Perché saper scrivere è importante?

Scrivere è pensare sulla carta. Scrivere non è questione di talento. A scrivere si impara. Scrivere non è una qualità innata dell’essere umano, non fa parte del nostro patrimonio genetico, ma, se mai, è una conquista. Se a scrivere si impara, a scrivere si può dunque insegnare. Questa è una delle questioni su cui, come docente e come insegnante che pratica la metodologia del WRW (Writing and Reading Workshop), ho lavorato tantissimo nella mia pratica riflessiva di ogni giorno.

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Perché saper scrivere è importante?

«La scrittura permette di costruire e di accedere all’universo delle conoscenze rappresentando in tal modo una fondamentale chiave di accesso e partecipazione alla vita sociale, culturale e intellettuale della società in cui un individuo vive» (Patrizia Sposetti, Università degli studi Roma “La Sapienza”, in Leggere e scrivere al tempo dei social media, Quaderno di lavoro del VII convegno biennale sull’orientamento narrativo, ottobre 2019).

La scrittura, appunto, ci rende cittadini, ci rende uomini e donne capaci di interagire con il mondo, ci aiuta a indagare e a conoscere meglio noi stessi e noi stesse. La scrittura, per chi applica la pedagogia sottesa al WRW, si insegna come competenza per la vita, non per la scuola, e questo dunque, a mio avviso, “fa tutta la differenza” (cit. Robert Frost, La strada che non presi).

L’esperienza che ho avuto, negli anni precedenti, come insegnante di scrittura, non è mai stata soddisfacente. Ho sempre avuto la sensazione di non saper insegnare nulla o perlomeno di non essere influente sulle competenze dei miei studenti. Chi in qualche modo sapeva già scrivere scriveva e avrebbe scritto ugualmente, credo, anche senza la mia presenza in classe. Per gli altri studenti non sono invece mai stata sufficientemente incisiva. Correggevo molto, assegnavo tanti temi, mi impegnavo. Ero convinta forse che bastasse l’esercizio. Invece no: ora, studiando dai maestri americani, ho capito che non è così. Mi sfuggiva l’essenziale: occorre insegnare un PROCESSO, non lavorare sui prodotti. Le mie lunghe, e per me all’epoca indispensabili, correzioni non sortivano effetto alcuno perché intervenivano a percorso finito; io non sostenevo gli studenti scrittori in classe, non avevo mai pensato né che lo si potesse fare, né come.

Adesso, in più di nove anni, ho accumulato una certa esperienza, e per prima cosa mi sono messa in gioco. Kelly Gallangher e Penny Kittle, nel testo 180 Days Two Teachers and the Quest to Engage and Empower Adolescents (Heinemann editore), scrivono che «occorre essere studenti di ciò che insegniamo». Ho quindi iniziato io stessa a scrivere molto di più, a usare un mio taccuino da scrittore e lettore, a preparare testi mentore per i miei studenti, a fare metacognizione sul mio processo di scrittura. Questo è stato il primo passo.

Il secondo passo è avvenuto quando ho iniziato a riflettere sul lavoro da svolgere in classe: non si trattava, infatti, di lavorare a posteriori, ma di lavorare in laboratorio intervenendo sugli alunni mentre scrivono, mentre sono impegnati nel loro processo. I risultati sono venuti quasi subito. Ogni studente lavora con i suoi tempi. Io suddivido la mia finish line in tante piccole minilesson e cerco di studiare, prima, e di insegnare poi una strategia di scrittura per volta. Scrivo testi mentore, li revisiono e intanto faccio metacognizione. Con testi mentore intendo testi modello che io posso mostrare ai miei studenti per esplicitare alcune strategie di scrittura. In questo modo, cioè vedendo applicata una strategia e non solo udendo una spiegazione orale, gli studenti sono in grado di mettere in pratica un insegnamento esplicito. Spesso, ad esempio, scriviamo insieme i paragrafi in classe e confrontiamo il mio lavoro con il loro. Analizziamo i passaggi difficili e insieme cerchiamo soluzioni, spesso affrontate nei momenti delle consulenze individuali di scrittura.

Faccio metacognizione mentre io stessa scrivo sul mio personale processo di scrittura e cerco di trovare tecniche che metto in atto e che potrebbero forse essere utili anche ai miei studenti. In fondo anche io ho sviluppato nel tempo delle strategie che possono essere, perché no, condivise.

Lo scorso anno, ad esempio, ho scritto io per prima le simulazioni ministeriali della traccia d’esame. Erano molti anni che non mi trovavo a scrivere tracce simili, non avendo più avuto una quinta. Questo mi ha aiutato molto a individuare i passaggi difficili e le strategie da suggerire ai miei studenti. Ho provato appunto ad essere studentessa di ciò che avrei voluto insegnare al meglio.

Propongo gradino per gradino i passaggi ai ragazzi che sono chiamati a scrivere in classe in pratica tutti i giorni. Non in modo astratto, però, non per rispondere alla richiesta «Scrivi!», ma per assaporare il piacere di mettere su carta un pensiero con una tecnica precisa.

È tale l’entusiasmo che genera questo modo di lavorare che, in breve tempo, non sono più riuscita a farne a meno.

Il terzo passo è stato sperimentare la potenza dell’essere comunità di persone che scrivono. Zygmut Bauman definisce questo modo di essere lo stare «individualmente insieme». In classe succede esattamente questo: ognuno assume su di sé la responsabilità del suo essere scrittore, ma lo fa in una comunità che si ritrova, ogni giorno, impegnata a condividere e costruire percorsi e valori.

C’è un momento che amo tanto nel laboratorio di scrittura, specie ora che insegno in un istituto professionale: lo share time, la condivisione dello scritto. Qui avviene quasi sempre quello che a me sembra un miracolo: alunni che si mettono in gioco e offrono agli altri e a me i brani della loro scrittura. Qui avviene anche la celebrazione (giusta, anzi: indispensabile) dello scrittore da parte della comunità che scrive. Si diventa così quelli che Duccio Demetrio ha definito “scrivani intelligenti”.

Ecco quello a cui noi dobbiamo puntare insegnando a scrivere. Non a una scrittura stereotipata e scolastica, piena di formule rituali, ripetute, che non arricchisce né chi scrive né chi legge; occorre puntare alla ricerca della propria voce personale nello scritto, insegnando strategie precise, strumenti di lavoro che ognuno farà propri e inserirà nella sua personale cassetta degli attrezzi. Tutti, con un percorso che rispetta i tempi di ciascuno, ci possono riuscire. Si tratta dunque di ribaltare il modo di fare didattica della scrittura in classe (ammesso che si faccia) e di rifondarne con tanta umiltà le basi, nella convinzione che mi sorregge da sempre cioè che scrivere è un patrimonio “per” tutti, come direbbe Bruno Munari a proposito dell’arte.

Lavorando da anni in questa maniera e facendo in Italia tanti corsi di formazione, mi sento spesso chiedere questo: che bisogno c’è di far ricorso ad una metodologia americana?

In effetti sarebbe bastato leggere bene, studiare e portare a sistema quello che Lorenzo Milani, Bruno Ciari, Gianni Rodari e altri hanno pensato e prodotto, anni or sono. Questo non è avvenuto. La scuola italiana li ha rigettati in un certo modo, oggi poi in maniera anche molto appariscente e poco informata.

Tullio De Mauro, un altro grande da non dimenticare, definisce il laboratorio come «il luogo dove si elaborano e si producono esperienze innovative dal punto di vista artistico e culturale». Ecco qua: anche io penso questo. Penso che nelle mie ore di laboratorio di

scrittura proviamo esperienze innovative e importanti. Penso che ci mettiamo anche noi docenti a lavorare, finalmente sporcandoci le mani, come nel laboratorio del panettiere a fare il pane, o dai ceramisti dove andavo da piccola, nella mia Albisola.

Penso infine di praticare davvero, nelle mie classi, una didattica inclusiva, come richiede la legge dello stato per cui io lavoro sentendone, per altro, tutta la responsabilità. Si tratta infatti di una didattica che non lascia indietro nessuno ma che «rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Si tratta di una didattica dove scrivere è finalmente una competenza vera che si insegna non per la scuola, ma per la vita.


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Sabina Minuto

Insegna lettere nella scuola superiore di II grado, a Savona. Si occupa da anni di metodologie didattiche, in particolare dei laboratori di lettura e scrittura messi a punto dalla Columbia University (Writing and Reading Workshop) contribuendo a portarne in Italia il metodo.

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