Educazione alla lettura: il mestiere di formare i lettori

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Nel dibattito aperto da Nicola Lagioia su «Lucy» si è parlato di editoria, librerie e politiche culturali. Ma chi forma i lettori? Promuovere la lettura non basta: serve un curricolo di educazione alla lettura, e serve riconoscere la scuola come istituzione culturale e l’insegnante come un professionista che questo mestiere lo deve poter imparare.
Libri sul leggere.
Libri sul leggere.

Nel dibattito suscitato dall’intervento di Nicola Lagioia e dalle successive risposte pubblicate su «Lucy. Sulla cultura» si è parlato molto di libri, editoria, librerie, biblioteche e politiche culturali. Lagioia ha denunciato l’assenza di politiche pubbliche per un settore che pure resta tra i più vitali dell’industria culturale italiana; Giovanni Solimine, rispondendogli, ha richiamato il vasto capitale sociale che andrebbe mobilitato per far circolare i libri. Sono analisi che condivido. Meno spazio, però, è stato dedicato a un’altra questione: chi forma i lettori?

È una domanda che emerge raramente quando si discute di lettura, forse perché siamo abituati a considerare i lettori e le lettrici come un dato di partenza. Esistono i libri, esistono gli editori, esistono le librerie e le biblioteche; i lettori sembrano essere semplicemente lì, pronti a incontrarli. Eppure non è così. I lettori e le lettrici non costituiscono una risorsa naturale a disposizione del mercato editoriale o delle politiche culturali. Diventano tali attraverso percorsi lunghi, discontinui, spesso fragili, che coinvolgono famiglie, scuole, biblioteche, gruppi di lettura e molte altre istituzioni culturali.

Come docente universitario di didattica della letteratura impegnato nella formazione degli insegnanti, come ricercatore che lavora nelle scuole e come condirettore scientifico insieme a Giusi Marchetta del progetto formativo Educare alla lettura, promosso dal Centro per il libro e la lettura e dal Salone Internazionale del Libro di Torino, osservo questa discussione da una prospettiva diversa da quella, pur necessaria, dell’editoria e delle politiche culturali.

Da questa posizione, mi sembra utile riprendere una distinzione che la ricerca educativa ha ormai formalizzato (da ultimo nel volume Educare alla lettura o promuovere la lettura?, curato da Federico Batini e Diego Izzo per il Centro per il libro e la lettura): quella tra promozione della lettura ed educazione alla lettura.

Promuovere non basta

Libri, lettura.

La promozione della lettura svolge una funzione essenziale. Festival, saloni, fiere, iniziative di editori, librai e bibliotecari rendono visibili i libri nello spazio pubblico, favoriscono l’incontro tra autori e lettori, costruiscono occasioni di partecipazione culturale. Costituiscono inoltre un osservatorio privilegiato per comprendere le pratiche di lettura contemporanee: le ricerche di Giovanni Solimine e di Chiara Faggiolani mostrano quanto sia importante studiare i contesti reali in cui i lettori e le lettrici si incontrano, si riconoscono e costruiscono comunità attorno ai libri. Ed è proprio questa tradizione di studi che oggi ci permette di conoscere anche i limiti della promozione.

Come evidenziato in una recente indagine esplorativa coordinata da Federico Batini per il Centro per il libro e la lettura, sappiamo infatti che la promozione opera soprattutto dove esistono già le condizioni che rendono possibile la lettura. Le iniziative culturali raggiungono più facilmente persone che possiedono già almeno una parte delle risorse necessarie per attribuire valore alla lettura: familiarità con i libri, competenze linguistiche adeguate, disponibilità di tempo, reti sociali favorevoli, accesso a determinati ambienti culturali. Tendono cioè a coinvolgere soggetti che dispongono già di quel capitale culturale e sociale che rende possibile partecipare alle pratiche della lettura. La promozione, in altre parole, rischia di ridistribuire risorse a chi ne ha già.

Se l’obiettivo è aumentare il numero dei lettori e delle lettrici e ridurre le disuguaglianze culturali, la promozione non basta. Occorre chiedersi come una persona diventi lettrice. Questa domanda apre il campo dell’educazione alla lettura. Che non è convincere qualcuno a leggere, ma costruire le condizioni che rendono possibile sviluppare un rapporto stabile, autonomo e significativo con la lettura. Le ricerche più recenti mostrano che i comportamenti di lettura non nascono spontaneamente. Richiedono tempo, continuità, intenzionalità e mediazione. Nascono dall’ascolto di storie, dalla lettura ad alta voce, dalla frequentazione delle biblioteche, dalle conversazioni sui libri, dalla possibilità di scegliere cosa leggere, dall’incontro con adulti che leggono e che sanno accompagnare l’esperienza della lettura.

Un mestiere da imparare: il ruolo delle scuole

Accompagnare, appunto. È un verbo che indica un mestiere. Educare alla lettura non è un talento spontaneo, né una semplice questione di passione personale: è una professionalità che si apprende. Leggere ad alta voce in classe con regolarità, progettare e gestire laboratori di lettura, condurre conversazioni letterarie, scegliere le opere da proporre tenendo insieme la qualità dei testi e i bisogni di chi legge: sono pratiche didattiche fondate sulla ricerca, che richiedono formazione. Richiedono anche esercizio, e comunità professionali in cui confrontarsi.

Negli ultimi anni, in Italia, si è sviluppato un patrimonio importante di ricerche e sperimentazioni in questa direzione. Migliaia di insegnanti partecipano a percorsi di formazione come Educare alla lettura, sperimentano nuove pratiche didattiche, costruiscono comunità di lettura nelle scuole. Eppure tutto questo entra raramente nel dibattito pubblico sulla lettura, che continua a essere interpretata soprattutto come un problema editoriale.

L'evento finale del progetto Educare alla lettura 2026 al Salone del Libro di Torino, con Giusi Marchetta.
L’evento finale del progetto “Educare alla lettura” 2026 al Salone del Libro di Torino, con Giusi Marchetta e alcune delle classi che hanno partecipato.

Nel dibattito pubblico le scuole vengono spesso considerate luoghi di trasmissione del sapere o destinatarie di politiche culturali elaborate altrove. In realtà producono cultura ogni giorno: selezionano opere, costruiscono percorsi interpretativi, organizzano pratiche di lettura, formano comunità di discussione, mettono in relazione patrimoni culturali e nuove generazioni. Operano, per usare una formula gramsciana, come intellettuali collettivi radicati nei territori: attribuiscono valore alle opere, favoriscono la partecipazione alla vita culturale e contribuiscono alla formazione di nuovi lettori e nuove lettrici.

Il laboratorio durante la presentazione del Il QdR / Didattica e letteratura #22 è “Perdersi e ritrovarsi. Educazione alla lettura e didattica orientativa”, di Simone Giusti, Giusi Marchetta, nato da Educare la lettura 2024-25
Il laboratorio durante la presentazione del QdR / Didattica e letteratura #22, “Perdersi e ritrovarsi. Educazione alla lettura e didattica orientativa”, con Giusi Marchetta, nato da Educare la lettura 2024-25

So che a questo punto l’obiezione è pronta: la scuola c’è già, è obbligatoria, tutte e tutti vi incontrano la letteratura, eppure i lettori adulti continuano a diminuire. L’obiezione coglie un punto vero, che però conferma la diagnosi invece di smentirla. La scuola italiana ha storicamente insegnato a studiare la letteratura, non a leggere. Edoardo Sanguineti raccontava con ironia dell’adulto che, sorpreso il ragazzo da solo con un libro, gli ingiunge di smettere subito e di correre a studiare, come se leggere e studiare fossero attività incompatibili, e l’una nuocesse all’altra (ed è una delle ragioni per cui, se intervistate studenti delle superiori, come ho fatto io recentemente, probabilmente vi diranno che leggevano di più alle medie). Educare alla lettura significa rovesciare questa tradizione: fare delle esperienze di lettura una componente legittima e strutturale del curricolo, non una distrazione tollerata ai margini dello studio.

Un curricolo, non un’ora

In questo quadro appare significativa la proposta del presidente del Centro per il libro e la lettura, Giuseppe Iannaccone, di introdurre un’ora settimanale dedicata alla lettura. Il suo merito principale è quello di riportare l’attenzione sul fatto che leggere richiede tempo, e può rappresentare un primo passo. Ma la questione, dal punto di vista della didattica della letteratura, è più ampia e non è risolvibile ritagliando uno spazio aggiuntivo all’interno dell’orario scolastico.

Servirebbe costruire un curricolo di educazione alla lettura letteraria innanzitutto nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano, che accompagni l’intero percorso di istruzione, dalla scuola dell’infanzia alla conclusione della secondaria. La formazione dei lettori non dipende da singole iniziative, ma dall’accumularsi nel tempo di esperienze di lettura considerate legittime dagli adulti di riferimento e dalle istituzioni culturali. È qui che la scuola può svolgere una funzione che nessun’altra istituzione è oggi in grado di garantire con la stessa continuità e capillarità.

Altri libri, lettura.

Le scuole sono infatti gli unici luoghi capaci di raggiungere in modo sistematico anche chi non frequenta librerie, festival, biblioteche o altri contesti culturali. È anche per questo che il futuro della lettura dipende in larga misura da ciò che accade, o non accade, nelle aule scolastiche. Qui si costruiscono abitudini, si sperimentano pratiche, si formano comunità di lettori e lettrici. La letteratura, allora, non può coincidere solo con un patrimonio di opere da trasmettere. A scuola deve diventare un insieme di esperienze, linguaggi e forme di relazione che permettono alle persone di attribuire significato a ciò che leggono e di condividere quel significato con le altre. Che è la cosa straordinaria che fanno i lettori e le lettrici.

La formazione di lettrici e lettori riguarda dunque la qualità della vita culturale di una società e la sua capacità di offrire a tutte e a tutti l’accesso a quelle pratiche culturali che permettono di leggere il mondo, interpretare la propria esperienza e partecipare alla vita collettiva. Ed è da queste condizioni che dipende, in ultima analisi, anche il futuro del libro: nessuna politica editoriale può produrre effetti duraturi se non incontra persone che leggono. I lettori e le lettrici, insomma, non si trovano: si formano. Ed è un lavoro che qualcuno deve imparare a fare, e che merita di essere riconosciuto.


Di questi temi si parlerà giovedì 18 giugno alle ore 17:00 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre (via del Castro Pretorio 20, con possibilità di partecipare in streaming), in occasione della presentazione del volume di Simone Giusti La lettura a scuola. Le teorie, l’insegnamento, la scelta delle opere (Carocci editore), con Cristiano Corsini, Giulia Addazi e Massimiliano Manganelli. Si potrà partecipare anche online su Teams.

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Simone Giusti

insegna didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, ed è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020), Didattica della letteratura italiana. La storia, la ricerca, le pratiche (Carocci, 2023). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e i manuali per il triennio La nuova onesta brigata (2025) e Per incantamento (2026).

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