Una poesia per insegnare #16

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L’ultima raccolta del poeta Flavio Santi dà voce alle aree dismesse, oggetti e luoghi di un passato presente, segnaposto e tracce di ambizioni e futuri che non si sono realizzati.

 

Il declino dell’industria pesante e manifatturiera tradizionale è all’origine dell’abbandono di fabbriche e di capannoni industriali per migliaia di chilometri quadrati, circa novemila per l’esattezza, corrispondenti al 3% del territorio nazionale. Il fenomeno, iniziato alla fine degli anni Settanta, interessa le grandi città – il 30% di queste aree dismesse è collocato in ambito urbano – ma anche le aree montane, le valli alpine e appenniniche e molte zone prevalentemente agricole che durante il Novecento sono state destinate a un uso industriale. In Lombardia, in particolare, sono stati individuati otto milioni di metri quadrati occupati da 200 aree dismesse nelle sole tre province di Milano, Monza Brianza e Lodi.
Si tratta di un fenomeno che probabilmente è sotto gli occhi di ciascuno, e che suscita tra l’altro l’interesse di chi, attraverso il recupero delle aree dismesse, intende contenere il consumo di suolo, evitando che si vada a costruire su territori agricoli o boschivi, ma di fatto continuando a perseguire i medesimi obiettivi di sviluppo economico che hanno determinato, nei decenni passati, la costruzione di quelle fabbriche e di quei capannoni ora in disuso.
Diverso è l’approccio del poeta Flavio Santi, che a una di quelle aree dismesse affida direttamente la parola, dando voce a un canto e a un ragionamento di altra natura.

Canto di un’area dismessa

“Lavorarono qui, qui penarono”

(V. Sereni)

 

 

Vedete io non sono bello

(o bella dovrei dire?, non conosco il mio sesso)

ridotto a sterpaglie, ruggine e amianto

un interminabile muro mi copre e mi rapisce

dicevo, io non sono bello

come una chiesa, fiero come un castello

eppure porto l’impronta della vostra vita

sono qua da decenni, mi conoscete

come conoscete vostro padre o vostro figlio,

presenza ormai scontata,

eppure sono una forza del passato

terribile ma inerme

pronta (ecco che divento donna) a tutto.

Adesso sembrate temermi, sì, come

fossi l’ultimo sforzo andato male.

Lo sforzo di quando ero viva

e loro erano vivi e voi lo eravate e

tutto aveva un senso,

il senso. L’unico possibile e immaginabile,

l’unico passabile in una vita senza centro

in una vita di cemento,

di fibre artificiali e inganni industriali

quando bello di una vita moderna e funzionale

mi ergevo alla mia condanna,

e non lo sapevo,

fiero di una fierezza molto anni Cinquanta –

gli anni di Bartali Coppi e Mira Lanza –

e morivo, e non lo sapevo, di

una morte lenta e viscosa.

Cominciamo a rileggere il testo a partire dall’epigrafe: un verso di Vittorio Sereni preso da Una visita in fabbrica, una delle poesie della raccolta Gli strumenti umani, del 1965.
È una lunga poesia che Sereni ha finito di scrivere nel 1961, ma porta in calce le date 1952-1958, un riferimento puntuale all’epoca del cosiddetto miracolo economico italiano, il momento storico in cui si affermano neocapitalismo e consumismo. Il raro suono delle sirene di una fabbrica, «che ora non suonano più per ragioni di pubblica quiete», scrive Sereni in un suo quaderno di appunti, dà origine a una rappresentazione complessa, frammista di riflessioni liriche e spezzoni di dialogo, di quel mondo industriale e, di riflesso, della condizione dell’intellettuale – colui che compie la visita in fabbrica, appunto – il quale, armato di un’educazione umanistica, non è in grado di capire davvero ciò che osserva e può solo intuire la propria inadeguatezza.
Si legge in una lettera di Sereni pubblicata nel 1961 sulla rivista «Nuova Corrente»:

Ma ecco cosa in realtà ci unisce [noi intellettuali] agli operai, questo senso di rassegnazione che in loro sempre più pericolosamente è rassegnazione al miraggio del benessere, prima consistente vittoria dei padroni su di loro, primo effetto della politica paternalistica e neocapitalistica…

Sessant’anni dopo, dunque, Flavio Santi riprende un verso di questa poesia – «Lavorarono qui, qui penarono» – per evocare la presenza ormai fantasmatica degli operai, e per ribadire quel senso di rassegnazione che già Sereni aveva così lucidamente dichiarato, senza autocompiacimenti o nostalgie di sorta.
Anche per Santi, non è ravvisabile alcun rimpianto per un passato industriale o preindustriale, mentre traspare, quando parla di un «ultimo sforzo andato male», l’ammirazione per quella vitalità progettuale che ancora è visibile nelle rovine dell’area dismessa e che addirittura sembra far paura.

Di quella sicurezza di sé, di quella fiducia nelle umane possibilità e nel progresso che sono state all’origine dell’era industriale, adesso rimane una traccia, un keepsake, la scia lasciata da quei corpi e quegli oggetti che almeno credevano di muoversi in una direzione, verso un futuro che alla fine si è dissolto, un progetto che non si è realizzato.

Il sociologo Paolo Jedlowski, in un suo prezioso libro intitolato Memorie del futuro (Carocci 2017), ha creato i presupposti per affrontare lo studio di queste memorie dei futuri desiderati, ravvisabili, tra l’altro, proprio in quei villaggi abbandonati e in quelle aree dismesse che, a guardar bene, raccontano storie di fallimenti e, anche, di speranze, di illusioni e di desideri che hanno avuto un ruolo determinante nella vita di persone e comunità, nonostante siano poi svaniti nel nulla.

A partire dalla lettura di questa poesia, tratta da un libro intitolato Quanti e significativamente sottotitolato Truciolature, scie, onde, 1999-2019 (Industria e Letteratura 2020), possiamo avviare una riflessione anche personale sulle nostre aree dismesse, ovvero su quelle tracce – i trucioli, gli avanzi, i residui di lavorazione – che parlano non di chi siamo stati ma di chi avremmo voluto essere, non di quel che siamo diventati ma di ciò che abbiamo abbandonato e che, tuttavia, ancora parla di noi, a noi, per suggerirci che non è ancora finita, che il senso al nostro agire che abbiamo perduto possiamo continuare a cercarlo, sia pur rassegnati a vivere nel dubbio e nella contraddizione, circondati da stimolanti rovine.


Flavio Santi, Quanti (Truciolature, scie, onde, 1999-2019), prefazione di Niccolò Scaffai, Industria e Letteratura, Massa 2020

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Simone Giusti

ricercatore, insegna didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e il manuale L’onesta brigata. Per una letteratura delle competenze, per il triennio delle secondarie di secondo grado.

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