Cosa non va nel curriculum dello studente

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Da qualche tempo imperversa il dibattito sul curriculum dello studente, che Christian Raimo, in un articolo su «Internazionale», definisce «l’ultima cosa di cui la scuola ha bisogno». Dopo aver affrontato l’argomento nell’ambito trasmissione Fahrenheit di Radio Tre, durante la quale ho cercato di sostenere alcune ragioni a favore dell’introduzione del curriculum, ho ritenuto utile approfondire l’argomento sia per evidenziare limiti e difetti dell’attuale proposta, sia per comprendere le cause di alcuni errori che rischiano di rendere inefficace e perfino dannosa un’iniziativa in sé potenzialmente molto positiva.

 

Il contesto

Il curriculum dello studente, se inteso in senso lato come uno strumento narrativo che ha lo scopo di rendere conto del percorso di apprendimento svolto, può essere ricondotto alle origini della norma sull’autonomia scolastica, che prevede espressamente che lo Stato definisca gli «obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni» e che le istituzioni scolastiche progettino e realizzino «interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento» (DPR 275/1999).

Per quanto sia ancora poco accettata e condivisa, questa norma – che trova il suo momentaneo compimento nelle varie indicazioni nazionali e linee guida emanati negli ultimi vent’anni – introduce un principio molto chiaro: lo Stato stabilisce il valore dei titoli di studio identificando le competenze previste in uscita (nel caso della scuola del secondo ciclo si parla di P.e.cu.p., il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente); le scuole, attraverso i/le docenti, individuano strategie, metodi e contenuti di insegnamento che ritengono sia funzionali a far raggiungere quegli obiettivi agli/alle studenti.

Questi ultimi, secondo quanto previsto dalle varie normative sull’orientamento e sulla valutazione, avrebbero diritto a conoscere prima i risultati attesi, a essere valutati regolarmente, ovvero a ricevere riscontri puntuali sui loro progressi in quella direzione, e a essere messi in grado di fare un bilancio di quanto stanno imparando, tenendo conto anche di ciò che apprendono al di fuori dell’istituzione scolastica (si rinvia su questo almeno alle Linee guida per l’orientamento permanente del 2014).

Il curriculum vitae, per arrivare rapidamente al punto, è uno strumento utile a creare un collegamento tra attività svolte e competenze, già usato da molti docenti – soprattutto di Lingua e letteratura italiana, come previsto espressamente dalle Linee guida degli Istituti Tecnici e degli Istituti Professionali del 2012, che invitano a far conoscere e a usare il curriculum Europass – per aiutare gli/le studenti a dare un senso al loro percorso di apprendimento, trasformando, attraverso il racconto di sé, la mera azione in esperienza.

La storia, in breve

Il curriculum dello studente come lo abbiamo conosciuto nelle ultime settimane è un’invenzione della legge 107/2015 – la cosiddetta Buona scuola, emanata sotto il ministero di Stefania Giannini – in cui è descritto come uno strumento digitale che ha lo scopo di raccogliere, per ogni studente:

tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite, alle eventuali scelte degli insegnamenti opzionali, alle esperienze formative anche in alternanza scuola-lavoro e alle attività culturali, artistiche, di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extrascolastico.

Il D.lgs. 62/2017, art. 21, comma 2, individua i principali contenuti del curriculum, da allegare al diploma finale del primo ciclo:

Al diploma è allegato il curriculum della studentessa e dello studente, in cui sono riportate le discipline ricomprese nel piano degli studi con l’indicazione del monte ore complessivo destinato a ciascuna di esse. Sono altresì indicate le competenze, le conoscenze e le abilità anche professionali acquisite e le attività culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extra scolastico nonché le attività di alternanza scuola-lavoro ed altre eventuali certificazioni conseguite […] anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro.

Con il Decreto Ministeriale 851/2017 il Ministero guidato da Valeria Fedeli destina alla «digitalizzazione del modello del curriculum della studentessa e dello studente» risorse finanziarie per 500mila euro. Il 16 aprile 2018 (Decreto Dipartimentale 644) affida a tre istituzioni scolastiche individuate con procedura di gara ristretta la sperimentazione del curriculum: Liceo Scientifico “G. Galilei” di Verona per il Nord Italia, l’IIS “P. Baffi” di Fiumicino per l’Italia Centrale, l’IIS “A. Volta” di Palermo per il Sud e Isole (costo dell’operazione, 30.000 euro).

Conclusa la sperimentazione, e al fine di realizzare lo strumento, il 21 marzo 2019 il Ministero dell’Istruzione – il ministro è adesso Marco Bussetti – approva un Decreto dipartimentale per l’Implementazione del curriculum digitale della studentessa e dello studente. Si tratta di un bando finalizzato a individuare tre scuole, una per area geografica, a cui assegnare le risorse per lo sviluppo del progetto (300.000 euro ripartiti sulla base della popolazione scolastica delle diverse aree).

L’Istituto aggiudicatario, si legge nel Decreto, dovrà:

    1. verificare l’adeguatezza e la completezza della l parte del curriculum popolato da dati provenienti dall’anagrafe nazionale del MIUR e da pacchetti locali;
    2. fornire supporto agli studenti per la compilazione della II parte;
    3. aggiornare i dati per ciascun anno scolastico:
    4. definire le modalità di trattamento dei dati personali contenuti nel curriculum dello studente:
    5. utilizzare, per il popolamento dei dati, le predisposte funzioni e tracciati standard presenti nei pacchetti locali e in quelli ministeriali;
    6. individuare, a fronte della sperimentazione, le integrazioni e le migliorie da apportare al curriculum dello studente e realizzare i relativi aggiornamenti della piattaforma ministeriale;
    7. organizzare azioni di aggiornamento per il personale di segreteria e docente.

Le risorse sono assegnate a fine maggio (D.D.  821 del 31 maggio 2019) a:

  • I.I.I.S. “E, Majorana” di Seriate (BG)
  • I.I.S. “P. Baffi” di Fiumicino (Roma)
  • I.I.S. “C. Levi” di Portici (NA).

L’Istituto Baffi, che ha già guidato la sperimentazione, è la scuola capofila, alla quale viene affidato, nello stesso decreto, «il compito di predisporre un contratto per tutte le Istituzioni Scolastiche selezionate con la DXC».
La DXC Technology-Enterprise Service S.r.l. è in effetti la sola società a cui l’Istituto Baffi, con determina della dirigente, il 16 settembre del 2019 chiede un preventivo, prenotando una spesa di 225.000 euro, il 75% del finanziamento assegnato alle scuole, che deve essere trasferito dagli istituti partner al capofila e da questi al fornitore del servizio.
Si presume, dunque, che l’attuale versione del Curriculum dello studente sia stata realizzata da questa società su progetto e con il monitoraggio delle tre scuole individuate dal Ministero, alle quali rimangono 75mila euro.

Lo strumento

Era davvero necessario realizzare una piattaforma dedicata espressamente al cv dello studente? Personalmente ritengo di no. Intanto, perché la piattaforma Europass per la creazione del curriculum vitae, la più usata da studenti e docenti di tutta Europa, mette a disposizione gratuitamente strumenti e funzionalità più avanzati, che vengono continuamente aggiornati. È uno strumento che ritengo ogni studente dovrebbe conoscere e padroneggiare, anche per inserirsi in modo consapevole in un contesto formativo e professionale europeo, ma soprattutto per acquisire un maggiore controllo sui propri apprendimenti grazie al lavoro di individuazione, selezione e verbalizzazione delle esperienze fatte.

Ricorrere a una nuova piattaforma appare una scelta provinciale e velleitaria, che sembra rispondere a esigenze di ordine amministrativo e burocratico (raccogliere in modo automatico alcune informazioni contenute nella prima parte del curriculum), negando implicitamente il valore didattico di questa attività, che non dovrebbe in alcun modo essere automatizzata ma che, al contrario, dovrebbe servire ad aumentare la percezione di controllo sugli apprendimenti da parte di ciascun/a studente.

I quattro anni impiegati per realizzare questa versione del curriculum – costati circa mezzo milione, per rimanere al budget stanziato inizialmente – avrebbero potuto essere investiti nella realizzazione di attività di orientamento adeguati ai bisogni di ogni studente, e in iniziative di formazione professionale per i docenti che ancora non sono in grado di praticare una didattica e una valutazione capaci di dare senso all’esperienza e al percorso di apprendimento.

Inoltre, per tornare al curriculum Europass, questo si distingue tra gli altri per la sua capacità di mettere in relazione esperienze svolte e competenze sviluppate, contribuendo in questo modo a sviluppare quelle competenze di auto-orientamento che sembrano totalmente escluse dalla didattica della scuola del secondo ciclo (soprattutto nei Licei) e che evidentemente non sono state ritenute degne di interesse dagli sviluppatori della versione all’italiana del curriculum.

Anche la seconda parte del curriculum – che può essere compilata sia dalla scuola sia dallo/a studente – è destinata a raccogliere e archiviare eventuali certificazioni che attestano competenze linguistiche, informatiche o di altro tipo, purché documentate, mentre la terza parte, a cura esclusiva dello/a studente, riguarda – si legge sul sito – «le attività extrascolastiche svolte ad esempio in ambito professionale, sportivo, musicale, culturale e artistico, di cittadinanza attiva e di volontariato». Proprio su questa parte si sono concentrate le accuse di classismo rivolte al curriculum, ritenuto uno strumento che valorizza soprattutto coloro che possono permettersi di svolgere attività di volontariato o di pagarsi corsi supplementari.

Va detto che il classismo è una delle caratteristiche più tipiche della scuola italiana, soprattutto nel secondo ciclo, quando gli/le studenti si distribuiscono nei diversi ordini di scuola in modo disuguale e prevedibile, sulla base del percorso scolastico precedente e, anche, della condizione sociale di partenza. Se teniamo conto dell’Economic Social Cultural Status index (ESCS), un indicatore elaborato dall’Invalsi per misurare la condizione socio-economica e culturale, possiamo verificare la presenza di studenti più ricchi di risorse nei licei classici e scientifici, mentre i più poveri sono concentrati negli istituti professionali. D’altronde, la scelta di prosecuzione nei percorsi di II grado – si legge nel rapporto sugli Esiti dell’esame di Stato e degli scrutini nella scuola secondaria di I grado – è fortemente correlata alla votazione conseguita all’esame del I ciclo, per cui, per esempio, «gli studenti che hanno concluso il percorso con una votazione medio-alta optano principalmente per il settore liceale». Come già ho affermato altrove, questa situazione «è il frutto di un percorso lungo, che inizia probabilmente prima e al di fuori della scuola e che trova il suo compimento alla fine del primo ciclo, al momento del consiglio orientativo e della scelta della scuola in cui terminare l’obbligo di istruzione ed eventualmente proseguire fino al diploma» (S. Giusti, N. Tonelli, Comunità di pratiche letterarie, Loescher, Torino 2021, p. 88).

La lotta al classismo, urgente e necessaria, richiede però altre riflessioni e dovrà passare attraverso riforme capaci di costruire percorsi comuni all’interno della scuola dell’obbligo, di combattere efficacemente la dispersione scolastica e di conferire potere agli e alle studenti – anche con strumenti quali il curriculum vitae –, studenti che hanno diritto ad avere un maggiore controllo sui propri percorsi di apprendimento, che devono iniziare e proseguire anche al di fuori del contesto scolastico.

Tornando all’analisi del nostro strumento, quindi, va sottolineata l’assoluta inadeguatezza di questa terza parte, che semplicemente consente esclusivamente di inserire le attività, ma che non chiede, come invece dovrebbe, di analizzarle per individuare i cambiamenti prodotti sul soggetto in termini di apprendimento. Quel che davvero dovrebbe contare, infatti, è sviluppare nella persona che scrive il proprio curriculum la capacità di mettere in relazione le azioni compiute con le trasformazioni subite, le esperienze con gli apprendimenti. Raccogliere le testimonianze delle attività svolte ha un valore orientativo e formativo se fa riflettere su ciò che si è appreso durante e dopo quell’attività, e se conduce a socializzare i propri apprendimenti formulandoli in frasi chiare e ordinate. Un curriculum “da riempire” e non da scrivere è una beffa soprattutto nei confronti di quei/quelle docenti che dal 2012 a oggi – e forse anche prima – hanno seguito le indicazioni ministeriali e hanno creduto nei processi di orientamento, e adesso si ritrovano tra le mani uno strumento inadeguato.

Alcuni consigli per una scuola a norma di legge e a regola d’arte

Ma la frittata (l’ennesima) è fatta. Anche stavolta gli adulti italiani (politici e intellettuali, decisori e fornitori) hanno lavorato per produrre uno strumento velleitario e poco significativo, capace di creare difficoltà e imbarazzo, ma forse anche di suscitare qualche ragionamento utile a riprendere il cammino per la realizzazione di una scuola pienamente democratica.
In questa sede mi permetto di concludere con tre consigli pratici ai/alle docenti del secondo ciclo:

  • fate fare il cv Europass agli/alle studenti, subito, ora. Date loro il link, lasciate che ci lavorino in classe, aiutandosi a vicenda e discutendone insieme;
  • dedicate le prossime settimane a studiare la valutazione educativa: se ancora fate interrogazioni e compiti, se usate i voti per controllare che gli studenti studino e per costringerli a studiare, se il vostro sistema di valutazione crea ansia e non fornisce strumenti di autovalutazione e di orientamento, se non riuscite proprio a capire che senso abbia il curriculum vitae, avete urgente bisogno di questo aggiornamento;
  • prendete sul serio le attività di orientamento previste dalle Linee guida sull’orientamento permanente attualmente in vigore, a partire dalla condivisione con gli/le studenti delle competenze previste dal Pecup, poi esplicitate nel supplemento Europass rilasciato insieme al certificato di diploma, che dovrebbero essere costantemente monitorate e valutate.
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Simone Giusti

insegnante di lingua e letteratura italiana in un istituto professionale e docente a contratto di didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e il manuale L’onesta brigata. Per una letteratura delle competenze, per il triennio delle secondarie di secondo grado.

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