Tipi da Salone #1

La nostra rubrica di racconti di lettori si è trasferita per qualche giorno alla fiera del libro di Torino. I primi due racconti, se ve li eravate persi.

Durante il Salone del libro una scrittrice in incognito si è aggirata per stand e presentazioni, armata di penna, taccuino e smartphone. Ecco i suoi “Tipi da Salone”: i primi due ritratti della nostra rubrica di racconti di lettori in trasferta torinese.#1 – Ragazza vista da dietro

Sto camminando da un po’ dentro il padiglione 2. Mi piace la consistenza del tappetone fucsia sotto ai piedi, così lo seguo spostandomi ad angoli retti, assecondando il suo percorso regolare tra gli stand.
E, mentre cammino a occhi bassi, incontro una ragazza. Indossa degli stivaletti bianchi con delle catenine che tintinnano a ogni passo, un vestito che le sta un po’ largo, nero e un coprispalle a fiori rosazzurro.
Ha i capelli scuri, di un castano che sembra sporco. Tiene due ciocche raccolte da un fermaglio bianco, e la postura delle spalle mi fa pensare che si senta perduta.
La seguo, lei si muove lentamente, si vede che non ha una meta precisa. La mano sinistra tiene il catalogo rosso della Newton Compton, mentre la destra è infilata dentro alla borsa, anche se sembra non cercare nulla di particolare.
Procede per un po’, e a un tratto si ferma: guarda a destra e poi a sinistra, si lascia distrarre. Quando riprende a camminare io la guardo allontanarsi, con le sue spalle curve e il vestito nero stropicciato.

19 maggio, ore 13:50

#2 – Uomo dalle mani premurose

In mezzo a tutti quelli che passano, lui va più lentamente. Lo noto per quello, e per il fatto che indossa una maglia a righe orizzontali rosse e blu.
Mi passa a fianco, così mi volto per osservarlo ancora. La cosa che stona – mi dico – sono le scarpe, troppo logore e di un colore rovinato. Ma il suo volto è pulito, la barba appena accennata, gli occhi attenti e precisi.
Mi passa a fianco, quindi, e si avvicina alla torre di libri. Mi dico: ora tira fuori il telefono e fa una foto. Ma non lo fa, rimane in disparte, non tenta nemmeno di toccarlo. Semplicemente, guarda.
Dopo una manciata di secondi volta le spalle a quel tronco di libri – un albero cui è stata restituita la carta e che funge da riparo a gruppetti di ragazzi che lì si sentono protetti –, volta le spalle a quel vociare e si mette a cercare qualcosa tra i saggi, quelli fuori catalogo.
Sono tutti Laterza, gialli e induriti per l’umidità. Lui ne prende uno e lo piega, come a testarne la morbidezza. Poi si porta il dito alla bocca e comincia a sfogliarlo.
Fa così con due, tre titoli. E a quel punto sono io, che me ne vado.
Per immaginarlo pensare, nell’intimità della sua voce interna, in silenzio in mezzo al rumore.

19 maggio, ore 17:08

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