Post scriptum per la Moda di questo millennio

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Una riflessione sullo stato dell’arte della Moda italiana, che ancora stenta a rientrare a pieno titolo nel sistema culturale e rincorre una legittimazione attraverso mostre organizzate all’interno di grandi musei. Il caso della recente “Memos” al Poldi Pezzoli.

Quando Maria Luisa Frisa cura una mostra, di norma vale la pena una visita. La professoressa dello Iuav di Venezia da decenni si batte per il riconoscimento della Moda come prodotto creativo e culturale meritevole di indagini storiografiche approfondite. Spesso, per le mostre da lei curate, Frisa ha potuto contare su un nucleo ben rodato di collaboratori: Stefano Tonchi, Gabriele Monti, e anche, saltuariamente, Judith Clark, vero punto di riferimento per quanto riguarda il fashion curating d’oltre Manica.
In buona sostanza, è questo il team che ha collaborato con Frisa anche in occasione di Memos. A proposito della moda di questo millennio, mostra temporanea ospitata fino al 28 settembre nelle sale del Museo Poldi Pezzoli a Milano.

Chissà se, nel cercare un filo conduttore e un titolo per Memos, non è tornato in mente alla curatrice il recente padiglione italiano dell’ultima Biennale d’Arte veneziana, che aveva come filo conduttore il tema del Labirinto, desunto dagli scritti più spiccatamente postmoderni di Italo Calvino.
Le pagine dello stesso autore sono servite da humus culturale per l’evento del Poldi Pezzoli, che guardava infatti a Six Memos for the Next Millenium, ultimo scritto calviniano, pubblicato postumo col titolo di Lezioni americane.

La mostra che ha preso corpo nelle sale della dimora ottocentesca di Gian Giacomo Poldi Pezzoli era proprio questo: note di lavoro, proposte di riflessione, appunti, in ordine sparso, che suggerissero agli occhi del visitatore l’idea di una Moda che può essere anche un barometro culturale, atto a misurare i cambiamenti della realtà che ci circonda.
Ogni abito, collocato all’interno delle sale con le tele della collezione Poldi Pezzoli, era accompagnato da una descrizione in forma narrativa. Queste brevi prose, più che interpretazioni, volevano essere degli esercizi d’immaginazione vagamente ecfrastici, che avrebbero dovuto stimolare, anche dal punto di vista letterario, la curiosità del visitatore. Lo scopo era quello di voler immergere lo spettatore in un universo aperto a molteplici suggestioni, fossero esse di natura pittorica, fotografica o tessile.
In uno spazio dai confini così dilatati, la Moda potrebbe porsi, sembra suggerirci Frisa, come una delle possibili chiavi interpretative, come uno dei possibili tracciati da seguire per una comprensione più completa (e complessa) del reale. Gli abiti si proponevano quindi come appunti visivi, suggerimenti di un insieme creativo più vasto, da ricreare nella mente dello spettatore attraverso suggestioni di natura tra loro diversa.

Parlare di Memos ci induce però a tracciare delle riflessioni che esulano dalla singola mostra, per entrare nel campo delle considerazioni metodologiche di carattere più generale.
Memos è stata, ça va sans dire, una mostra. Ma è stata, nello specifico, una mostra di moda, e già questo implica riflessioni necessarie quanto spiacevoli. Memos ha avuto sicuramente il grande pregio di illuminare un fenomeno culturale, quello della Moda, che in Italia, a differenza di altri paesi europei e non, non gode di alcun favore.
La Penisola – e siamo al paradosso – difetta di un museo che si occupi di far uscire la Moda da quei pregiudizi che le impediscono di essere accettata come materia degna di seri studi storico-critici. Già nel 1980, in occasione della mostra 1922-1943: Vent’anni di moda italiana sempre al Poldi Pezzoli, la curatrice Grazietta Butazzi aveva compreso la necessità di creare un vero museo italiano della moda, che potesse svelare i valori storici e artistici sottesi al sistema moda e ai suoi prodotti. Sono passati quarant’anni e poco o niente è stato fatto in questa direzione.
Le mostre di moda continuano a potersi contare sulle dita di una mano e un’istituzione museale forte e preposta esclusivamente allo studio e alla divulgazione del prodotto di moda, ancora, non c’è. Le sparute Gallerie del Costume di Palazzo Pitti a Firenze o di Palazzo Morando a Milano sono flebili fuochi fatui destinati al ruolo ancillare nei confronti delle collezioni di arte antica. I musei – sebbene spesso si tenda a scordarlo – non dovrebbero essere solo mete di pellegrinaggio in cui si va a adorare immobili reliquie, ma centri didattici da cui dovrebbero diffondersi le nuove scoperte dei ricercatori.
Sarà facile capire come, se in Italia un’istituzione importante come gli Uffizi conta al suo interno appena un paio di storici dell’arte che si occupano di fare ricerca e diffondere le ultime scoperte, per delle istituzioni deboli non ci sia nessuna speranza di ricevere fondi sufficienti con cui finanziare nuovi progetti di ricerca. Per questo, senza nessuno che possa studiare e valorizzare i temi del tessile e della moda, ci si chiede chi si recherà a Firenze, per esempio, e dedicherà alle fogge della corte medicea uno sguardo diverso da quello che si riserva a curiosi ammennicoli di cui non si capisce niente di più degli sbrilluccichii al filo d’oro.
Memos, come molte altre manifestazioni ideate dalla curatrice in cattedra a Venezia, riprendeva la polemica contro i pregiudizi accademici e le complesse logiche di valorizzazione del sistema culturale italiano. In un paese che ha fatto dell’industria della moda e del lusso uno dei suoi biglietti da visita sul mercato internazionale parrebbe infatti doveroso offrire ai cittadini gli strumenti per poter comprendere la cultura del progetto, la ricerca, le capacità innovative e artistiche che si celano dietro la realizzazione di un capo di abbigliamento. Anche perché comprendere la Moda e i suoi cambiamenti significa essere in grado di comprendere una parte della nostra società, con i suoi riti e i suoi tabù, le sue leggi non scritte e i suoi mutamenti. Significa, in definitiva, avere un timone che ci aiuti a percorrere i tempi che siamo chiamati a vivere.

In seconda battuta, c’è da chiedersi come Memos, come altre manifestazioni simili, abbia provato a raggiungere i suoi obiettivi, e a che prezzo.
Ci si domanda, per esempio, se siano davvero state rispettate tutte le norme di conservazione a tutela delle opere d’arte. Personalmente, credo non sia corretto spostare delle opere di Guardi e Canaletto dalle pareti di casa Pezzoli per far posto a degli allestimenti temporanei. Così come non è corretto adagiare i manichini sopra le preziose e fragili sedie intarsiate in avorio del museo o mettere una collana d’oro di Katherine Clark attorno al collo della Fiducia in Dio di Bartolini, come invece è stato fatto per realizzare le foto per il catalogo della mostra.
Si capisce che la tentazione di far dialogare materialmente gli oggetti selezionati per l’esposizione con le stupende opere d’arte della collezione del Poldi Pezzoli sia forte, specie se si pensa alla sicura reazione emozionale che un’operazione di questo genere suscita. Ogni opera d’arte – come ogni abito esposto, d’altra parte – è un corpo fragilissimo, spesso un unicum, che deve essere tutelato e rispettato in quanto tale, invece di essere usato come mera leva per far impennare l’asticella emozionale.

Una delle sale del Poldi Pezzoli durante la mostra Memos. Foto G. Gronchi.

A quanto appena detto si lega poi un secondo problema.
Il Poldi Pezzoli non è un museo pensato per le esposizioni di moda. Non lo era nel 1980 e continua a non esserlo oggi. Si dirà di più: nessuna galleria o pinacoteca è adatta, purtroppo, a ospitare mostre legate alla moda. Oltre naturalmente ai problemi di spazio che un luogo come il Poldi Pezzoli – nato come casa privata e poi diventato museo senza particolari adeguamenti strutturali – deve affrontare, si pone un problema di ordine curatoriale. Quanto davvero le stupende creazioni di Armani, Burberry, Prada e altri dialogano con le tele di Bergognone, Lotto e Botticelli?
Quando si inserisce una presenza estranea in un museo pensato per ospitare capolavori dell’arte moderna o contemporanea, il dialogo che si va a formare deve essere necessariamente di ordine formale. Il rischio, altrimenti, è quello di scadere in facili, ma spesso vuoti, accostamenti cromatici o emozionali, che non aggiungono niente di più alla comprensione dei quadri, né, come in questo caso, degli abiti.
Questo dialogo formale non sempre era percepibile nelle sale di Memos. Tale aspetto era presente, a giudizio di chi scrive, nell’Armeria a piano terra, dove le creazioni di Moncler e Balenciaga sembravano davvero stravaganti armature per combattere il freddo, o dove il completo femminile disegnato da Karl Lagerfeld per Chanel pareva una cotta di metallo, adatta ad affrontare le sfide della dinamica vita della città moderna.
In molte altre sezioni del museo, però, gli abiti, posti in maniera scenograficamente vincente al centro delle sale, sembravano eclissare la bellezza delle tele affisse sulle pareti circostanti. Era questo l’effetto che si creava nella sala dedicata alla ritrattistica settecentesca. In questa sezione, le policromie tessili di Marco De Vincenzo, Arthur Arbesser, MSGM, e Marni oscuravano completamente le prodezze pittoriche di Giuseppe Ghislandi, al secolo Fra Galgario.

Per questo, oggi si può solo lamentare la mancanza di un’istituzione forte preposta alla valorizzazione dei prodotti di moda, come lo sono il Victoria & Albert Museum a Londra o il Metropolitan a New York. Grandi complessi museali, vivi, attenti alle novità e all’interno dei quali si fa ricerca anche sulla Moda, alla quale vengono dedicati spazi e studi adeguati, quali essa merita.

Sembra doveroso, infine, porsi un quesito di carattere generale, ma su cui forse vale la pena riflettere.
Oggigiorno, almeno in Italia, molte sfilate, ma anche le (poche) mostre di moda come Memos, vengono sempre più spesso organizzate all’interno di grandi musei o in contesti particolarmente suggestivi e importanti da un punto di vista culturale. Si ricordi, per esempio, la mostra di Azzedine Alaïa alla Galleria Borghese, la sfilata di Ferragamo in Piazza della Signoria o il recentissimo show di D&G all’interno di Palazzo Vecchio. Questo accade perché la Moda sembra soffrire di un complesso d’inferiorità rispetto ad altre arti o manifestazioni culturali accademicamente riconosciute e culturalmente accettate. Lo stesso complesso d’inferiorità che, d’altra parte, l’arte contemporanea accusa quando viene paragonata con l’arte antica e rinascimentale.
È per questo motivo che la Moda, nel momento in cui si organizza una mostra, sente il bisogno della legittimazione che un contesto pieno di opere d’arte già storiograficamente acquisite le potrebbe dare.
Ma la Moda, se davvero le si vuole riconoscere un’alta valenza culturale, degna di studi appositamente dedicati, non ha bisogno di alcun tipo di legittimazione proveniente dal contesto circostante.
Pertanto, credo sarebbe più proficuo che essa esiga musei propri, spazi a lei preposti, diversi dalle pinacoteche e gallerie dedicate alle tele dei grandi artisti del passato, dove poter mettere in mostra i propri valori culturali. Così facendo si creerebbe il profilo di una Moda finalmente adulta, capace di esigere un’attenzione particolare in virtù soltanto delle sue qualità intrinseche, senza dover ricorrere alla legittimazione data dalla condivisione degli spazi con l’arte del passato.
Rei Kawakubo e Karl Lagerfeld – solo per fare due nomi – non hanno bisogno dell’accostamento ai campioni della pittura per reclamare a buon diritto un posto nell’empireo dei grandi creativi del nostro tempo.

Per tornare da dove siamo partiti, potremmo allora dire che Memos è stata una mostra che voleva testimoniare la volontà di riscatto della Moda contro i pregiudizi dei molti, facendone vedere le potenzialità espressive e la possibilità di auscultare, grazie a essa, i cambiamenti in atto nei nostri tempi. Una mostra che talvolta rischiava forse di perdersi in suggestioni ondivaghe e volutamente frammentarie, non facili da cogliere per i non addetti ai lavori.
Resta comunque innegabile l’impegno con cui Maria Luisa Frisa continua a lavorare per il riconoscimento culturale del sistema moda, con tutto quello che ne consegue. È ovvio perciò che chi non osa mai, non sbaglia mai, se davvero di sbagli si può parlare in questa occasione. Certo è che nessun libro, nessuna mostra, nessuna esposizione è perfetta, ma tutto è perfettibile. D’altronde, la storia insegna: se le tele caravaggesche della cappella Cerasi e della Contarelli non fossero state con atto sacrilego e criminoso staccate e concesse in mostra a Palazzo Reale nel 1951, non avremmo avuto lo spettacoloso concerto di cui Longhi fu direttore d’orchestra, che ebbe come conseguenza la rivalutazione di Caravaggio in senso moderno.
Quindi, ben vengano le mostre come Memos, a patto di tenere alto il senso critico.

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Gianmarco Gronchi

è studente magistrale di Storia e critica d’arte, da qualche anno trapiantato a Milano.

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