Maturità 2026, sconforta ripeterlo: sono 25 anni senza autrici nelle tracce di analisi del testo letterario, dato inspiegabile dal momento che il XX secolo ha regalato scrittrici memorabili, e non impone certo una scelta audace
Le assenze del canone
La questione è particolarmente dolente perché, se nessun canone può presumersi fondato su valori estetici assoluti, ma piuttosto su una eccezionalità (o altrimenti rappresentatività) di autori e opere dalla lunga ricezione, il canone del Novecento sarà deciso dalla nostra generazione. Saremo proprio noi a determinare cosa del secolo scorso merita di essere letto. Perciò è vergognoso che le autrici non riescano, se non marginalmente, ad entrare nelle linee guida ministeriali, nei libri di testo, e dunque nelle prove dell’esame di stato. Ma le tracce d’esame arrivano in coda, confermando una linea: non illudiamoci che facciano da apripista.
Vale la pena rimarcare questa colpevole assenza di voci femminili a ogni maturità? Forse la domanda giusta sarebbe: possiamo evitare di farlo? L’esilio delle scrittrici spiace (sarà meglio chiarire) non per una questione di astratte quote rosa, ma perché, se la letteratura esprime una visione del mondo, un orizzonte di senso, sarebbe bene che i ragazzi e le ragazze potessero ricevere una testimonianza un po’ più intera. Già questo sarebbe un bell’educare.
La poesia come esperienza del desiderio
Passando però da quel che mancava nelle tracce d’esame a quel che invece c’era, mi concentro sulla prima tipologia: l’analisi di una bellissima poesia di Pavese. È un peccato che sia stata poco scelta dai maturandi, ma lo si comprende anzitutto per la diffidenza che spesso accompagna l’analisi del testo poetico, specie ignoto e d’autore non proprio approfondito, come può accadere per Pavese.
La poesia, in generale, resta per molti un enigma; spaventa la sua polisemia, il fatto che interroghi chi legge, cioè quello che per molti di noi è proprio il suo bello, ma non stupisce che pochi osino lasciarsi interrogare senza rete proprio nell’esame più importante di tutti.
Nel caso specifico, avrà raffreddato i già tiepidi entusiasmi un’analisi priva di riferimenti e contesto e strutturata su domande quanto mai generiche, oltre che poco attenta a suggerire, accanto al tema fortunato della natura come correlato psicologico dell’io lirico, il tema del desiderio, che è però centrale, come lo è in tutta la lirica italiana dal Duecento in poi.
Mi piace in questo citare l’amico Daniele Piccini, poeta, filologo e critico letterario, per il suo saggio intitolato appunto Letteratura come desiderio (Studi sulla tradizione della poesia italiana, Moretti e Vitali 2008), tutto fondato sull’idea che l’atto poetico sia mosso da una tensione desiderante, espressione di un’assenza guardata con nostalgia. In effetti non avremmo poesia, né la cercheremmo, se fossimo capaci di farci bastare l’esistenza così com’è. Perciò siamo grati ai poeti per il coraggio con cui offrono a tutti la loro pratica di compassione: ho condiviso le pene di molti, scrive appunto Pavese in un passo su cui tornerò.
La centralità del desiderio è ben riconoscibile nella poesia Passerò per Piazza di Spagna, in cui i maturandi e le maturante avranno sentito come plausibili il cielo chiaro, quell’aria ferma, le rondini che canteranno al sole, ogni volta che un cuore batte sussultando come l’acqua nelle fontane. Non sarà vero solo per loro, se lo dice il poeta, che il tumulto delle strade è il tumulto del cuore nella luce smarrita.
Si tratta di un amore romantico fuori tempo massimo? A me non pare. Chi si è cimentato nell’analisi volentieri converrà: c’è, c’è stata o ci sarà per ciascuno una Piazza di Spagna, attraversata con impazienza e timore, come esiste per ognuno l’esperienza di una malinconica sera del dì di festa. La poesia, tra le altre cose, questo fa: traduce in parole lo spaesamento e così ci riporta a casa.
Biografia e interpretazione

Nei commenti del giorno successivo alla prima prova, la rivendicazione di un cielo letterario più completo e inclusivo ha finito per fare qualche torto a un autore che ha forse la particolarità (e il merito) di sfuggire a molti degli stereotipi dell’epoca che ha attraversato. Tra le osservazioni che più mi hanno sorpreso, c’è quella di chi nella proposta di analisi del testo poetico ha visto come un silenzio omertoso la mancanza di riferimenti al dramma sofferto da Pavese nella relazione con Constance Dowling che, si dice, portò il poeta al suicidio, benché Passerò per Piazza di Spagna non lasci intuire quest’esito tragico.
Non mi pare una questione da poco: chiama a una riflessione sul rapporto tra arte e vita che forse vale a prescindere e che per Pavese sembra ritornare spesso, anche in ragione dell’imbarazzo provocato dal bloc-notes scoperto da Lorenzo Mondo e rimasto lungamente inedito per una forma di tutela e rispetto nei confronti dell’autore, dato che gli appunti offrono un’immagine di lui che si stenta a riconoscere, soprattutto sul versante civile e politico: a 76 anni dalla morte del poeta, Il taccuino segreto (in edizione critica, a cura di Francesca Belviso, per i tipi di Nino Aragno, 2020) non cessa di interrogare la critica.
Ogni istante della vita di uno scrittore serve la sua scrittura? Ogni gesto o parola pronunciata e scritta, anche fuori dalla sua officina e dal recinto letterario, conferma o nega la verità che egli affida all’arte?
Sappiamo bene che le note del Mestiere di vivere, pur inedite in vita, hanno un’intenzione metapoetica, e dunque un valore letterario che gli appunti sparsi del Taccuino non hanno, proprio per essere stati espunti dal grande diario destinato alla pubblicazione – ma anche il grande diario andrà maneggiato con cura. Vale per quello o per l’epistolario ciò che lo storico Carlo Ginzburg dice in una bellissima intervista del 2020 a Giulia Boringhieri, che mi piace citare anche per un ricordo a pochi giorni dalla scomparsa (https://www.youtube.com/watch?v=Hldc8ZExCzs): «
Certo, nel caso di Pavese è difficile distinguere l’intreccio fra l’uomo e lo scrittore. Diciamo che c’è un intreccio ed è importante vedere cosa emerge da questo intreccio. E questo non è dato. Questa è la forza dell’anti-biografismo: cioè, nessuna biografia può prevedere quale sarà il risultato della vita di una persona, sia che scriva, sia che non. E quindi questo elemento di rielaborazione c’è sempre. E direi, certamente questo è vero nel caso di Pavese.
Quello di Cesare per Constance Dowling fu, senza dubbio, un amore tormentato, asimmetrico, e la partenza di lei, la delusione e forse l’ossessione di lui, si collocano nelle settimane che precedono la sua scelta di interrompere la vita. Cosa comporta questo sul piano biografico? E su quello interpretativo?
Di fronte al suicidio di Cesare Pavese (come di chiunque) dovremmo fare mille passi indietro, lasciando ai biografi l’eventuale verifica del bias post hoc ergo propter hoc. Mi importa però la valenza interpretativa del dato biografico: il suicidio di un poeta e il tradimento sentimentale che lo hanno preceduto possono spiegare un testo letterario? Di più: sono necessari a comprenderlo? Se così fosse dovremmo rimproverare per l’omissione i commissari che hanno prodotto le prove.
Sappiamo tutti che arte e vita sono strettamente collegate, ma dell’arte ci importa (soprattutto a scuola) il suo farsi esperienza conoscitiva, leggenda personale e mito universale, fuori dal tempo anche quando collocata nel tempo, così da offrire a chi legge non una menzogna, si badi, ma la finzione, ossia una via ai lettori per decifrare sé stessi, per dare un nome, e dunque anche una forma, ai propri paesaggi interiori, come chi scrive ha fatto per primo. E per svelare il segreto che consola: qualunque cosa proviamo non saremo i primi né i soli.
Mi piace pensare che l’uomo che affermava di aver dato la poesia al mondo sarebbe lieto di sapere oggi che quella poesia dura: che i suoi versi possono ancora farsi mito e dunque offrire a qualcuno uno spazio di riconoscimento – lo stesso che egli certamente trovò nella grande letteratura, antica, moderna, italiana, americana.
E dunque, in tutto questo, ci importa che Connie, l’amata, sia stata sfuggente, e un inetto il poeta? Ci importa moltissimo, ovviamente, se la lezione che da questi arriva è la potenza di Eros, che non solo squassa le membra, ma, dai tempi di Cavalcanti (la poesia proposta è molto cavalcantiana, Pavese poeta lo è spesso) fa proprio tremare il mondo. Eppure non lo distrugge, il mondo. Non fa quello che nella finzione di Ariosto fa Orlando in preda alla sua ossessione. La vita (dentro e fuori) resiste perché il tumulto del desiderio viene poeticamente tradotto su un piano più sottile, grazie al quale diventa segno universale. Questa mi pare la via della letteratura.
L’Orfeo di Pavese
La questione di quel pensiero distruttivo che Pavese chiama vizio assurdo è molto complessa e profonda. Nell’opera a cui certamente Pavese legò il suo ultimo destino, i Dialoghi con Leucò, dedicati a Bianca Garuffi e scritti ben prima che Constance Dowling facesse la sua comparsa nella vita del poeta, incontriamo L’inconsolabile, «il tracio Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio» che però «valse di più». Cosa rende inconsolabile l’Orfeo che decide scientemente di voltarsi, vanificando il privilegio ottenuto? Cosa significa che valse di più? Fu forse più forte della morte? È questo il senso della personalissima rilettura pavesiana del mito?
Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? (…) Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.
E ancora:
Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.
Sono parole in cui si legge una presa di coscienza filosofica del nulla, molto leopardiana e dunque molto moderna – qualcosa che può davvero parlare al cuore di chi è adolescente oggi e forse si domanda se siano un difetto di fabbrica l’estrema sensibilità oppure l’incapacità di aderire compiutamente e permanentemente alla vita, al presente e alla realtà, dopo averne conosciuto lo scarto rispetto all’illusione.
Si può morire di queste percezioni, è la domanda che qualcuno potrebbe farsi. Accoglierla è importante in un tempo in cui il rifiuto dell’altro produce spesso una frustrazione senza uscita, talvolta lesiva o autolesionista.
La poesia di Pavese testimonia il desiderio come una forma di nostalgia, e questa via è l’esatto opposto della brama predatoria di chi vorrebbe chiudere in una scatola la sua stella (o addirittura tutte le stelle). Del resto anche la passione, splendida antica parola, etimologicamente include la sofferenza e la morte. Ma amore e morte sono un topos letterario: in poesia la morte è una morte-vita (anastasis?), non un fatto biologico.
Perciò, è il mio pensiero, il suicidio di Pavese nulla aggiunge e nulla toglie ai suoi testi, e di certo non cancella il modo sublime in cui la sua poesia testimonia come l’altro/a che amiamo, proprio perché lo/la amiamo, ha il potere di farci soffrire. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ricorda Voi che per gli occhi mi passaste il core, ma entrambi i testi parlano di un potere che prescinde dalla consapevolezza o dalla volontà di ferire.
Per questo Amore è un dio potentissimo e gli innamorati poetici sono per definizione (poetica) disarmati, inermi: il senso è che ciò che amore riduce in pezzi la poesia ricompone. La lirica amorosa italiana è tutta giocata su questa via che sublimando consola.
Consola non abbastanza, si dirà, con riferimento al finale biografico, ma l’epigrafe, scritta proprio sulla copia personale dei Dialoghi, è un monito a non sconfinare:
Perdono a tutti, a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi.
Si può dire del poeta che per un amore non corrisposto si uccise, come un Werther qualunque? Non lo si dovrebbe dire di nessuno. Ma a negare questa versione dei fatti è Pavese stesso nel suo diario, Il mestiere di vivere, esattamente cinque mesi prima, il 25 di marzo, il mese tumultuoso che vide l’inizio della passione e del tormento:
Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.
E ancora, nella sua poesia più famosa, dedicata proprio a Constance Dowling:
O cara speranza | quel giorno sapremo anche noi | che sei la vita e sei il nulla. (…) Sarà come smettere un vizio, | come vedere nello specchio | riemergere un viso morto, | come ascoltare un labbro chiuso. | Scenderemo nel gorgo muti.
Lì la morte si presenta con gli occhi dell’amata perché da quell’incontro dipenderanno il bene e il male dell’innamorato, vale a dire la possibilità di trovare un senso, una ragione significativa per vivere, proprio a partire dalla percezione dell’altro/a come Altro, libero di tradire, ingannare, al limite persino morire.
Non banalizziamo dunque la scelta del poeta che il 25 agosto 1950 si tolse la vita. All’apice del suo successo, con un premio Strega appena ricevuto per La bella estate ma incerto sulla sua vena creativa, esattamente nove giorni prima di darsi la morte, annotava nel Mestiere un testamento pieno di dignità:
«La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.»
L’espressione lapidaria dovrebbe essere un antidoto contro qualsiasi tentazione riduzionistica. Il talento poetico si incarna nella vita del poeta, cammina i suoi passi, sente quel che il poeta sente, nasce dalla materia, ma non bastano race, milieu e moment historique a determinare il modo in cui il poeta si esprimerà e neppure la verità a cui i versi lo porteranno. Perché quella verità nasce dal gesto di comporre, non precede i versi.
Dunque è certo, anche se non è necessario saperlo per comprendere la poesia, che dietro quell’ultimo verso ci sia Constance Dowling. La donna che il poeta vorrebbe «ferma e chiara» partì invece per l’America e si sottrasse alla sua vita, come un’Euridice che torna nel regno delle ombre. Però l’immagine di quell’amore, potente, vitale, resiste. C’è un luogo, la poesia, in cui Cesare sopravvive e Connie insieme a lui, petrosa e sfuggente. Lo smarrimento cavalcantiano dell’incontro, l’entusiasmo dei giorni e delle notti d’amore trascorsi a Cervinia, infine il dolore dell’abbandono, trovano nella scrittura una grazia universale.
La vita e la morte sono un mistero per chiunque e l’ultima nota di Cesare Pavese non scioglie di certo il suo. Ma i suoi romanzi e la sua poesia sono un regalo per chi resta.
Si può comprendere questo a diciott’anni? Da soli forse no, ma se non proviamo a spremere un po’ di questa luminosa consapevolezza da cinque anni di letture, qual sarà il senso del nostro insegnare?