico rigoroso.
Qualcuno ora vorrebbe rendere grande la filosofia liceale, trasformando lo straordinario in ordinario, trasformando in normalità ciò che le Romanae propongono come percorso di eccellenza. Il rischio è che, tentando di trasformare l’eccezione in regola, si finisca per impoverire proprio ciò che si voleva elevare: che la grandezza promessa si traduca, nella pratica quotidiana, in semplificazione, accelerazione inopportuna e banalizzazione.