Una poesia per insegnare #8

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I poeti giocano coi nomi fin dall’antichità. Li manipolano, come fossero oggetti, riducendoli a volte a puro suono o a segno grafico, oppure, come ha fatto Dante con il nome di Beatrice, Petrarca con quello di Laura, equivocando e moltiplicando il loro significato.

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È così che Laura diventa l’aura, il vento; quel vento particolare e preciso che spira tra le fronde del lauro, l’alloro, la pianta sacra ad Apollo, e che proviene dalla Provenza a ricordare al poeta – attraverso la concretezza del soffio, di un odore – la donna amata.

L’aura serena che fra verdi fronde
va mormorando et per la fronte viemme,
fammi risovenir quando Amor diemme
le prime piaghe, sì dolci profonde; […]

E poi ci sono i poeti che giocano col proprio nome, lo inseriscono nelle loro poesie come fosse una firma, un marchio di fabbrica, ma anche un personaggio da coinvolgere nelle vicende narrate, da presentare sul palcoscenico del testo.

S’i’ fosse Cecco com’ i’ sono e fui
torrei le donne giovani e leggiadre;
e vecchie e laide lasserei altrui.

E se l’uso di acrostici e anagrammi del nome è uno dei più diffusi giochi di scrittura creativa nelle scuole primarie e secondarie di primo grado – secondo quanto suggerito dall’ottimo Draghi locopei di Ersilia Zamponi – è consuetudine dell’hip hop nelle sue varie forme l’uso del nome dell’autore, il quale si presenta al pubblico per costruire in modo condiviso e partecipato la propria identità.
E poi c’è il poeta Stefano Dal Bianco, che riesce a fare tutto e tutto insieme in un’unica breve poesia, una perfetta macchina significante.

COME TI CHIAMI

A volte sembra che il tuo nome
e tutto ciò che credi d’essere scolori,
e lì nel centro della nullità paurosa
si distingua qualcosa
che tu sai essere te
ma non sai come chiamare
non sai mai come fermare
prima che torni ad essere dal bianco.

(da Prove di libertà, Mondadori, collezione “Lo Specchio”, 2012).

L’inizio, sommesso, tra il bodleriano lo sbarbariano, non tragga in inganno il lettore. Qui si dice qualcosa di potente, potentissimo. Il nome – che è il poeta, la sua identità, quella del lettore che legge, che esiste anch’egli nel momento e dal momento in cui sta leggendo – perde colore, si cancella quindi dalla pagina, come un inchiostro riassorbito dalla carta su cui è steso. E la scomparsa ha conseguenze devastanti, perché prelude l’arrivo della “nullità paurosa” – un tremendo spauracchio, assai peggiore di qualsiasi uomo nero – in cui tutto si perde, in cui si smarrisce, soprattutto, l’io. Ma la cosa davvero terribile è che quest’io in realtà c’è, si intravede, si distingue, tu lo sai, ma – si legge nei due improvvisi e precisi ottonari – non sai come chiamarlo, non sai come fermarlo. Perché a questo serviva il nome, pronunciabile e scrivibile: a esistere attraverso gli altri, a chiamarsi e a essere chiamati, a fissarsi per sé e per chi sa e vuole leggere. Per fortuna – ed è uno straordinario lieto fine – la scomparsa è provvisoria, il nome è destinato a tornare dal bianco della pagina: Dal Bianco torna a essere Dal Bianco.

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Simone Giusti

ricercatore, insegna didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e il manuale L’onesta brigata. Per una letteratura delle competenze, per il triennio delle secondarie di secondo grado.

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