La vita di Jane Goodall, tra scienza e attivismo

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La scienziata si è spenta ieri a Los Angeles, mentre era in viaggio per delle conferenze e dopo una lunga vita dedicata fino all’ultimo alla scienza e all’impegno per i diritti degli animali e la conservazione dell’ambiente.
Jane Goodall a Los Angeles nel 2004. © Tinseltown/Shutterstock

Quando nel 1960 una giovane segretaria inglese arrivò sulle rive del lago Tanganica (in Africa orientale) con un binocolo, un taccuino e tanta determinazione, nessuno poteva immaginare che avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di guardare agli animali e, di riflesso, a noi stessi. Jane Goodall all’epoca non era la famosa primatologa e attivista ambientale che ci ha da poco lasciato, non aveva titoli accademici altisonanti, ma era animata da una passione incrollabile per la natura.

I suoi studi sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, iniziati proprio nel 1960 al Parco nazionale del Gombe Stream in Tanzania, hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza questa specie, gli animali più simili agli esseri umani. Goodall si fece strada nel mondo della ricerca scientifica anche grazie al sostegno del paleoantropologo britannico Louis Leakey, che fu suo mentore e intuì in lei lo sguardo giusto per osservare gli scimpanzé.

Dall’Inghilterra all’Africa

Nata a Londra il 3 aprile del 1934, Jane Goodall fin da bambina sviluppò un forte interesse per gli animali e per l’Africa, sostenuta dall’incoraggiamento della madre Margaret, che era una scrittrice e fu una figura importante nella sua formazione. Un giorno, il padre di Jane le regalò uno scimpanzé di peluche chiamato Jubilee e – come lei stessa ha dichiarato anni dopo – nel suo affetto per questo giocattolo si nascondeva già l’origine del suo primo amore per la natura.

Nel 1957 Goodall si trasferì in Kenya, dove conobbe Louis Leakey che la avviò alla ricerca prima come sua segretaria e poi come osservatrice sul campo: fu proprio l’incontro con Leakey, e con la moglie e collega Mary, a cambiare la vita di Jane. Il celebre scienziato, impegnato a cercare in Africa le origini dell’umanità, rimase colpito dall’intelligenza e dalla determinazione della giovane inglese. Riuscì a vedere in lei non soltanto un’assistente, ma la persona adatta a studiare gli scimpanzé in libertà, nella convinzione che comprendere il loro comportamento avrebbe potuto gettare luce sulla nostra evoluzione.

Leakey dunque incoraggiò Goodall, che aveva allora 27 anni, a partire per Gombe (accompagnata dalla madre) e le fornì i mezzi per farlo; una scelta per nulla scontata dato che in quegli anni erano pochissime le donne che facevano ricerca sul campo. In seguito, Leakey sostenne anche la sua carriera accademica all’università di Cambridge dove conseguì il dottorato con una tesi sul comportamento degli scimpanzé, nonostante Jane inizialmente non avesse una laurea. Senza quell’appoggio, probabilmente, la storia dell’etologia avrebbe avuto un corso diverso.

Goodall non fu l’unica donna a cui Leakey affidò una missione così ambiziosa: faceva parte di un terzetto di scienziate diventato noto come Trimates che hanno rivoluzionato lo studio delle grandi scimmie antropomorfe. Oltre a Jane, che faceva ricerca sugli scimpanzé, c’erano la zoologa statunitense Dian Fossey, esperta dei gorilla di montagna in Ruanda, e la primatologa lituano-canadese Biruté Galdikas, che si dedicò agli oranghi del Borneo. Tre donne, tre ricerche pionieristiche in anni in cui la scienza era un mondo prevalentemente maschile: quasi una piccola rivoluzione.

Gli scimpanzé e noi

Jane Goodall iniziò a studiare la vita sociale e familiare degli scimpanzé con la comunità di Kasakela (a Gombe, in Tanzania). Dalle sue osservazioni emersero nuove prove secondo cui gli scimpanzé possiedono personalità, capacità di pensiero razionale ed emozioni simili a gioia e dolore. Goodall descrisse comportamenti affettuosi come abbracci, baci, pacche sulle spalle e il solletico come manifestazioni di legami affettuosi tra individui che potevano durare tutta la vita, superando anche i 50 anni.

La sua ricerca inoltre sfidò due convinzioni che negli anni Sessanta sembravano consolidate: gli scimpanzé non usano strumenti e sono esclusivamente vegetariani. Goodall infatti osservò alcuni individui utilizzare degli strumenti rudimentali come ramoscelli o steli d’erbe per “pescare” le termiti di cui sono particolarmente ghiotti. Questi risultati sorprendenti spinsero Louis Leakey a commentare che bisognava ridefinire cosa fosse uno “strumento” o “umano”, accettando così gli scimpanzé come molto più simili a noi di quanto fino ad allora si pensasse.

Goodall documentò anche comportamenti aggressivi negli scimpanzé, incluse uccisioni di piccoli da parte di femmine dominanti e persino atti di cannibalismo. Inoltre, descrisse la cosiddetta “guerra degli scimpanzé di Gombe” avvenuta fra il 1974 e il 1978: un violento scontro in cui erano contrapposte due comunità di primati, abitanti delle regioni nord e sud del parco. Infine, Jane notò che gli scimpanzé cacciavano sistematicamente scimmie più piccole per cibarsene, e questi dati rivoluzionarono la comprensione del comportamento e della dieta degli scimpanzé.

Le sue ricerche però non furono esenti da critiche; in particolare, Goodall aveva trasgredito la consuetudine scientifica dell’epoca con la scelta di dare nomi propri agli animali che studiava, invece di usare solo numeri o sigle. In questo modo Jane sentiva di aver creato un legame unico con gli scimpanzé, diventando l’unico essere umano accettato nella loro società come testimoniato dalle tante fotografie che la ritraggono a stretto contatto con vari individui. Tra gli scimpanzé a cui aveva dato un nome c’erano David Greybeard e il suo amico Goliath, Gigi, la “zia putativa” di tanti cuccioli, la matriarca Flo e i suoi molti figli, tra cui il dolce Flint o l’aggressivo Frodo.

Con i suoi metodi a volte poco ortodossi, Goodall introdusse una prospettiva etologica nuova, in cui l’osservazione sistematica non escludeva la dimensione narrativa. Anche se alcuni colleghi la accusarono di “antropomorfizzare” gli scimpanzé, forse possiamo dire che aveva semplicemente anticipato una concezione più complessa del comportamento animale. Di sicuro, le sue ricerche hanno profondamente influenzato la primatologia e l’etologia contemporanea.

Una voce per i diritti degli animali

Dopo gli anni di ricerca sul campo e i tanti riconoscimenti ottenuti, Jane Goodall ha saputo trasformare la sua fama in un impegno instancabile per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli animali. Nel 1977, infatti, ha fondato il Jane Goodall Institute che è oggi presente in decine di Paesi in tutto il mondo, inclusa l’Italia, e promuove programmi di conservazione e di educazione alla sostenibilità. Una delle iniziative più note è Roots & Shoots (cioè Radici e Germogli) che dal 1991 si rivolge in particolare alle persone più giovani, dalle scuole dell’infanzia fino all’università, per l’impegno civico nelle proprie comunità.

Le battaglie di Goodall non sono state solo in ambito scientifico, ma anche politico e civile, facendo conferenze e scrivendo libri: contro la deforestazione, il commercio di animali selvatici, la perdita di biodiversità e la crisi climatica. Con un linguaggio diretto e accessibile ha trasformato la sua passione per la ricerca in un messaggio universale: proteggere la natura significa proteggere noi stessi. E questo monito rimane ora che Jane si è spenta a Los Angeles – mentre era in viaggio per delle conferenze – dopo una lunga vita dedicata fino all’ultimo alla scienza e all’impegno per i diritti degli animali e la conservazione dell’ambiente.

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Sara Urbani

Laureata in scienze naturali con un master in comunicazione della scienza, ha lavorato per la casa editrice Zanichelli. Scrive anche per Odòs – libreria editrice e per i magazine online La Falla e Meridiano 13.

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