Una poesia per insegnare #2

Per gli addetti ai lavori, ovverosia per i ricercatori, i critici e i docenti di lingua e letteratura italiana, negli ultimi trent’anni, progressivamente, il campo della letteratura italiana si è allargato fino a comprendere la produzione nei vari dialetti della penisola.

treno

E così oggi la conoscenza della cosiddetta poesia neodialettale, a partire almeno dalla fondamentale antologia dei Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo (Milano, Mondadori, 1978), in cui Franco Loi, autore di poesie e poemi scritti rigorosamente in milanese, è indicato come il maggior poeta italiano vivente, dovrebbe far parte del bagaglio culturale di qualsiasi insegnante di italiano. E potrebbe essere di non poca utilità per tutti gli insegnanti-lettori, fruitori di letteratura disinteressati e tuttavia disposti, informalmente, a imparare qualcosa di utile dalle sue opere.
D’altronde, non è forse vero che i borborigmi vocali del grammelot di Dario Fo, coacervo dei dialetti padani, sono stati riconosciuti come vera arte e strumento di cultura dall’Accademia di Svezia nel 1997? Per non tacere il fatto che uno dei maggiori narratori di successo, Andrea Camilleri, è riuscito a costruire, nel suo siciliano, un microcosmo perfettamente funzionante nella mente dei lettori di tutta la penisola italiana e di buona parte del mondo (sia pure in traduzione).
Eppure, abituati ormai ai suoni dei dialetti italiani che abitano in modo pressoché stabile la televisione e il cinema del nostro tempo, si ha l’impressione che né l’opinione pubblica, né tanto meno la scuola, siano intenzionate a mettere a frutto la lezione dei più agguerriti poeti neodialettali, i quali stanno conducendo un’attività di ricerca letteraria in grado di dare un significato ai molti paradossi che caratterizzano i luoghi e il tempo che siamo costretti ad abitare.
Proviamo a confrontarci, noi italofoni più o meno acquisiti, con questa poesia di Giovanni Nadiani:

nó ch’a stasen d’astê

che e’ disten

u s’ vegna incontra

cun un bês mai pruvê

d’j oc d’un culor mai vest

di cavél ros infunghì d’voia

a n’s’n’andasen brisa

ch’a pasen i dè

a zugher ’ e’ löt

a pruvê d’stachêr e’ cios

da i nöstar pen misrê

che sudór saibedgh d’s-ciân

ch’a j aven adös…

firum ins un binéri

dentar a un vagon

senza ch’u l’cmânda incion

ch’e’ sól cvând ch’u i pêr a lò

a fê pasêr un Eurostar

a prenotazione obbligatoria

a pirden i nöstar dè

prenutê par nó da un étar

a ’spitê d’lezar

da un talafunì

ch’al letar ch’al s’dega

ch’a j aven vent

un étr incontrar cun e’ disten

e incion a scrivas mai…

(G. Nadiani, Guardrail , Ancona, Pequod, 2010, pp. 34-35).

Quanti di voi lettori, pur armati di pazienza e di competenze linguistiche avanzate, riuscirebbero a leggere questo romagnolo di Reda di Faenza senza ricorrere all’autotraduzione posta dallo stesso autore – secondo l’insegnamento del friulano Pier Paolo Pasolini – a piè di pagina?

noi che siamo in attesa / che il destino / ci venga incontro / con un bacio mai provato / occhi di un colore mai visto / capelli rossi infuocati di desiderio / non ce ne accorgiamo / che passiamo i giorni / a giocare al lotto / a tentare di staccare il lezzo / dai nostri panni fradici / il sudore selvatico di umano / che abbiamo addosso…

fermi su un binario / dentro a un vagone / senza nessuno che lo guidi / che va soltanto quando pare a lui / a far passare un Eurostar / a prenotazione obbligatoria / perdiamo i nostri giorni / prenotati per noi da un altro / ad aspettare di leggere / da un cellulare / quelle lettere che ci dicano / che abbiamo vinto / un altro incontro col destino / e nessuno a scriverci mai…

E sia pure con un suono e un ritmo completamente diversi, in quest’italiano rallentato e raddolcito, possiamo immaginarci queste due scene di attesa rassegnata e disperante.
Cominciamo dalla prima, e soffermiamoci subito sul pronome “noi”, tipico della poesia di Nadiani, che corrisponde a una soggettività comunitaria e molteplice, un insieme di persone ma anche un coacervo di identità. Noi, dunque, viviamo una condizione di attesa che all’inizio, nei primi otto versi, ha un aspetto nobile, ci fa apparire come creature desideranti, che anelano a chissà quale destino, salvo poi scoprire che “passiamo i giorni / a giocare al lotto”, e a tentare di perdere l’odore, il puzzo di umano che abbiamo addosso.
Nella seconda strofa, poi, eccoci nella nostra condizione di pendolari, seduti su treni che, chissà quanto allegoricamente, sono privi di guida e scostanti, perché condizionati da treni più importanti e più veloci di loro a cui devono dare la precedenza. È qui che l’attesa diventa ancora più prosaica, accompagnata dallo schermo di un cellulare (un talafunì, con efficace neologismo romagnolo), che rimane muto di ogni messaggio ulteriore, di ogni relazione.
Ed eccoci qui, dunque, noi, soli e in attesa, pieni di desideri, ostaggi di treni senza guida, a perdere intanto i nostri giorni prenotati da qualcun altro, impegnati a perdere quel poco d’umano – il lezzo – che ci resta. Una situazione che potremmo definire di quotidiana disperazione, di persone che apparentemente conoscono la direzione del viaggio ma che in realtà si sono perse.
Giovanni Nadiani, in uno dei suoi illuminanti saggi, ha parlato di uno “spaesamento integrale” in cui è facile riconoscere la situazione non solo esistenziale ma storica e culturale dei nuovi cittadini italiani:

(…) non solo nel nostro paese, ma un po’ ovunque in Europa e altrove, in particolare nel corso degli ultimi cinquant’anni, troviamo una lampante contraddizione. Società che hanno scelto di disintegrarsi, anche linguisticamente, optando acriticamente e visceralmente, senza un pizzico di sano e ragionevole scetticismo, per gli stili di vita più lustri e i mercati internazionali, per uno sviluppo privo di reale progresso – per dirla con Pasolini – ora esperimentano una sorta di immedicabile Heimatlosigkeit, di spaesamento integrale (storia, memoria, territorio, animo, lingua). (G. Nadiani, Door tuin naar town ovvero come saltare i muri senza l’asta, Ragazzini, 2004, pp. 27-28)

È in questa situazione di spaesamento che il poeta Nadiani ha scelto di incarnare la ferita causata dalla storia, di portarne il segno accettando di scrivere la lingua accerchiata e resistente di Faenza, in Romagna. Una lingua sporca, assediata ma non per questo arroccata in un desiderio nostalgico di purezza (com’è a volte il caso di alcuni dialettali). Una lingua, anzi, sporca, contaminata, capace di parlare di tutto e di mescolarsi con l’italiano (l’Eurostar “a prenotazione obbligatoria”) o con l’inglese all’occorrenza, perché questo succede alla lingua viva di un popolo (quello che abita i bar e le strade di Faenza e dintorni): si modifica continuamente nel tentativo di dare un senso alle cose, ai fatti e ai pensieri del mondo.
E così Nadiani, traduttore dal tedesco e dal neerlandese, prosatore in italiano e poeta in romagnolo (poeta scritto e poeta orale, esecutore straordinario dei duri suoni del suo dialetto), saggista in italiano, in tedesco e in inglese, è più di ogni altro il poeta che si avvicina agli auspici di Édouard Glissant, il poeta e saggista della Martinica impegnato nella difesa della diversità linguistica e culturale:

Parlo e soprattutto scrivo in presenza di tutte le lingue del mondo. Oggi, nel mondo, muoiono molte lingue. In Africa nera, per esempio, alcune lingue scompaiono perché chi le usava è stato assorbito in una comunità nazionale più grande; oppure perché la lingua non è più una lingua di produzione contadina o semplicemente di produzione e quindi viene erosa; oppure perché chi la utilizzava ha fisicamente lasciato il paese in cui viveva – ma sappiamo di scrivere in presenza di tutte le lingue del mondo, anche se non ne conosciamo nessuna. Io, per esempio, sono impregnato, intendo poeticamente impregnato, di questa necessità anche se ho un’enorme difficoltà a parlare una lingua al di fuori delle due che uso (il creolo e il francese). Ma scrivere in presenza di tutte le lingue del mondo non vuol dire conoscere tutte le lingue del mondo. Vuol dire che, nel contesto attuale, delle letterature e del rapporto fra la poetica e il caos-mondo, non posso più scrivere in maniera monolingue. Vuol dire che la mia lingua la dirotto e la sovverto non operando attraverso sintesi, ma attraverso aperture linguistiche che mi permettano di pensare i rapporti delle lingue fra loro, oggi, sulla terra – rapporti di dominazione, di connivenza, d’assorbimento, d’oppressione, d’erosione, di tangenza, ecc. – come il prodotto di un immenso dramma, di un’immensa tragedia cui la mia lingua non può sottrarsi. Di conseguenza non posso scrivere la mia lingua in modo monolinguistico; scrivo in presenza di questa tragedia, in presenza di questo dramma. Non si salverà una lingua del mondo lasciando morire le altre. Cioè, nell’attuale drammatico rapporto tra le lingue, come non scrivo più in maniera monolinguistica, così non posso più difendere la mia lingua in modo monolinguistico. (Glissant, Introduction à une poetique du divers, Paris, Gallimard, 1996, trad. it. Poetica del diverso, Roma, Meltemi, 1998, pp. 31-32).

Ecco il punto su cui ci porta la poesia di Nadiani: nessuno (incion) ci scrive mai o ci aspetta, abitiamo dei non-luoghi (invèl), e allora questo va scritto, onestamente, nella lingua più relazionale di questo mondo, la nostra lingua d’origine, la cui sola speranza di salvezza – la sua e la nostra – è la contaminazione, l’apertura a tutte le altre lingue con cui entra in contatto. Non si salverà la lingua – e neanche la scuola – scartando le lingue che la abitano, fingendo che non esistano e tentando, addirittura, di escluderle. Non siamo custodi della tradizione, sembra dirci la poesia di Nadiani. Accontentiamoci di riuscire – a condizione di aprirci al massimo all’altro, attraverso la lingua più intima e più sincera che conosciamo – a entrare in relazione con l’altro: il solo che può aiutarci a diventare un “noi”, e, quindi, a traghettare in altri mondi ciò che per noi conta qualcosa.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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