Testo, certificazione, formazione. Il latino nelle Indicazioni nazionali 2026

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Dal nuovo ruolo del testo originale alle certificazioni linguistiche, una riflessione sulle condizioni necessarie perché le innovazioni previste dalle Indicazioni diventino pratiche didattiche reali

La bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito il 22 aprile 2026 e sottoposta a consultazione pubblica conclusasi il 31 maggio, è ora al vaglio della Commissione prima dell’adozione ufficiale: il testo potrà ancora subire modifiche anche sostanziali.

Su questa rivista sono già apparsi contributi sul greco al classico (Turazza, 6 maggio) e sul latino nei vari indirizzi liceali (Turazza e Reali, 10 maggio), ai quali queste riflessioni vogliono affiancarsi concentrandosi su tre aspetti specifici non ancora sviluppati: il mutato statuto del testo originale nel passaggio dalle Indicazioni del 2010 a quelle del 2026, le implicazioni del sistema di certificazione per la valutazione ordinaria, e la formazione docente come condizione non dichiarata di ogni innovazione proposta.

Il testo e il suo statuto

Nelle Indicazioni del 2010 per il liceo classico il rapporto con il testo latino era formulato in termini inequivocabili: nel secondo biennio «uno spazio prevalente» era riservato alla «lettura e all’interpretazione degli autori in lingua originale». Il testo originale stava al centro, e la traduzione era lo strumento attraverso cui avvicinarsi a esso.

Nelle Indicazioni 2026 questa formulazione scompare: al suo posto compare «una congrua lettura di testi in originale e in traduzione, preferibilmente con testo a fronte». Il cambiamento è lessicalmente preciso – congrua indica adeguatezza quantitativa, non gerarchia – e non si riduce a una questione redazionale. Segnala uno spostamento nel modo in cui il documento concepisce il rapporto tra studente e testo antico.

A rafforzare questa lettura contribuisce un’altra formula, assente nel 2010 e presente in tutti gli indirizzi del 2026: i testi latini proposti agli studenti devono essere «debitamente annotati e contestualizzati». È una cautela pedagogicamente fondata, ma ha anche un’implicazione di fondo: il testo non si incontra mai nella sua resistenza diretta, arriva sempre pre-mediato.

Allo scientifico e alle scienze umane lo spostamento è dichiarato ancora più esplicitamente: «il ricorso a testi in traduzione, preferibilmente a fronte, integra e completa la lettura dei testi in lingua», una gerarchia in cui la traduzione è lo strumento primario e l’originale il complemento. Il testo latino è ancora presente, ma il suo statuto è cambiato: da oggetto di lettura e interpretazione a veicolo di accesso a contenuti linguistici e culturali.

Le certificazioni: una novità che misura il cambiamento

A questo spostamento le Indicazioni 2026 danno per la prima volta una misura esplicita, attraverso l’introduzione di livelli attesi di competenza in latino riferiti alla scala del protocollo stipulato dalla Consulta Universitaria di Studi Latini e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nel 2019 e rinnovato nel 2024. Per il classico si prevede A2 a fine biennio e B a fine percorso; per scientifico e scienze umane A1 a fine biennio e A2 a fine percorso; A1 per il linguistico. È un passo significativo, perché rende esplicita una gerarchia tra indirizzi che le Indicazioni del 2010 lasciavano implicita nel monte ore senza mai tradurla in obiettivi dichiarati e confrontabili con quelli delle lingue moderne.

La distanza tra i livelli attesi non è solo quantitativa. Un livello B implica la capacità di lavorare su testi originali con crescente autonomia e di argomentare le scelte traduttive in modo consapevole; un livello A2 descrive una competenza ancora prevalentemente guidata, dipendente dall’annotazione e dalla contestualizzazione preventiva del testo. Sono profili in uscita sostanzialmente diversi, e la loro esplicitazione ha il merito di rendere finalmente leggibile – anche per gli studenti e le famiglie – ciò che fino ad ora era affidato alla sola percezione degli addetti ai lavori.

Il problema sorge quando si considera come questa novità si raccordi con le pratiche valutative ordinarie. Le prove di certificazione CUSL/MIM valorizzano la comprensione del testo senza traduzione e la misurazione delle abilità ricettive separatamente da quelle produttive: strumenti molto diversi dalla verifica tradizionale, centrata sulla traduzione e sulla correttezza morfosintattica. Le Indicazioni 2026 introducono il riferimento alle certificazioni negli obiettivi specifici di apprendimento, ma nelle sezioni sulla valutazione rimandano interamente alla libertà del docente e del PTOF, senza mai raccordare i due sistemi. Il risultato è che certificazioni e verifica ordinaria coesistono nello stesso documento come se la compatibilità tra i due sistemi fosse scontata, mentre richiedono in realtà approcci valutativi sensibilmente diversi.

La formazione come nodo irrisolto

Tutte le innovazioni proposte dalle Indicazioni 2026 – le certificazioni, la traduzione contrastiva, i moduli pluridisciplinari, l’uso critico degli strumenti di intelligenza artificiale – hanno in comune una caratteristica: presuppongono competenze che il documento non si preoccupa di costruire. Non è una dimenticanza occasionale: è un nodo che attraversa tutto il documento e riguarda in modo particolare le certificazioni, la cui introduzione ha implicazioni didattiche più profonde di quanto la formulazione cauta del testo faccia trasparire.

Progettare percorsi orientati al raggiungimento dei livelli CUSL/MIM richiede un approccio alla valutazione che la gran parte delle e degli insegnanti di latino in servizio non ha mai sperimentato sistematicamente. Le prove di certificazione valutano la conoscenza della morfologia, della sintassi e del lessico attraverso esercizi che non richiedono la traduzione in italiano come unica forma di verifica: lasciano invece spazio alla comprensione diretta del testo, a trasformazioni intralinguistiche come la parafrasi e, per i livelli più avanzati, alla produzione in latino. È un repertorio valutativo più articolato di quello consueto, che presuppone una familiarità con metodologie – tra cui quelle orientate all’acquisizione diretta della lingua, come il metodo natura – raramente presenti nella formazione iniziale docenti. Il documento ne riconosce l’esistenza introducendo le certificazioni stesse come riferimento e citando il metodo natura come alternativa già praticabile, ma non propone percorsi per costruire le competenze necessarie né indica a chi spetti farlo.

Il rischio concreto è che le certificazioni restino uno strumento frequentato da pochi istituti particolarmente motivati, senza incidere sulla didattica ordinaria, e che la trasformazione nel rapporto con il testo latino che esse implicano – dalla correttezza morfosintattica alla comprensione e all’interpretazione come criteri centrali – non si traduca in pratiche condivise e verificabili su scala più ampia.

Una riflessione aperta

Le Indicazioni 2026 tracciano una direzione coerente, di cui il mutato statuto del testo originale, le certificazioni e l’attenzione al lessico come cerniera tra lingua e cultura sono segnali convergenti. Quello che manca non è la visione ma l’anello che la renderebbe praticabile: insegnanti formate e formati a usare gli strumenti che il documento introduce.

La questione della formazione non è un problema tecnico accessorio: è la condizione senza la quale ogni innovazione dichiarata rischia di restare confinata nella zona del facoltativo, realizzata dove le competenze e la motivazione ci sono già, invisibile altrove. Un documento che introduce le certificazioni linguistiche senza interrogarsi su chi le insegnerà e come le valuterà affida di fatto la riuscita delle innovazioni alla buona volontà individuale, che è una risorsa preziosa ma non sufficiente da sola.

La domanda che resta aperta riguarda le condizioni per rendere praticabile questa direzione. Rimettere il testo al centro – non più solo come oggetto da annotare e contestualizzare, ma come interlocutore da leggere e interpretare – richiede insegnanti formate/i a lavorare diversamente con esso: a costruire percorsi orientati alla comprensione oltre che alla traduzione, a valutare la qualità interpretativa oltre che la correttezza morfosintattica, a usare le certificazioni non come aggiunta opzionale ma come strumento integrato nella didattica ordinaria. È su questo investimento, più che sugli obiettivi dichiarati, che si misurerà la reale portata delle Indicazioni 2026.

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Amedeo A. Raschieri

è ricercatore di Letteratura latina all’Università degli Studi di Milano. ​Ha maturato un’ampia esperienza nella scuola superiore come docente di materie letterarie.

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