La strana coppia: due libri di racconti (“grossi”, e strani, e bellissimi) di due autrici che dovreste conoscere

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Escono e leggo a breve distanza le raccolte di racconti di Paola Masino e Octavia Butler: che cosa hanno in comune le due autrici e cosa raccontano le loro vicende anche editoriali della società in cui vivevano (e di quella in cui viviamo)

Esiste uno specifico femminile nella letteratura? Domandona, cui rispondere è quasi impossibile, ma soprattutto inutile. Io, in ogni caso, non lo so: quello che so, quello che credo di sapere, è che esiste uno specifico maschile nel giudicare la letteratura scritta da donne. Specifico, sguardo maschile che, appunto, porta poi a costruire la categoria della letteratura femminile o, peggio mi sento, dei libri per donne. Smascherare questa operazione, io credo, non è compito solo delle studiose femmine e femministe, ma anche dei critici e lettori maschi (si spera non maschilisti); proprio come combattere contro le discriminazioni di genere non è compito solo delle persone che appartengono alle categorie discriminate, ma anche – direi: a maggior ragione – a chi appartiene alle categorie che il male lo fanno.

Scrivo queste righe nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, per puro caso o forse no; naturalmente l’articolo verrà pubblicato in un altro giorno, un giorno qualsiasi, un giorno come tanti altri in cui tante donne subiscono violenza, sopraffazione fisica e tortura psicologica, per il solo fatto di essere tali, e di essere sottoposte allo sguardo maschile. Prendere coscienza dello sguardo tossico è il primo passo da fare: lo sguardo tossico è, per esempio, quello che ha portato per tutta la vita Paola Masino a essere definita “la compagna di Massimo Bontempelli”. Per tutta la vita e per tutta la morte, dato che ancora oggi viene presentata così (io stesso ci sono appena cascato, se pure solo per criticare). Non ci casca Rina Edizioni, che riporta in libreria Racconto grosso e altri, nella meritoria collana Libertarie, dedicata al recupero di fondamentali autrici italiane.

Eppure, come dicevo, ancora oggi Masino viene accostata – complice una improvvida coincidenza editoriale, ovvero la ristampa del bontempelliano Il figlio di due madri curata da Utopia – allo scrittore del realismo magico, tanto che molte recensioni sono parallele, sono pezzi che, magari pensando di far cosa originale, parlano dei due libri insieme: un destino, anzi una condanna. Perciò io qui vorrei proporre un accostamento azzardato, forse incongruo, ma forse no, tra due scrittrici, che non hanno solo in comune il fatto di aver dovuto lottare tutta la vita per emergere come artiste, ma anche la sostanza di quell’arte, lo stile, l’atteggiamento. Il livello politico, diciamo, e quello letterario. Che potrebbero anche essere collegati. L’altra è Octavia Butler, di cui Sur ha da poco pubblicato La sera, il giorno e la notte (traduzione di Veronica Raimo). Il primo e più evidente parallelismo è che si tratta di due libri di racconti. Ma c’è dell’altro.

La letteratura femminile – in quell’immaginario maschile che si diceva all’inizio, e che la riduce a categoria – si vuole legata all’io, al personale, ai sentimenti, alla trama, al quotidiano. E invece, spesso la scrittrice balza fuori, fugge: forza le barriere, straripa nel surreale, nel fantastico, nel perturbante. Le streghe son tornate, le streghe non se ne sono mai andate: da Shirley Jackson a Amalia Grey, dall’America all’Italia – dove, sempre da poco, Loredana Lipperini ha curato per il Saggiatore l’antologia Le scrittrici della notte, il nostro canone inverso, che schiera una squadra impressionante con Grazia Deledda e Matilde Serao, Annamaria Ortese e Chiara Palazzolo e ancora Paola Masino. Certo poi ci sarebbe da sottolineare l’amara ironia di una fuga dalla realtà, dal realismo, che libera e allo stesso tempo ghettizza: scrittrici che, per sgusciare tra le maglie strette della letteratura comme il faut, si vanno a rinchiudere in un’altra gabbia letterario-editoriale. Quella del “genere”, dei libri di serie B, dell’escapismo come capo d’imputazione. E vabbè, non si scappa. Non si scappa?

Il giogo di Paola Masino non è stato solo quello del “compagna di”. È anche quello – conseguente, inevitabile? – di essere cooptata nelle file del realismo magico. Ma quando mai. Il modo – il mood – letterario di Masino è onirico, grottesco, gotico, allucinato, metafisico. Surreale; vogliamo dirlo? Surrealista. In questo, più partecipe di colleghe e colleghi dello zeitgeist europeo. Surreale che le permette, volente o nolente, di aggirare la censura fascista in varie occasioni.

Surreale, inquietante che entra in una realtà ordinaria poco a poco, e poi di botto (come nella fiaba stregata Latte); oppure che la domina fin dall’inizio (Famiglia); oppure ancora che sempre incombe e mai si esplicita, lasciando a chi legge un malessere tanto più cupo in quanto frustrato (Viaggio con panorami). In questo ricorda e prefigura Buzzati, come anche in certi quadretti aristocratico-borghesi (Rivoluzione) dove la satira sociale non rinuncia all’assurdo.

Usted ofende. Usted no sabe las reglas de la caballeria. Qua ognuno di noi è quello che vuole e che può, o come può. Non dobbiamo noi stare a controllarci la parte. Lo sa Iddio se esistiamo o se non esistiamo, se siamo immaginari o no; queste non sono cose che debbono essere appurate sino in fondo, e in presenza di uomini vivi. Costoro non sanno vedere che a tre dimensioni.

Lo dice un personaggio di Famiglia, uno di quelli strani: ma non si potrebbero ripetere le stesse cose di ognuno di noi? Il surrealismo diventa simbolismo, e risalendo il corso del tempo nei generi, addirittura allegoria. Allegoria seconda si chiama uno degli ultimi racconti, allegoria di un, anzi dell’amore impossibile: eppure anche il dichiarato intento non toglie fascino alla bellezza disturbante della lettura.

Perché alla fine è questa la sottilissima differenza tra una teoria e una prassi, una dimostrazione e una storia. Per questo è interessante la scelta editoriale di far seguire, a ogni racconto di La sera, il giorno e la notte, una breve postfazione scritta dalla stessa Octavia E. Butler. Una sorta di interpretazione autentica, insomma, che però venendo dopo non solo aggira il pericolo dello spoiler, come dice lei nell’introduzione, ma permette a chi legge di formarsi un’idea – di raffigurarsi un’interpretazione del mondo, perché Butler ha l’impressionante capacità di inventarsi un mondo a ogni racconto – che poi la spiegazione dell’autrice potrebbe anche smentire ma non scalfire. Se ne accorge lei stessa quando scrive: «In realtà ho l’impressione che quello he gli altri portano dentro al mio lavoro sia per loro altrettanto importante di quello che ci metto io». L’opera appartiene tanto a chi legge quanto a chi scrive, se non di più.

In mezzo al libro ci sono anche due brevi saggi, sulla scrittura. Octavia Butler parte da sé, dalla propria esperienza e difficoltà: non so se, mutatis mutandis, la condizione della donna che vuole scrivere in Italia negli anni Trenta-Quaranta possa essere avvicinata a quella della donna nera in Usa negli anni Sessanta-Settanta. Certo è che per Butler l’ostacolo era triplice: essere donna, essere nera, scrivere sci-fi. «Chi ero in fondo? Perché la gente avrebbe dovuto interessarsi a ciò che avevo da dire? E avevo qualcosa da dire? Scrivevo racconti fantasy o di fantascienza, cribbio. Al tempo quasi tutti gli scrittori seri di fantascienza erano maschi bianchi. Per quanto amassi il fantasy e la fantascienza, cosa stavo facendo?».

Stava scrivendo, ora lo sappiamo, romanzi e racconti straordinari. Soprattutto romanzi, la forma con cui è più a suo agio: ma come dimostra questo libro, anche sul passo breve non scherzava affatto. Citare i più belli vorrebbe dire elencarli tutti: quello che hanno in comune è, anche qui, la capacità di stravolgere l’universo cambiando solo un particolare. Cosa succederebbe se all’improvviso smettessimo di parlare – di riconoscere le parole? E se una pandemia rendesse ciascuna persona, a un imprecisato punto della vita, preda di una violenza inarrestabile? E se gli alieni, invece di sterminarci, ci usassero per deporre e farci crescere dentro le loro uova, ma col nostro consenso e collaborazione?

Ci sono poi alternative alla speculative fiction più pura e intrigante. Anche qui si affaccia l’allegoria di stampo antico, in un dialogo con Dio (Il libro di Martha) che sa di racconto filosofico come si avevano il coraggio di fare un tempo. Altre volte la fantascienza cede il passo a un qualcosa di più indefinibile, tra il fantastico e l’onirico: come in Deviazioni, una storia annebbiata, quasi surreale; leggendolo, sarà autosuggestione, pensavo che avrebbe potuto scriverlo Paola Masino.

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Dario De Marco

È nato a Napoli e vive Torino. Giornalista, è stato in redazione a Giudizio Universale e Esquire Italia; si occupa di cultura e gastronomia su Artslife, CheFare, Dissapore, Esquire, L’Indiscreto, L’Integrale, Singola. Scrittore, ha pubblicato un’autobiografia in forma di romanzo (“Non siamo mai abbastanza”, 66thand2nd) e una in forma di saggio (“Mia figlia spiegata a mia figlia”, LiberAria); nel 2021 è uscita quella in forma di racconti, “Storie che si biforcano” (Wojtek).

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