Nell’aria. Il racconto della poesia contemporanea #1

Se dovessi raccontare la storia, o meglio le storie della poesia italiana contemporanea, comincerei da un viaggio in Romagna. Per l’esattezza, prenderei le mosse da un viaggio dalla Toscana verso la Romagna. Un viaggio in auto, come si conviene agli abitanti di quelle terre in quest’epoca in cui viviamo, in cui le linee ferroviarie secondarie sono pressoché abbandonate. Un viaggio condotto attraverso strade statali, perché l’autostrada – la mitica A1, la spina dorsale del sistema autostradale italiano – è costosa, trafficata, relativamente veloce e non lascia spazio al vagare dello sguardo, assorbito completamente dalle esigenze della guida.

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#1 Viaggio in Romagna
Attraversare il “Muraglione”, la strada statale 67 Tosco-Romagnola voluta da Leopoldo II di Lorena per collegare Pisa a Forlì e Ravenna, è un’esperienza memorabile. E poi c’è la “Faentina” o “Fiorentina”, la statale 302 Brisighellese Ravennate, che dall’immediata periferia di Firenze sale verso il Mugello, fino a Marradi, il paese di Dino Campana, e ancora giù, sul versante romagnolo, per Brisighella. Ci sono stato, nei luoghi di Campana, con la mia vespa PX125. Tra Toscana e Romagna, e poi verso l’Umbria, sotto La Verna.
Ma il viaggio che vi sto per raccontare l’ho fatto per andare a trovare il poeta Giovanni Nadiani, l’autore di E’ sech, di TIR, di Invel, che poi vogliono dire Il secco, TIR (Transports Internationaux Routiers, trasporto internazionale su gomma, si dice così anche in romagnolo) e In nessun luogo. Giovanni Nadiani, detto Giona o Zvan, poeta e prosatore, autore di testi teatrali e performer, e poi traduttore, Übersetzer, esperto di lingue e letterature germaniche, e amico, anche. Che non è poi così irrilevante, quando si parla di arte.

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Questo è il viaggio di Simone Giusti, un toscano, madrelingua toscano, di padre pistoiese e madre lucco-pisana, stanziale in Maremma fino all’età di 19 anni, rigorosamente monolingue, e, per giunta, disgrafico, che ha voluto e dovuto fare un’esperienza di straniamento linguistico a poco prezzo, semplicemente varcando l’Appennino, poco più di 200 chilometri per varcare la linea La Spezia-Rimini, il confine nord che separa il toscano dai dialetti gallo-italici, laddove i capelli diventano kavei e l’ortica ortiga, di qua e di là dalla catena montuosa che divide, attraversandola, la penisola. Il confine naturale che separava i Galli, a nord, dagli Etruschi, posizionati a sud, oltre due millenni fa, e che oggi separa ancora il Tirreno, il mare del tramonto, che guarda verso ovest, sud-ovest, dall’Adriatico, esposto a oriente, a est, nord-est. Le valli dell’Arno e del Tevere, e poi, a verso la Maremma, dell’Ombrone, di qua dall’Appennino, by my side, la valle del Po, la pianura padana, on his side, dalla parte di Nadiani.

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Per arrivare in Romagna, a Faenza per la precisione, io, Simone Giusti, attraverso tre province (Grosseto, e poi Siena e Arezzo) che insieme contano 850mila abitanti per 11.560 chilometri quadrati, 73 abitanti per chilometro quadrato, concentrati soprattutto nella zona di Arezzo, a ridosso dell’Appennino, verso il Valdarno, che è la zona più popolosa della Toscana, da Firenze a Pisa.
Anche la Romagna è fatta all’incirca di tre province: Ravenna, Forlì-Cesena, e Rimini. Sono 1.107.057 anime in 6.380 chilometri quadrati. Che fanno 173 abitanti per chilometro quadrato. Tutti stretti tra la montagna e il mare. Che poi durante l’estate diventano milioni e milioni, che a contarli ci si rimarrebbe male. Meglio non conoscere l’esatto ammontare della massa umana.

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Ora, io vi racconto queste cose che sembrano entrarci poco, con la poesia, ma che in realtà sono fondamentali. Perché la poesia la fanno i poeti, persone in carne e ossa che abitano e mangiano e spurgano in un determinato posto; perché i poeti parlano e ascoltano le persone che hanno intorno; perché poi, anche quando si muovono, i poeti portano dentro la loro madrelingua, la lingua d’origine, e prima o poi la buttano fuori con forza e allora viene fuori la poesia, come una colata lavica che prima è liquida e poi si rapprende, prende una forma, s’indurisce e diventa roccia, più o meno dura o friabile, certo, ma sempre roccia.
E così, quando io prendo la macchina e faccio il mio coast to coast per andare dal Zvan Nadiani, per chilometri e chilometri non trovo un’anima, specialmente fuori stagione – che è poi prima e dopo l’estate in qualsiasi periodo dell’anno.

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Per non parlare dell’Appennino, che pare abbandonato da millenni. E poi scendo di là, verso Cesena o verso Forlì, e comincio a intuire il gran casino che poi effettivamente arriva sotto forma di case su case, capannoni industriali, parchi dei divertimenti e outlet, centri commerciali, e di rotonde grandi come gli anelli di Saturno e poi, naturalmente, di autostrada, la A14, l’Adriatica, 743,4 chilometri a due corsie per senso di marcia, che diventano tre nelle zone più trafficate. Il primo tratto, da Bologna a Cesena, è del 1966, l’anno in cui viene abolito dal Vaticano l’Indice dei libri proibiti e dell’alluvione di Firenze e di Grosseto. Io non ero nato, ma Zvan aveva 12 anni, e l’autostrada se l’è vista crescere davanti al naso, in mezzo ai campi tra i più fertili d’Italia.

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Zvan, madrelingua romagnolo che sta imparando l’italiano – il toscano – a scuola e un poco anche davanti alla TV o al cinema, dove anche i film americani si ascoltano in perfetto toscano, anzi, nel fiorentino delle classi colte, secondo la pronuncia che insegnavano nelle scuole di dizione. Cresce durante il boom economico e così può assistere tranquillo alla scomparsa delle lucciole, alla mutazione antropologica degli italiani, al genocidio per assimilazione del sottoproletariato da parte della borghesia.
Sono tutte espressioni usate da Pier Paolo Pasolini per descrivere il cambiamento dell’Italia durante quegli anni, le conoscete? Ve le ricordate? Le ha pronunciate il figlio di un bolognese e di una friulana, nato nel 1922, cresciuto tra Emilia, Veneto e Friuli, autore di straordinarie poesie in friulano che, appena ventenne, lo rendono famoso, e poi, appena adulto, sceso a Roma per immergersi in quell’altra lingua, quella del sottoproletariato urbano delle borgate:

– Aòh, addò vai?
– A casa vado, – fece il Riccetto, – tengo fame.
– Vie’ a casa mia, no, a fijo de na mignotta, – gli gridò dietro il compare, – che ce sta er pranzo –.

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Pier Paolo Pasolini, nell’anno della sua morte, il 1975, pubblica sul «Corriere della Sera» un articolo intitolato “Il vuoto del potere” ovvero “l’articolo delle lucciole”, in cui scrive dei suoi connazionali frasi come queste, durissime:

Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione.

bici

Ecco, Zvan è cresciuto lì in mezzo, tra quegli italiani in via di trasformazione, e ha visto tutto, ha sentito, e poi ha trovato il modo di raccontarlo e di cantarlo, mettendoci dentro una gran voce e dando fiato. E aiutandomi a capire, in questo modo, l’Italia di oggi, il posto in cui vivo, che è Toscana ma è anche un po’ Romagna e che deve comunque riuscire a essere tutt’e due le cose, e tante altre ancora.

ins e’ védar de’ smartphone Huawei
e’ sgvècia l’icona d’Gmail

2 clic i scanzêla 1 mesag sfinì
Incóra prèma d’arivê

In italiano:

sul vetro dello smartphone Huawei
occhieggia l’icona di Gmail

due clic cancellano 1 messaggio sfinito
ancora prima di arrivare

Due lingue, entrambe contaminate dall’inglese digitale, per rappresentare gli effetti ultimi – quelli che si manifestano direttamente sulle cose e attraverso di esse – della mutazione che ha portato all’accumulo di oggetti consumati o da consumare: smartphone, brazalet, frigo, bikini, televisiôn, luchèt, manichin, schêrp, latin, preservativ, panèl de’ fotovoltaico, slot-machine, container, talafunì, sportal plastica, telecamera, scudlot, umbrilôn, monitor

portici

È un mondo nuovo che convive – contaminandolo – con l’antico, mettendo in mostra la ferita prodotta dalla contaminazione che ha profondamente modificato la lingua e, quindi, il pensiero e l’ambiente, e i comportamenti degli abitanti. Scrivere in romagnolo, per Nadiani, non vuol dire assecondare le tentazioni della nostalgia, quanto, semmai, constatare e accettare che oggi il mondo è impurità, incrocio, métissage, meticciamento.
Qualche settimana fa, durante il mio viaggio in Romagna (un viaggio durato, se ci penso bene, quasi vent’anni: tanti ne sono trascorsi tra la prima e l’ultima tappa), siamo andati insieme da Romagna souvenir a vedere da vicino come s’inventa una tradizione per abbindolare il turista. O, meglio, visto che in Italia, ignoranti come siamo, e migranti per giunta, siamo tutti un po’ turisti, come si inventa una tradizione per dare un senso – anche un po’ posticcio, ma che importa – ai luoghi che abitiamo.
Ecco, per me il viaggio in Romagna, grazie a Zvan Nadiani, il disvelatore, è stato il viaggio nell’autenticità, che mi ha condotto, gradualmente e attraverso la fatica dell’incontro con l’alterità della sua lingua e del suo luogo ormai distrutto e divenuto non luogo, invel, alla conoscenza di me, di noi, dei nostri spazi e di ciò che ci resta per sentirci ancora veri, concreti, non come le foto manipolate con Photoshop ma come l’originale. Sia pure esso un po’ sporco, male in arnese, mezzo al buio, oppure, casualmente, bello, non importa.

cielo

L’importante è farlo passare per il corpo, rimuginarlo e restituirlo in forma di poesia, la somma di voce e linguaggio, linguaggio e voce. Due distici, quattro versi da pronunciare come degli haiku di Jack Kerouac, l’americano cattolico che rendeva omaggio al Giappone e al jazz dell’afroamericano Charlie Parker. Perché la ferita inferta a questo paese dalla storia non si può negare o eludere, e affrontarla vuol dire incarnarla in una vita e in una lingua che si sporcano le mani e che, miracolosamente, agiscono, producono, danno ragione di sé.

bigliet cun i nómar de’ Cup adruvé
i fines int la ruscarôla

foi cun agli analisi fati
a mônta masa int un scatlôn

biglietti coi numeri del Cup usati
finiscono in una pattumiera

fogli con esami effettuati
alla rinfusa in uno scatolone.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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