L’Umanesimo a scuola è vivo o morto?

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Nelle ultime settimane è cresciuto sul web un dibattito intorno alla cultura umanista a scuola, al suo ruolo e, soprattutto, alla sua presunta fine.

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Ha cominciato Marco Lodoli con un articolo sul quotidiano “Repubblica” intitolato Addio cultura umanista. Per i ragazzi non ha senso. La tesi di fondo è espressa in modo semplice e diretto fin dalle prime battute: “Quante volte negli ultimi anni ho raccolto dai miei colleghi sfoghi di questo genere: professori di lettere, storia, filosofia, arte che si sono ben preparati per la loro lezione e che finiscono a parlare nel vuoto, come radioline lasciate accese in un angolo, e a poco a poco si scaricano, si spengono malinconicamente. Perché accade questo, perché sembrano saltati i pon ti e le rive si allontanano sempre di più? A riguardo mi sono fatto un’idea. Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta, ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato e educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell’uomo, alle sue domande, ai suoi timori”.
Tra le varie risposte a queste stimolanti considerazioni, la più arguta e degna di nota mi pare quella, puntuale, di Maurizio Tiriticco (qui), il quale ribatte: “E allora di che si lamenta la nostra professoressa di lettere? L’Umanesimo è morto perché una classe intera si abbiocca costretta ad ascoltare le sue parole? Non andiamo oltre a scomodare i massimi sistemi! Non è morto l’Umanesimo! Non è morta la ricerca scientifica! È morto un modello di scuola! È morto un modello di insegnamento! Non le viene in mente che la cultura non si trasmette, ma si sollecita, si accende, si provoca, si fa costruire, si costruisce insieme?”. In questo modo Tiriticco, di formazione letteraria ma più che titolato a parlare di didattica, sposta il fuoco dell’attenzione dal docente – punto di vista privilegiato oltre che oggetto di preoccupazione per Lodoli – alla comunità degli alunni che, col docente, dovrebbero co-costruire (con brutto ma efficace neologismo che rinvia alle teorie costruttiviste) una cultura intesa non come “patrimonio” da trasmettere di generazione in generazione, bensì come strumento o insieme di strumenti che una persona sviluppa, all’interno delle proprie comunità, per agire nel mondo. In questo senso, aggiungerei, i testi letterari possono avere ancora un ruolo, se concepiti, appunto, come strumenti o dispositivi funzionali all’esercizio (e quindi alla costruzione) di conoscenza.
Si tratta, in definitiva, di passare da una concezione della letteratura come patrimonio da salvaguardare (compito più che degno e difficilissimo, e per questo affidato al sistema universitario e all’attività di ricerca) e della lettura come comprensione e interpretazione del testo, a un’idea della letteratura come corpus di opere e di competenze che consentono, attraverso l’esperienza della lettura intesa come azione o, se preferite, come simulazione dell’azione e come comportamento, di “orientare” la vita, guidarla, conferirle un senso.
Quante volte anch’io sento dire alle mie colleghe professoresse: “se continua così, che fine farà la grammatica”. E pur condividendo la preoccupazione, ritengo mio dovere sforzarmi di pensare diversamente al mio ruolo, che non lascia spazio alla preoccupazione per la grammatica e che semmai mi obbliga a occuparmi delle sorti di quella singola persona che, all’interno della comunità della classe e quindi, posso supporre, al di fuori da essa, non riesce a sviluppare tutti gli strumenti che ritengo possano servirgli per assumere il controllo sulla propria vita.
Per questo, in definitiva, trovo fuori luogo un’eccessiva preoccupazione per l’Umanesimo. Mai come in questo momento le scienze esatte e le scienze umane si sono interessate alle opere letterarie e filosofiche, considerate sempre più fondamentali per quanto hanno da insegnare agli uomini. Il problema è che, se è vero quello che ci dicono gli scienziati circa l’importanza della lettura delle cosiddette “narrazioni”, e se è vero, soprattutto, quello che la nostra sensibilità di lettori appassionati di letteratura ci dice fin dall’adolescenza, cioè che le opere letterarie sono delle vere e proprie bombe capaci di deflagrare in qualsiasi momento della vita per stravolgerne completamente il senso, le prospettive e perfino il passato, allora domandiamoci perché mai i ragazzi – specialmente quando, verso i 12-13 anni, cominciano a intuire il potere che abbiamo su di loro – dovrebbero essere così disposti a condividere con noi queste nostre storie con le quali da secoli, da millenni, tentiamo di dare un verso al mondo.
Occorre ammettere che ci vuole molta fiducia per affidare la propria vita in mano a un insegnante di lingua e letteratura italiana. Fa parte del nostro mestiere – e qui ci vengono in soccorso, illuministicamente, gli strumenti della didattica, le competenze della pedagogia – saperla conquistare.

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Simone Giusti

ricercatore, insegna didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020), Didattica della letteratura italiana. La storia, la ricerca, le pratiche (Carocci, 2023). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e il manuale L’onesta brigata. Per una letteratura delle competenze, per il triennio delle secondarie di secondo grado.

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