“Non seguirmi”. La felice lezione di Leo Spitzer nel racconto di Riccardo Donati

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Tra filologia, guerra e pedagogia, il ritratto di uno studioso che ha insegnato a leggere i testi come forme vive dell’esperienza umana.

È stato un tuffo nei miei vent’anni l’ultimo lavoro di Riccardo Donati, Leo Spitzer. Un profilo intellettuale (Carocci editore, Roma, 2026): un po’ biografia, un po’ sintesi del ricchissimo e multiforme percorso di ricerca del linguista e filologo austriaco.

Se ne ricava anzitutto il racconto appassionato (con il protagonista ovunque, quasi confidenzialmente, Leo) di un uomo nato nella Vienna di fine XIX secolo e vissuto nei decenni più tragici della storia europea. Buon rappresentante dell’ultima generazione dei romantici, il giovane Spitzer sentì per prima la fascinazione delle culture mediterranee, in particolare romanze e medievali, incontrate nella facoltà di filosofia della sua città natale, dove fu allievo della romanista Elise Richter, tra le prime donne laureate d’Europa.

Lo scavo linguistico nelle radici del pensiero europeo si sposava perfettamente con una posizione culturalmente e moralmente pacifista, che allo scoppio della Prima guerra mondiale non lo salvò dal reclutamento, però gli offrì una straordinaria occasione di crescita: assegnato all’Ufficio centrale della censura postale e costretto al vaglio delle lettere dei prigionieri di guerra italiani, il giovane linguista ricopiò e poi studiò centinaia di brani che testimoniavano la nostra lingua nel suo farsi koinè nazionale. La figlia della guerra, la censura, anziché spegnere il suo impulso conoscitivo lo alimentò.

L’esito di quell’esperienza è in due scritti, oggi ripubblicati da Il Saggiatore: Lettere di prigionieri italiani in guerra (2016), appunto, e Perifrasi del concetto di fame (2019), studio delle varianti con cui soldati provenienti dalle diverse regioni e parlate d’Italia provavano a raccontare la miseria in cui versavano, implorando dalle famiglie quel poco che potesse integrare la modestia del rancio.

Storie vecchie ma sempre attuali, quelle della guerra, specie se il trauma della fame patita e la paura di morire hanno creato le premesse del bene e del male che ne è seguito. Nel 1918 si tenne a Budapest il V Congresso Psicoanalitico, incentrato proprio sulle cause della psicopatologia traumatica derivante dagli eventi bellici. È un dato importante, perché il linguaggio è sì la via della psicoanalisi, ma anche quella di Spitzer, che infatti cominciò a strutturare la propria concezione ermeneutica incentrata sulla parola, capace di addensare in un punto un’intera personalità e di risolvere in suono la dialettica tra individuo e mondo.

Nel 1922 nasceva Wolfgang, figlio di Leo ed Emma, e il linguista poté osservare da vicino la lingua che struttura fonicamente la relazione mamma-bambino. L’opuscolo Piccolo Puxie. Saggio sulla lingua di una madre (Il Saggiatore, 2015), nasce da un taccuino di quattro anni su cui Spitzer registrò i vezzeggiativi con cui la moglie chiamava il piccolo (Puck, Pückchen, Pucksi, Puxi; ma anche Bübi, Mausi, Katzi…), rifuggendo il nome ufficiale per esprimere in una serie potenzialmente infinita di neologismi le trasformazioni del bambino e della relazione. Nel libello Donati giustamente legge una connessione precisa con importanti indirizzi di studio, come le indagini sull’antroponomastica, in particolare proustiana, e le riflessioni di psicolinguistica.

Gli anni Venti furono per Spitzer molto ricchi: ricoprì la cattedra a Bonn che fu di Ernst Robert Curtius (altro tuffo nei miei anni di formazione) e lì, e poi a Colonia, dove approdò nel 1931, intrecciò con Benedetto Croce un legame strettissimo, pur nella distinzione prospettica: maturava in Spitzer un’idea organica dell’opera letteraria, un tutto unico, originale, armonicamente coeso in ogni sua parte, nel quale non aveva senso la distinzione crociana tra poesia e non poesia. La Storia però tornava a premere sulla vita dei singoli, e l’origine ebraica lo costrinse a lasciare la Germania, in direzione di Istanbul.

A Costantinopoli, in quella stessa povertà bibliografica che consentì poi a un altro esule d’eccellenza, Erich Auerbach, di scrivere Mimesis (1946), Leo non smise di amare la grandezza del germanesimo, distinguendo la voce di Goethe e la musica di Wagner o Beethoven dal rumore mortifero di un presente votato alla distruzione e all’autodistruzione. Credo che questo sia il primo grande insegnamento del maestro: attraversare le tempeste preservando, e se possibile alimentando, la propria umanità. La seconda lezione, quella per cui passò alla Storia, è l’approccio filologico al testo letterario.

La lezione ermeneutica

Nel 1936 iniziò la stagione americana del padre della critica stilistica: occupò la cattedra di Filologia romanza alla Johns Hopkins di Baltimora, e da lì in poi gli anni si avvicendarono con meno pathos storico e più filologia, consentendogli di mettere a punto il suo peculiare metodo ermeneutico: centralità del testo e autonomia del dettato linguistico, colto appunto nella sua unicità, dunque libero da sovrastrutture interpretative.

Una via anti-storicistica, per cui la Storia non basta a spiegare le ragioni del testo (quanto felice il bistrattato Leopardi), anche se il contesto e la formazione dell’autore restano fondamentali: che si tratti di Dante o San Francesco, di Racine o di Proust, di Milton, Whitman o Poe, di Joyce o di Pasolini (mi si perdoni la casuale selezione di autori nello sterminato panorama di studi), una conoscenza solida del mondo in cui l’opera nasce serve a comprenderne le ragioni profonde e radicate (l’essenza produttiva) e a non caricare l’interpretazione di categorie mentali, emotive, morali e linguistiche che possono valere per chi legge ma non pertengono alle epoche passate.

Gli anni Cinquanta rinsaldarono il legame con l’Italia e il coraggio del pensatore: Croce era morto nel 1952, nuovi sodali furono, tra gli altri, Gianfranco Contini e Franco Laterza, e si inaugurarono lunghe estati trascorse tra la Liguria e la Toscana. Nel 1963, postumo al suo autore (che morì a Forte dei Marmi, il 16 settembre 1960), uscì il corposo saggio Classical and Christian Ideas of World Harmony, tradotto in Italia nel 1967, con il titolo L’armonia del mondo. Storia semantica di un’idea (oggi nell’edizione Il Mulino, 2009). Nell’esporre la sua personale idea di Stimmung (armonia del mondo, appunto), Spitzer si mostra

un umanista “all’antica”, affascinato dalla tradizione platonica e giudaico-cristiana, ma anche dagli spiriti pitagorici […] e da coloro che in ogni epoca, turbati dai cacofonici cembali del mondo – a dirla con Bonaventure des Péries – tendono l’orecchio a cercare il punto dove animus, anima e anemos vibrano concordi.

Conclude Donati:

Leo è un uomo affascinato dalle scritture capaci di evocare una pienezza di vita, un senso di affiatamento e solidarietà tra le cose che, a dirla con Montale, “sovrasta i ciechi tempi”. (pp. 120-121)

Da questa prospettiva appassionata, da amante, Spitzer offre ai posteri un’estetica della bellezza che non è mai teoria estetica generale, ma prassi, indagine orientata a cogliere le ragioni specifiche, uniche, di ogni singolo testo. Per di più, l’interpretazione è la via che potenzia il godimento estetico (non a caso, Donati intitola la terza sezione del libro Estetica, etica ed erotica), per la capacità di riconoscere un ordine intrinseco e armonico anche nella dialettica degli opposti.

Così si risolve il dilemma classico-romantico e il sublime trova una sua armonia. Così l’anticlassico e movimentato Barocco appare l’esito di una tensione tra la vita com’è e la vita come dovrebbe essere. Come un detective a caccia di piccoli indizi linguistici (lo scarto rispetto alla norma che è precipuo dell’arte), il critico sa che l’armonia può esprimersi anche nella forza coesiva del significante: suono, ritmo, cadenza.

Prendiamo il Cantico delle creature di San Francesco: alla lode cantata dalle (o attraverso) le creature, un lungo Alleluia, segue il Dies irae, memento del peccato originale e del pericolo di cadere, non pentendosi, nella morte seconda; ma ciò che tiene stretto il dialogo tra le due componenti del canto è per Spitzer il canto stesso: la duplicità si risolve in una coesione spirituale e ritmica al contempo.

La lezione pedagogica

«Non seguirmi» (Folge mir nicht nach), scrisse Leo Spitzer a conclusione degli Stilstudien del 1928: non una professione personale d’umiltà, ma un’epigrafe che il maestro auspicava posta all’ingresso di ogni istituto dedito all’insegnamento. Possiamo chiederci se la sua eredità culturale e morale meriti ancora attenzione fuori dalle aule accademiche. La risposta è in un intervento d’occasione, scritto nel 1935, e rivolto

agli insegnanti impegnati a scuola nella spiegazione di un testo.

1. Dopo aver letto il testo ai vostri studenti, sfruttate la prima, immediata impressione che esso ha prodotto in loro, e discutete subito questa impressione generale, prima che scompaia: affronterete i dettagli più tardi, una volta formulata l’idea di insieme;

2. fate ricorso ai manuali solo dopo aver fatto, e fatto fare, delle osservazioni. Qualsiasi osservazione corretta può venire utile, mentre una sintesi sbagliata, accettata a priori, è un male irreparabile. Diffidate, anche solo per modestia educativa, dei manuali!

3. subordinate tutte le vostre spiegazioni alla valorizzazione dell’unità intrinseca dell’opera. Niente divagazioni e domande, nessuna spiegazione grammaticale e storica fini a sé stesse (in particolare la grammatica per la grammatica, annoia; messa al servizio della conoscenza dell’uomo, è vitale);

4. risalire sempre a un principio unitario (che può anche essere un dualismo irrisolvibile), in cui si riassume l’opera artistica. Cercate il dio che abita l’opera, in ogni particella!

 

Per riassumere il tutto in una sola frase: «Il testo, nient’altro che il testo, il testo nella sua interezza!»

Siamo all’altezza del monito nella nostra pratica quotidiana? Non saprei. Era il 1935, diversi dai nostri (spero) i manuali di cui parlava Spitzer, ma l’invito mi ha ricordato la noia di certe lezioni liceali in cui i testi d’autore erano soffocati dall’interpretazione e il gusto sperimentato invece nelle aule di filologia, dove finalmente trovavo le parole d’autore, il confronto tra varianti e soprattutto lo stimolo a indagare nel significante le inesauribili possibilità del significato. Sul punto di scegliere l’indirizzo finale ero incerta, ma mi pare che l’indugio fu sciolto anche grazie ai versi che Montale aveva dedicato al filologo valtellinese Pio Rajna, nel giorno del suo funerale:

C’è chi vive nel tempo che gli è toccato ignorando che il tempo è reversibile come un nastro di macchina da scrivere. Chi scava nel passato può comprendere che passato e futuro distano appena di un milionesimo di attimo tra loro.(Eugenio Montale, A Pio Rajna, da Quaderno di quattro anni).

Sono perciò grata a Riccardo Donati, perché il suo racconto di Leo Spitzer mi ha riportato dove nascevano la gioia e il mestiere di leggere (e forse quelli di scrivere).

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottoressa di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato tre romanzi: “Le invisibili” (Neri Pozza, 2024), “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza, 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza, 2014).

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