L’Eneide di Christopher Nolan

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Nell’Odissea di Nolan, l’eroe ambiguo e multiforme di Omero assume i tratti di Enea: pio, ferito, costretto ad agire e infine assolto. Giusi Marchetta interroga la politica di questa riscrittura.

Nell’VIII libro dell’Odissea, quando il re dei Feaci Alcinoo invita un aedo privo della vista e dotato di un talento straordinario a riprendere la storia della caduta di Troia per allietare il suo banchetto, il canto ricomincia dal cavallo di legno, «l’insidia che sull’acropoli portò Odisseo luminoso»[1]. Ascoltando i versi dell’aedo, però, un naufrago sconosciuto, ospite del re, non riesce a nascondere la sua commozione tanto che Alcinoo interrompe per l’ennesima volta l’esibizione e gli chiede perché stia piangendo.

Per molti motivi, ci farà sapere Omero nei versi successivi: perché dopo tanti anni dalla guerra quello straniero è ancora lontano da casa, perché i Proci insidiano la sua reggia; per il continuo naufragio che sono stati gli ultimi anni, per un ritorno ancora incerto. Piange però anche perché quel pianto lo dichiara: lui è Odisseo e il cavallo di Troia è stata la sua ultima grande impresa nota prima che il suo nome sparisse per anni tra le onde del Mediterraneo. Non lo ha scelto lui quel passato da assassino e ingannatore, ma quel passato di sangue e di inganni gli ha dato fama di uomo ingegnoso e astuto: dopo quel momento, ogni piano è miseramente fallito e la meta si è fatta sempre più lontana.

È quel pianto che inaugura, attraverso la sua stessa voce, il racconto delle imprese che hanno costellato il viaggio di Odisseo fino a quel momento, le astuzie e le menzogne che hanno salvato la sua vita ma non quella dei compagni, il seguito di quella ingegnosa, sanguinosa storia, che, se ben raccontata, convincerà forse Alcinoo a riportarlo a casa.

Personalmente ,credo ci sia una possibilità che con queste lacrime Odisseo pianga l’innocenza perduta, il sangue versato, insomma, il trauma vissuto a Troia, ma credo anche che questa possibilità sia molto, molto remota per un uomo le cui parole sembrano “fiocchi di neve[2]”. È evidente invece come per Christopher Nolan non ci sia nessun motivo per non dare piena fiducia a questo Odisseo piangente, l’eroe ingegnoso e astuto che, ogni volta che poteva trarne vantaggio, ha causato la morte di amici e nemici.

Ogni Odissea è una scelta politica

Tutte le riletture, le reinvenzioni, le riscritture sono legittime e nulla tolgono all’originale. Il numero elevato di recensioni, post sui social, dibattiti nati intorno a Odissea di Christopher Nolan, poi, mi sembra una bella possibilità di confrontarsi su una storia antica da tanti punti di vista diversi, senza che ce ne sia uno capace di soppiantare definitivamente gli altri.

Del resto lo stesso poema omerico è frutto di un intreccio e di una sovrapposizione maturata nel tempo di elementi linguistici, storici, culturali la cui complessità è stata solo in parte addomesticata attraverso le varie traduzioni e interpretazioni che si sono avvicendate nel tempo e che si distinguono per strumenti, competenze e intenzioni.

Se c’è un classico che non ha smesso di dire quello che vuole dire (o quello che crediamo voglia dire) quindi, è proprio l’Odissea, e il modo in cui se ne rinnova la lettura, la traduzione, la trasposizione, arricchisce il dibattito contemporaneo esondando dagli ambiti della lingua, della cultura classica, della letteratura.

Leggere, tradurre, portare sullo schermo l’Odissea oggi (ma anche leggerla o interpretarne la versione cinematografica) significa proporre una propria visione politica oltre che artistica ed estetica.

Cambiare la lente

Un esempio abbastanza lampante credo sia l’apprezzata quanto contestata traduzione dell’opera da parte di Emily Wilson, che ha scelto un lessico più contemporaneo e un’aderenza maggiore al testo soprattutto nelle parti relative a Penelope, connotata nelle precedenti versioni in lingua inglese (ma non solo) come moglie “fedele” anche nei punti in cui Omero la definiva “assennata” (ἐχέφρονι).

È solo una delle numerose scelte della traduttrice che hanno fatto parlare di un’Odissea femminista, con l’implicita accusa di una forzatura del testo originale; al contrario il lavoro di Wilson dimostra che cambiare la lente con cui si osserva e si interpreta un’opera millenaria può aiutarci a riscoprirla anche in senso filologico.

Non è un caso che durante la lavorazione del film di Nolan proprio a questa traduzione il regista abbia fatto ricorso, a cominciare da quell’aggettivo presente nel proemio e che fa di Odisseo “l’uomo complicato[3]”, un eroe capace di incarnare sia l’inventore del cavallo che ha infranto le leggi di Zeus sia il veterano tormentato dalle sue stesse azioni e convinto di aver posto fine alla propria civiltà.

L’uomo contemporaneo che Nolan vuole assolvere

Se ogni lettura e reinterpretazione è valida, però, è altrettanto importante chiedersi cosa ci comunichi quella visione dell’opera tradotta o portata sullo schermo con una certa lente. La mia impressione ad esempio è che Odissea di Nolan sia più di ogni altra cosa una lettera d’amore alla sua idea di uomo contemporaneo. Questo mondo ingiusto lo ferisce, ma lui non ne è davvero responsabile: non ha inventato lui queste guerra e crudeltà, le ha solo ereditate. Certo, è partecipe di un sistema violento perché vi è obbligato, ma ne soffre anche, profondamente. Quando c’è stato bisogno di inventare il cavallo lo ha fatto e quando il cavallo ha causato la strage che lui aveva pianificato causasse, ne ha sofferto. Ma la strage ci sarebbe stata lo stesso: l’uomo ha solo velocizzato i tempi e poi se ne è anche preso la responsabilità. Non è già qualcosa?

Del resto, la strage è da sempre e per sempre in programma, e la colpa è dei signori della guerra senza nome (anche se il loro nome si sa benissimo e si sa anche che vivi o morti bisogna inginocchiarcisi davanti): sono loro il male anche se hanno un’affascinante (ridicola) armatura e sembrano un incrocio tra Batman, una Porsche e un influencer della manosfera, qualcuno di cui quest’idea di uomo potrebbe aver avuto il poster in camera da ragazzo.

Diciamolo, quindi: non lo ha scelto lui questo mondo ma è lui a guidarlo, perché gli dei non esistono e gli altri nemmeno. O parlano una lingua che lui non capisce, cosa che gli rende incomprensibile il fatto che lo temano mentre brucia i loro villaggi, o gli sembrano primitivi, primitiva la loro violenza quando gli invade la casa e la terra, per cui ogni atto di aggressione, invasione, colonizzazione da parte sua non può che essere considerato legittima difesa o legittima espressione di superiorità culturale.

Un mondo che ruota intorno a lui

Quanto alle donne, sono lì solo per aiutarlo, tutte: Calipso che di punto in bianco lo lascia andare e rinuncia a essere l’amante che lo spinge a dimenticare (lui certo non avrebbe mai tradito sua moglie per sua scelta), le sirene che gli dicono la verità; Penelope che lo aspetta fedelissima e incrollabile anche se lui tornerà invecchiato e cambiato; Circe, la fattucchiera femminista che vuole vendicarsi di tutti gli uomini tranne lui, perché lui è tormentato ed è un nice guy che ammette che sì di solito i soldati uccidono e violentano ma not all men e i suoi bros no, loro sono bravi ragazzi e quindi lei non può che essere convinta da queste osservazioni e anzi gli dà indicazioni per il viaggio senza che intervenga al suo fianco l’ombra di un dio o di un innesco narrativo.

Non c’è bisogno di nessuna giustificazione per questo: è evidente come quest’uomo sia al centro di tutto e come tutto dipenda da lui, perché delle nuove generazioni non ci si può fidare, vanno salvate anche da situazioni di pericolo che in un poema di quasi tremila anni fa risolvevano da sole. Del resto, aiutare il proprio figlio incapace dà a questo eroe contemporaneo la possibilità di buttare le mani come hanno sempre fatto gli eroi che gli somigliano e di allenarsi per il rientro a casa dove, sempre traumatizzato dalla violenza di un mondo che non ha deciso, potrà fare strage di tutti i ladri che sono entrati nella sua reggia e hanno minacciato la sua famiglia e vedere se gli concedono la grazia dopo.

È l’ennesima strage di questo Odisseo traumatizzato, l’ultima prima di lasciare la generazione successiva a raccoglierne i cocci sanguinosi mentre si va incontro, rassegnati, a una notte certa.  Un eroe contemporaneo, americano, occidentale, un buono che non ce la fa a essere buono con un trauma che lo fa piangere ma non lo convince a cambiare le regole. Il cavallo di Troia o la bomba atomica lo marchiano ma sono anche il segno del genio; a volte restano sullo sfondo, a volte sono fiori all’occhiello, altre bruciano il mondo ma non è colpa sua, è che il mondo è fatto per bruciare così da sempre, l’hanno deciso generazioni di uomini prima di lui e lui è solo l’ultimo traumatizzato abbastanza da sembrare l’eroe ma non abbastanza da non aggiungere a questo braciere millenario il suo tremante tizzone acceso.

Da Odisseo a Enea

Anche questo eroe lo conosciamo in realtà. Questo Odisseo che rifugge l’infedeltà, che cerca sempre di salvare i suoi compagni, che è perennemente combattuto tra ciò che vuole fare e ciò che gli si chiede di fare, che prende sotto la sua protezione un ragazzo che però non riesce a salvare e di cui vendica la morte, che fa lo slalom tra donne che lo aiutano e sono destinate a scomparire, insomma questa versione di Odisseo più pura, più pia, è più vicina alla figura dell’Enea virgiliano che all’eroe greco. Come Enea soffre, si strugge, raggiunge la meta, dubita, uccide lo stesso il suo nemico e dà modo a una storia non meno sanguinosa di ricominciare.

C’è solo un problema in questa rivisitazione: si può togliere Odisseo dal cavallo ma non il cavallo da Odisseo. Lo stesso Virgilio nel II libro dell’Eneide fa commentare a Laocoonte la decisione folle dei Troiani di portare dentro le mura il mostro di legno con una domanda emblematica: Così conoscete Ulisse?[4] Odisseo è l’insidia che ha incendiato Troia.

Il cavallo dentro Odisseo

L’uomo dal multiforme ingegno, dalle molte astuzie, quest’uomo ambiguo e complicato è l’incarnazione dell’intelligenza che si piega alla necessità personale, della conoscenza come strumento di potere sugli altri, di un desiderio di esplorare forte quanto la nostalgia di casa. Per questo possiamo amare il viaggio di Odisseo senza amare Odisseo. Certo, mi rendo conto che un eroe contemporaneo per essere tale abbia bisogno di essere amato o perlomeno di essere assolto. L’Odissea di Nolan però assolve Odisseo con un’indulgenza che parla troppo di noi e del modo in cui riusciamo a tenere insieme i massacri di cui siamo complici e le semplici beghe della vita quotidiana sentendoci sempre al centro, sempre giustificati.

Se un giorno si inventasse davvero un altro Odisseo, se fosse davvero un nuovo eroe ferito dalle sue colpe, e pentito della propria astuzia, allora cambierebbe anche il suo viaggio e, forse, anche il nostro. Nel frattempo potremmo ricordarci di temere i Danai anche quando portano in dono una bella storia di cui parlare.


Note

[1] Odissea, VIII, v. 595, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 2014.

[2] Iliade  III, v.222 trad. Guido Paduano, Einaudi, 2025.

[3]Raccontami di un uomo complicato, o Musa” da Odyssey, I,v.1 trad. Emily Wilson, W. W. Norton & Co. Inc., 2017.

[4] Eneide, II v. 44, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 2014.

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Giusi Marchetta
vive a Torino, dove insegna. Ha pubblicato la raccolta di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (Terre di mezzo, 2008), vincitore del Premio Calvino, e i romanzi L’iguana non vuole (Rizzoli, 2011) e Dove sei stata (Rizzoli, 2018). Ha fondato e coordina il podcast del Tavolo delle ragazze (nato da Tutte le ragazze avanti!, Add editore). Per Einaudi ha pubblicato Lettori si cresce (2015) e ancora per Add il saggio Principesse, (eroine del passato, femministe di oggi) sugli stereotipi di genere nella cultura di massa

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