Vita e opinioni di Valerio Magrelli, poeta

Si sa che i poeti, in genere, non hanno un gran talento per il romanzo. Nella tradizione italiana, soprattutto, il poeta predilige il racconto di una sola storia: la propria. Un’autobiografia-diario: tante pagine staccate scritte durante l’arco della vita, una poesia alla volta, e poi, ogni tanto, selezionate e raggruppate in un libro, come il Canzoniere di Petrarca. Oppure, poesie tenute insieme da un filo rosso, un racconto ulteriore che le leghi l’una all’altra, come la Vita nuova di Dante.
Bozzetto di Fellini per Casanova.

Carlo Dossi, che poeta non era ma scriveva in prosa come se fosse stato un poeta, proprio quando il romanzo diventava il genere letterario di maggiore successo scrisse in una delle sue Note azzurre che

è al medèsimo scopo di farmi lèggere con attenta lentezza che dévesi ancora attribuire la mia ripugnanza ad usare parecchi spedienti – meglio dirèi ruffianesmi – i quali, secondo l’opinione de’ crìtici e il gusto della platèa, costituirèbbero i requisiti essenziali della forma romàntica, primo fra tutti l’intreccio che appassiona e rapisce.

Perché l’intreccio, pensava Dossi, distrae il lettore. La trama deve limitarsi a una traccia sottile lungo la quale condurre il lettore verso le profondità della scrittura, del pensiero, del ragionamento.

Deve l’intreccio sì esìstere ma non troppo apparire, dee contentarsi di far da canovaccio, adducendo carezzosamente il lettore sino alle ùltime pàgine, quale còmodo cocchio da viaggio che permette di osservare il paese, non già traèndovelo turbinosamente quale rozza infuriata.

Il lettore, quindi, non va coinvolto nelle emozioni dei personaggi, come accade ancor oggi – e in misura assai maggiore – nel romanzo. Esso va tenuto alla debita distanza, affinché non si distragga da se stesso e dalla sua esperienza di lettura, che va compiuta senza troppo trasporto, in modo leggero e, soprattutto, consapevole.

Per questo Dossi – come Laurence Sterne prima di lui – si rivolge al lettore come se fosse un personaggio dei suoi libri. L’autore (ma sarebbe meglio dire, a norma di narratologia, il narratore), fa esattamente il contrario di quello che dicono i suoi contemporanei romanzieri veristi, i quali cercano di nascondere la voce di racconta e di far sembrare che la storia si faccia da sé. L’autore, o meglio il narratore, dicevo, si rivela continuamente, interviene nel testo rivelando la propria ingombrante presenza. Senza trucchi, parrebbe. Ma sarebbe meglio dire che il trucco c’è, e che esso serve per mettere all’erta il lettore rivelandogli sempre il meccanismo che presiede al funzionamento dell’opera. “Figuratevi”, “state a sentire”, “ragazze mie…”, dice continuamente il Dossi ai suoi lettori e alle sue lettrici (i cosiddetti narratari, i destinatari della narrazione).

“Adesso abbiate pazienza”, “Vedo molti lettori preoccupati, che mi fanno cenno di tornare a riva. Eccomi, non temete…”. E stavolta non è Dossi, e neanche Sterne. È Valerio Magrelli, che nel suo recentissimo Lo sciamano di famiglia. Omeopatia, pornografia, regia in 77 disegni di Fellini (Laterza, Bari 2015) mette in scena una voce narrante che nulla ha da invidiare, in quanto ad audacia, a quella di Vita di Alberto Pisani di Carlo Dossi o di Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo di Laurence Sterne.

La storia narrata conta, certo. Anche perché è una storia divertente, delicata, interessante. Un bambino che frequenta la scuola montessoriana ed è costretto a fare i conti, durante tutta la sua infanzia e fino all’adolescenza, con una madre omeopata. Un ragazzo che vorrebbe lavorare nel cinema e che, grazie alla raccomandazione del “maestro” omeopata della propria madre, nonché medico curante di Fellini, riesce a frequentare il set di Casanova. Un giovanissimo poeta che… (ma questa storia non va raccontata per intero, altrimenti si perderebbe il gusto della lettura).
Ancor di più del tempo della storia, però, è il tempo della narrazione che deve attirare la nostra attenzione.

Mi limito a citare uno dei passi più rivelatori di questo libro, nel quale il narratore – mascherato da Valerio Magrelli – racconta di aver perduto la trascrizione di un’importante intervista di Fellini nella quale il regista parla proprio delle sue poesie:

Ma qui devo parlare estesamente delle mie deficienze – deficienze in tutte le accezioni del termine, perché solo un deficiente può dimenticarsi di conservare una reliquia del genere, un testo sacro, una testimonianza inestimabile. In certo modo, così come io avevo taciuto a Fellini la prima fase della nostra conoscenza (ossia lo stage sul set di Casanova), lui mi aveva nascosto le sue parole, consegnate a un giornalista per essere date alle stampe, e poi cadute via, briciole sulla tavola imbandita, ma raccolte, miracolo! raccattate per terra da un mio benedettissimo compagno. Mentre sto scrivendo queste righe, però, non so ancora se saprò ritrovarle. Momento interessante. Il lettore può chiedersi, a buon diritto, se stia mentendo o meno…
Ecco, mi chiedo, e se non riuscirò a recuperarle? Che imbecille!

E che soddisfazione – ora è il narratore di questo articolo a parlare, Simone Giusti – leggere questo libro, andare da un disegno all’altro, leggere, o rileggere, le poesie del poeta Magrelli, o anche quella, straordinaria rivelazione, di Ciro di Pers. Un altro tassello di un puzzle che il prosatore Magrelli va componendo da oltre un decennio coi suoi libri “anfibi” – Nel condomino di carne, La vicevita, Addio al calcio, Geologia di un padre – sempre a cavallo tra i generi, mescolando poesia e prosa, narrazione e argomentazione, parole e immagini, alla ricerca di un rapporto diretto con quei pochi lettori che, come insegnava Dossi oltre un secolo fa, hanno la pazienza di sopportare il banale fatto che l’arte è artificio, ed è fatica. Una fatica paragonabile non tanto a quella del lavoro, quanto semmai a quella che richiede una relazione, un rapporto amoroso.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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