URL nel silenzio

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Nell’ultimo romanzo di Don DeLillo, “Il silenzio”, la tecnologia collassa e gli schermi diventano bui: terrorismo? Alieni? Apocalisse? Non si sa e non è fondamentale. Parliamo piuttosto della reazione del personaggi, e chiamiamo a raccolta Borges, che ha sempre ragione, e un altro libro uscito da poco: “Apparizioni” di Andrea Gentile.

La vita a volte può diventare così interessante che ci dimentichiamo di avere paura.

Vi capita mai di avere dei falsi ricordi? Certo che vi capita, capita a tutti, la mente lavora in continuazione creando la realtà, e ricreando il passato. Tra tutti i falsi ricordi, ce ne sono alcuni di natura particolare, in quanto contengono degli anacronismi evidenti: sono i più rassicuranti, perché li riconosciamo subito come falsi; sono i più inquietanti, perché continuano a sembrarci veri. Io per esempio ho nella mente l’immagine vivida del passeggino di mia figlia mentre lo spingo per le strade affollate di Marrakech: ma in Marocco ci sono andato alla fine del secolo scorso, mentre lei sarebbe nata solo dieci anni dopo.

Da un po’ di tempo, poi, mi capita di avere dei falsi ricordi pandemici. (Molti, da quando tutto questo è iniziato, hanno dei sogni pandemici; ma evidentemente il virus ha esteso il suo dominio dal sogno all’immaginazione diurna.) Mi ricordo una discussione che ebbi a vent’anni o poco più in un negozio di dischi, a proposito di musica strumentale e musica elettronica, con il gestore di quello spazio angusto, lui con una mascherina nera da cui spuntava la folta barba brizzolata, io con la mia solita chirurgica spelacchiata e maleodorante. Impossibile; vero. Ma la cosa più sconcertante è che insieme ai falsi ricordi pandemici stanno venendo fuori anche dei falsi falsi ricordi pandemici: eventi realmente vissuti che la mia mente, nell’attimo in cui affiorano alla coscienza, istintivamente rubrica come falsi. Mi sembra impossibile, per dire, aver preso un volo intercontinentale, o essere stato pigiato dentro l’anello di uno stadio insieme ad altre novantamila persone (ma davvero ce n’entrano così tante in uno spazio così ristretto?). Mi sono rigirato questi pensieri in testa per settimane. Poi ho letto l’ultimo libro di Don DeLillo: Il silenzio.

Profeta

– Ci troviamo a vivere in una realtà alternativa? L’ho già detto, questo? Un futuro che per il momento non dovrebbe ancora prendere forma?
– Un guasto in una centrale elettrica. Questo è quanto. (…)
– Intelligenza artificiale che tradisce ciò che siamo e il modo in cui viviamo e pensiamo.
– Tornerà la luce, il riscaldamento riprenderà a funzionare, la nostra mente collettiva sarà di nuovo nel punto dov’era prima, più o meno, nel giro di un paio di giorni.
– Il futuro artificiale. L’interfaccia neurale.

Questo libro è un oggetto piccolo e misterioso, pregno di senso e impenetrabile, proprio come il parallelepipedo sottile che porta disegnato in copertina, il monolite della nostra odissea sulla Terra: lo smartphone. È un libro, mi perdoneranno i delilliani, più interessante che bello.

I fatti, se di fatti si può parlare, sono presto detti: all’improvviso tutti gli schermi si spengono, dalla tv ai telefonini fino ai radar degli aerei. Non è un semplice blackout, è il collasso tecnologico: tutto quanto c’è di elettrico ed elettronico ha smesso di funzionare. Questo il sintomo: la causa è imperscrutabile, proprio perché i mezzi di comunicazione sono off. (Se la fine del mondo arrivasse davvero, ce ne accorgeremmo? Me lo chiedo spesso, e mi rispondo di no.) Un gruppo di cinque persone, all’inizio separate, riesce a ritrovarsi nella casa di due di loro, per non vedere la finale del campionato di football americano, il Superbowl. Più perplessi che impauriti, più immobili che esagitati, aspettano riempiendo il silenzio con discorsi e ipotesi.

DeLillo è stato spesso esaltato per la sua capacità profetica, e in questo caso più che in altri. In effetti a leggere certi passaggi sembra, più che fiction, cronaca:

È sempre stato ai margini della nostra percezione. L’interruzione della corrente, la tecnologia che piano piano si dilegua, un aspetto, poi un altro. Ci è già capitato tante e tante volte di assistere a cose simili, in questo paese come altrove, forti temporali, incendi incontrollati, evacuazioni, tifoni, tornado, siccità, nebbia fitta, aria irrespirabile. (…) Abbiamo ancora freschi nella mente i ricordi del virus, della peste, delle code infinite nei terminal degli aeroporti, delle mascherine, delle vie cittadine completamente vuote.

Ehi, ma un attimo: il libro è stato terminato nel marzo 2020, quando il coronavirus aveva già fatto il suo outbreak. Non sembra cronaca, è cronaca. Ma alla fine i discorsi sulle capacità profetiche dei romanzieri sono delle mistificazioni, e sviano dal punto essenziale del discorso. Quello che, più sensatamente, si dice di DeLillo, è che sia sempre in grado di cogliere il senso del tempo. E in questo caso, che sia stato in grado di cogliere il senso del tempo nonostante. Nonostante la tarda età: ha 84 anni, è del 1936, il che tecnicamente non lo qualifica neanche come boomer, ma a pieno titolo come appartenente alla silent generation (ops). Nonostante batta i suoi romanzi su una macchina da scrivere comprata (usata) in un anno talmente remoto che io e la maggior parte di voi dovevamo ancora nascere. Chiediamoci allora: è vero che Il silenzio capta lo spirito del nostro tempo? In senso tecnico e letterale, assolutamente no; in un senso profondo, forse sì.

Se esaminiamo con puntiglio la consistenza delle singole affermazioni su molti temi sfiorati a volo radente nel libro, che sono poi i temi centrali della contemporaneità (intelligenze artificiali, criptovalute, cyberwar…), e se ci mettiamo a fare le pulci ai buchi di sceneggiatura (ok va via la corrente e si spegne la tv, ma perché si spengono subito anche i cellulari?), saremo costretti a concludere che DeLillo legge il mondo come un qualsiasi altro ottantenne sopraffatto dal gap tecnologico: un ottantenne smart, certo, che ha orecchiato delle parole e dei concetti, e li ha infilati nel libro per mostrare che ci sta troppo dentro. Ma se ragioniamo così, facciamo un torto a noi stessi, più che a lui. Il silenzio non è il 6|5 di Laumonier che s’immerge nella finanza algoritmica, non è Essere una macchina di O’Connell con il suo viaggio nel transumanesimo. Non è neanche Chthulucene, nonostante DeLillo e Donna Haraway siano quasi coetanei. Non è niente di tutto ciò, e non vuole esserlo: non ne ha bisogno. DeLillo coglie lo spirito del tempo non in modo analitico, ma sintetico: non come un tecnico, ma come un quivis de populo, anzi come un visionario, uno sciamano.

Don DeLillo

Teatro

Martin si interroga: “Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti (…) La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me?”.

La forma ci dice qualcosa, ci dice molto. Il silenzio non è solo breve, poco più di 100 pagine. È anche composto da capitoli molto brevi: come ci fa notare Rachel Cooke, autrice di un’intervista sul Guardian (si trova anche in italiano sulla rivista l’Eco del nulla, che ha da poco iniziato una meritoria operazione di selezione e traduzione di longform culturali), «la brevità è evidenziata dalla disposizione del testo sulla pagina che tende a ricordare graficamente gli ultimi lavori teatrali di Edward Albee».

(Nella stessa intervista, è proprio DeLillo a rivelarci le ragioni compositive di questa scelta formale. Parlando della suddetta macchina da scrivere dice: «La cosa che mi piace di più è che ha i caratteri grandi, così riesco a vedere chiaramente le parole sulla pagina e a trovare una connessione visiva tra le varie lettere che compongono le parole, e tra le varie parole che compongono le frasi: questo per me è stato sempre molto importante (…) E così ho deciso: un solo paragrafo per pagina per consentire agli occhi di impegnarsi appieno con il testo». Quindi nell’originale inglese ci sono assonanze e rimandi grafici, che inevitabilmente andranno persi, almeno in parte, nonostante la consueta magistrale traduzione di Federica Aceto.)

Ma il rimando al teatro è importante anche per capire il contenuto. Quando l’ho letto ho pensato: ecco perché! Ecco perché i personaggi sembrano galleggiare nel vuoto, tra interazioni deboli e pensieri esposti in forma oracolare. Non è un romanzo: è una pièce teatrale! Non c’è un vero e proprio plot, ci sono quasi solo dialoghi, intervallati da brevi descrizioni (come le note tra parentesi all’inizio di ogni scena?). Non ci sono fatti, ci sono solo discorsi sui fatti. Interpretazioni > fatti: in questo senso, sì, DeLillo è postmoderno.

Cecità

La gente ricomincia a farsi vedere nelle strade, con una certa cautela all’inizio, e poi sulla scia di un senso di liberazione, tutti camminano, guardano, si interrogano, donne e uomini, drappelli casuali di adolescenti, tutti che si accompagnano vicendevolmente mentre attraversano l’insonnia di massa di questo tempo inaudito. E non è strano che certi sembrino aver accettato questa sospensione, questo guasto? Forse è qualcosa che hanno sempre desiderato a livello subliminale, subatomico?

Ma facciamo un passo indietro, per provare a rispondere alla domanda: come mai questi personaggi si comportano in maniera così strana? Ripartiamo dai fatti. Anzi dal fatto: l’unico di cui abbiamo conoscenza, certezza. L’imponderabile, il cigno nero, quello che ha messo il tempo fuor di sesto. Eppure quello di cui s’ignora tutto, tranne il fatto che è avvenuto. È un guasto locale? Una momentanea interruzione del servizio (ci scusiamo per la – )? È un attacco terroristico? La terza guerra mondiale? L’invasione degli alieni? Le macchine che prendono il potere? La pura e semplice apocalisse? Questo DeLillo non lo dice. Questo, io sospetto, DeLillo non lo sa.

Neanche i cinque protagonisti, ovviamente, lo sanno. Ma il modo in cui reagiscono ci lascia una leggera vertigine. Non è quello che faremmo noi, pensiamo. O almeno non è quello che fanno i personaggi dei tanti film e libri apocalittici che abbiamo interiorizzato; non è quello che fanno, per citare uno dei più belli e giganteschi what if della letteratura tutta, i protagonisti del romanzo Cecità di Saramago (quando ho letto la prima volta che il titolo dell’ultimo libro di DeLillo era Il silenzio, subito ho pensato a Cecità, non so perché, e soprattutto non capisco perché non riesco a togliermi dalla testa questo parallelo). Non si fanno prendere dal panico, non si precipitano a controllare se per esempio esce ancora acqua dal rubinetto, non si affrettano a scappare o a preparare un kit di sopravvivenza. Sulla paura, sembra prevalere lo sconcerto; sullo sconcerto, la rassegnazione.

Quasi come se non ci credessero davvero, a quello che sta succedendo, e aspettassero che da un momento all’altro l’anomalia rientri. Oppure, al contrario, come se fosse successo quello che inconsciamente hanno sempre desiderato. A sembrare impossibile, d’improvviso, non è più quello che accade, ma quello che è accaduto fino a un attimo fa: la cosiddetta “realtà di prima”. Un falso ricordo.

Anche la realtà che stiamo vivendo – questo new normal a cui ci stiamo abituando, anche quando non vorremmo – un giorno ci sembrerà assurda, diventerà un falso falso ricordo?

Apparizioni

Il mutamento di traiettorie economiche. Il peso dell’Europa. La verifica dei poteri. L’eventuale stravolgimento dell’assetto geopolitico. Le ipotesi di radicali modifiche dei nostri comportamenti abituali. La storia fa il suo corso, la vita fa il suo corso, e cambia istante dopo istante. Una pandemia registra senza dubbio un mutamento. Una mascherina, per esempio, può generare apparizioni: nuove sensazioni sulla pelle. Quel prurito sul naso, che è diverso da ogni altro prurito del naso. L’odore plastico del polipropilene frammisto all’odore del proprio respiro. Un rimbalzo olfattivo che rimanda alla morte. Sarà sempre una madeleine ma poi moriremo e morirà la madeleine.

Una pandemia è un grande irradiatore di apparizioni. Moltiplica le apparizioni – i pensieri della mente che dicono colpirà mia madre, arriverà l’apocalisse, perderò il lavoro, non andrò mai piú al cinema e via dicendo –, ma non genera sovraccarico.

A differenza del digitale, una pandemia ci proietta, nella sua natura piú intrinseca, in una molteplicità possibile di apparizioni senza sovraccarico. Ogni momento ha la sua validità. Ha la sua presenza. Siamo di fronte alla pura vita: la paura di morire. Di tutti. Ciò che prima è dato per scontato, e in qualche modo celato, ora, grazie alla pandemia, è nitido. La paura di morire entra in noi pubblicamente, avallata dai telegiornali. Il presidente del Consiglio ti ricorda: morirai. Morirai. Chiudi gli occhi e morirai.

Un libro piccolo e strano, fatto di brevi capitoli scritti su argomenti divaganti e con approccio visionario. L’ho già detto? Ma ora non è de Il silenzio che sto parlando: è di Apparizioni, un indefinibile e bellissimo saggio di Andrea Gentile. Pieno di intuizioni e disvelamenti attorno a un concetto, quello appunto di apparizione. Scritto con una densità paurosa – su ogni frase si potrebbe riflettere per settimane – eppure con una fluidità che rende ogni passaggio comprensibile, e piacevole. Saggio che si legge come un romanzo – formula trita ma in questo caso verissima – proprio come quello di DeLillo è un romanzo che va interpretato come un saggio. E forse proprio Apparizioni può essere uno strumento, l’ultimo che proverò a usare.

A un certo punto Gentile dice che i social sono il dio del presente. In un duplice senso: sia perché hanno preso il posto di Dio nell’epoca attuale. Sia, soprattutto, perché hanno occupato uno spazio da cui persino Dio è sempre rimasto fuori: il presente, il qui e ora, l’attimo. Nelle nostre preghiere, fa notare acutissimo Gentile, ci rivolgiamo a Dio per il passato (“Perdona il peccato che ho commesso ieri”) e per il futuro (“Fammi la grazia di guarire domani”), ma il presente è inattaccabile, è nostro. Ora, è di internet. Il telefonino, e più ancora la rete, e più ancora i social network, sono dei generatori continui di apparizioni. Sarebbe un bene, se concordiamo con Gentile sul fatto che l’apparizione è un’esperienza da ricercare, è ciò che dà senso al vivere. Sarebbe un bene ma non lo è, perché le apparizioni da social generano sovraccarico, eccesso: ripetizione dove dovrebbe esserci unicità, distrazione dove dovrebbe esserci concentrazione, assuefazione dove dovrebbe esserci meraviglia.

Andrea Gentile parla poi della pandemia, e dice che come il digitale è un generatore di apparizioni, ma al contrario del digitale senza sovraccarico. Forse per questo i personaggi di DeLillo sembrano così stranamente a loro agio: in questo tempo sospeso, assurdo, in questa condizione temporanea ma forse no, loro giustamente non cercano una spiegazione, ma un’apparizione.

O forse, più semplicemente, è come diceva Borges (se state a sentire me, è più o meno sempre come diceva Borges). Il quale nel primo racconto de L’Aleph – una storia in cui la presenza di trogloditi filosofi che non muoiono mai è la cosa meno strana – fa dire al protagonista, quando si trova davanti al primo ma non al più spettacolare dei colpi di scena: «Ci abituiamo subito alle realtà più assurde, forse perché intuiamo che nulla è reale».

Contare i gradini. Una cosa che facevo da bambino. Gli scalini erano diciassette. Ma volte il numero cambiava, o così mi sembrava. Forse perché contavo male? Oppure perché il mondo si restringeva e si allargava? Ma tutto questo succedeva tanto tempo fa. Oggi mi dicono che è difficile immaginarmi da bambino. Mi chiamavo Max? (…) Un bambino di nome Max. E di colpo eccomi qua, un padre, un uomo che per lavoro va nei grattacieli di lusso a ispezionare gli scantinati.

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Dario De Marco

È nato a Napoli e vive Torino. Giornalista, è stato in redazione a Giudizio Universale e Esquire Italia; si occupa di cultura e gastronomia su Artslife, CheFare, Dissapore, Esquire, L’Indiscreto, L’Integrale, Singola. Scrittore, ha pubblicato un’autobiografia in forma di romanzo (“Non siamo mai abbastanza”, 66thand2nd) e una in forma di saggio (“Mia figlia spiegata a mia figlia”, LiberAria); nel 2021 è uscita quella in forma di racconti, “Storie che si biforcano” (Wojtek).

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