La periferia permanente di Luciano Bianciardi #1

Rimasto in città, a Grosseto, per lavorare e scrivere, provo a raccontare la mia città attraverso delle storie che la riguardano. Comincio dal suo mito fondativo, assai recente, e dal suo principale narratore, Luciano Bianciardi, a cui dedicherò le prime tre storie. La prima storia, narrata in questo articolo, racconta di una migrazione che si svolge in uno spazio e in un tempo precisi: tra Grosseto, la Puglia e Milano, passando per Rapallo, tra il 1939 e il 1971. La seconda storia parlerà di lavoro precario, di bracciantato intellettuale nella nascente società dei servizi. La terza sarà la storia della ricerca di una identità linguistica che diventa emblema della resistenza di un individuo comunitario all’invadenza della società di massa.

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Migrazioni e luoghi

Luciano Bianciardi si muove da Grosseto, la sua città, dopo gli studi liceali, per andare a studiare alla facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa. Siamo nel 1941 e fin qui il nostro personaggio ha percorso itinerari abituali, strade battute e in qualche modo tracciate da altri: il contesto socioculturale, la famiglia ecc.

Il pendolarismo tra Grosseto e Pisa – la sede universitaria più vicina e agevole da raggiungere col treno – è interrotto dalla chiamata alle armi nel gennaio del 1943. Finito l’addestramento, Bianciardi parte per la Puglia. Sarà a Foggia, poi in Salento, nella campagna di Copertino. Dopo l’8 settembre si aggrega a un reparto di soldati inglesi, per i quali svolge la funzione di interprete, e risale la penisola per arrivare a Forlì, in Romagna. Poi torna a casa, a Grosseto, e riprende gli studi a Pisa, dove si laurea nel 1948. Si ferma a Grosseto per mettere su famiglia. Non ha la patente ma viaggia per la provincia con il bibliobus, frequenta Ribolla e i villaggi minerari.

Nel 1954 riparte. Stavolta è una partenza vera, una vera e propria migrazione. La destinazione è Milano, il nord, dove la nascente industria culturale offre all’intellettuale di provincia opportunità di lavoro fino a quel momento sconosciute. A Milano l’emigrante Bianciardi vive dieci anni, cambia molti impieghi, costruisce una nuova famiglia e diventa uno scrittore di successo, e un personaggio famoso.

Nel 1964, infine, Bianciardi giunge alla sua ultima meta, sempre al nord, a Rapallo, una specie di periferia balneare di Milano, dove lo scrittore si ritira con la sua seconda famiglia pur continuando a mantenere un rapporto stretto con Milano. Negli ultimissimi anni di vita (Bianciardi muore nel novembre del 1971), ancora il tentativo di tornare a Grosseto, poi il rientro definitivo a Milano. Dal sud al nord, dalla provincia al centro, e poi, quando il centro è diventato caotico e insopportabile, di nuovo in provincia, verso la periferia. Questo è il viaggio di cui Bianciardi è testimone.

Soprattutto, mi interessa vedere come egli abbia instaurato con i suoi luoghi un rapporto che definirei “mitologico”. Al di là delle intenzioni di Bianciardi, infatti, oggi è difficile per i suoi lettori prescindere dal valore mitico assunto da alcune sue invenzioni letterarie relative alle città e al loro rapporto con lo spazio circostante.

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Cominciamo dall’invenzione di Kansas City: un “centro” meticcio, emblema di modernità, progresso, apertura, sperimentalismo sociale e lavoro culturale. Corrisponde al periodo esistenziale e letterario 1948-(1954)1957. La sua nascita coincide con l’uscita del libro Il lavoro culturale, pubblicato in prima edizione nel 1957 e in II ed. nel 1964, dall’editore Feltrinelli. Tra le due edizioni del libro possiamo incorniciare l’inizio e la fine del miracolo economico, che gli storici datano 1958-1963.
Bianciardi, che aveva pubblicato l’anno precedente un’inchiesta scritta a quattro mani con Carlo Cassola, I minatori della Maremma (Laterza), e che ha alle spalle un’attività pubblicistica esercitata su testate locali e nazionali, esordisce con questo breve romanzo interamente dedicato alla narrazione del lavoro culturale in una città che definiremmo di provincia: Grosseto. La città, trasfigurata in una italiana “Kansas City”, è di fatto lo scenario e la protagonista del libro. Una città moderna ed evoluta, “una città di sterrati, di spazi aperti, al vento e ai forestieri”. Una città “tutta periferia” e, questo è l’importante, in grado di essere “centrale” proprio grazie alla sua perifericità: laddove periferia diventa sinonimo di “esperimento” e di “progresso” e dove il paesaggio diventa il correlativo oggettivo di una cultura, di una visione del mondo:

Noi ordinavamo bicchierini di grappa e si restava lì un paio d’ore, a sorseggiarla, a guardare i camionisti, a parlare di letteratura. Letteratura americana, naturalmente; e veniva sempre il momento in cui il nostro ospite osservava che quell’angolo di provincia, così, con la sua campagna a ridosso e la grande strada della capitale, e i camionisti, un posticino così, tranquillo, bene illuminato, pareva proprio uscito da una pagina di Hemingway. O di Saroyan.

La provincia doveva essere un po’ tutta così, fosse America o Russia, o la nostra città. La provincia, culturalmente, era la novità, l’avventura da tentare. Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia, dicevamo: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo d’osservazione di prim’ordine. I fenomeni sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali. (…)

(…) Nella nostra provincia si poteva ricominciare tutto daccapo, e in Italia, in quanto a cultura (ma anche per il resto) c’era proprio un gran bisogno di ricominciare tutto daccapo.

La provincia sarebbe il nuovo “centro” della produzione culturale, mentre Roma, la capitale, è definita una “città parassitaria”, e Milano è la città dei “quartari”, gli intellettuali-funzionari dell’industria culturale, esperti di relazioni umane, tecnici della pubblicità che non riescono a esercitare una presa sulla realtà, a incontrare il popolo, a interagire.

Il mito di Grosseto-Kansas City (la cui storia è ricostruita da Velio Abati nel libro La nascita dei “Minatori della Maremma”) nasce nel 1948, nell’articolo di Carlo Cassola intitolato Grosseto come Kansas City (“Il mattino dell’Italia centrale”), dove si attribuisce a un militare americano il paragone tra le due città. Grosseto, scrive Cassola, è percepita dai suoi abitanti e dai viaggiatori come una “città dell’avvenire”, “terra di conquista”, “eldorado”. La stessa storia è raccontata nell’articolo di Cassola sul “Mondo” intitolato Una Maremma verde (agosto 1951), dove si introduce il paragone ancora più ardito tra la Maremma e il West, tra la bonifica e la conquista del West.

Ma Kansas City è destinata a perdere la sua centralità e a trasfigurarsi in un luogo della nostalgia, per lasciare il posto a Milano, nuovo centro della produzione culturale dell’età industriale.

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Nel luglio del 1959 Bianciardi scrive il secondo libro, L’integrazione, pubblicato da Bompiani nel 1960. Grosseto non è più chiamata Kansas City e non è mai nominata neppure col suo vero nome, ma due cose sono evidenti: la città è fondamentale alla storia narrata, che di fatto è il proseguimento del Lavoro culturale; la città ha già perduto il suo carattere moderno e “sperimentale” per diventare, a contrasto con la grande città in cui i due protagonisti “emigrano”, Milano (anch’essa mai nominata), il luogo della nostalgia in cui fare ritorno. Ora è Milano la città “nuova, grande, importante”, una città che è “tutto un cantiere”: “un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare”.

Con l’Integrazione siamo dentro il racconto del miracolo economico. Milano è ora il centro, e la provincia ha cessato di essere avanguardia. Nel 1964, a conclusione del miracolo, Bianciardi scriverà una postfazione alla II ed. del Lavoro culturale, Addio a Kansas City che è a un tempo saluto personale ad una comunità oramai abbandonata e saluto di un mito che non ha più ragione di esistere. Perché ora la provincia italiana è la brutta copia della grande città e Kansas City ha fermato la sua crescita per “valorizzare la costa”… E perché ora, come si può leggere in uno straordinario passo della Vita agra, la Kansas City del Lavoro culturale è diventata un incubo in una lingua sconosciuta, il simbolo della perdita di identità e di memoria dovuto al lavoro di traduzione, che porta il personaggio-autore a sognare in lingue sconosciute e a trasfigurare i ricordi, a confonderli con quelli delle centinaia di libri tradotti.

Certe notti, quando non riesco a prendere sonno, mi sfilano in processione dinanzi agli occhi Salvatore Giuliano e le donne artificialmente feconde, il colonnello Maverick e il generale Sirtori, Ciascuno recando una sua parola sorda e irridente, Virginia Oldoini, Carl Solomon, Gad Dov Ygal, la testa mozza del povero Languille, Beverly ragazza di vita, Nikita Krusciov… Sidi-bel-Abbès, l’Ondulata Otto, Jack Andrus, l’Astronomo Reale, i Cappellani, le Corone e i Giovani Turchi armati di pistole zip, mille idee per aumentare le vendite e Leonardo da  Vinci detective ad Amboise.

Ciascuno di costoro m’ha portato via un pezzo di fegato, e tutti insieme mi hanno dannato l’anima, mi hanno stravolto persino l’infanzia. Quando non riesco a prendere sonno, penso alle mie vacanze, bambino, su a Steetrock, o nei prati intorno a Plaincastle, a St. Flower, ad Archback, a Chestnutplain. Ripenso ai lunghi viaggi sulle strade verso Download, Hazely, Copperhill, Meadows, Bouldershill, Gaspings, e poi il ritorno, dalla parte del camposanto di Scrub, nella grande pianura open to the winds and to the strangers. Then from everywhere crowds had rushed to this newly-found Mecca: black dealers from the South, carrying suitcases filled with oil, speculators from the North […].

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Ecco il risultato del “lavoro di sterro”, degli oltre ottanta libri tradotti in pochi anni, senza avere “il tempo di assimilare”, come egli dice ancora nella Vita agra. In questo brano lo scrittore prima traspone la propria infanzia in un luogo alieno, invadente, poi ritorna a casa propria, nella originaria Kansas City (ovvero a Grosseto), “la città tutta periferia, aperta, aperta ai venti ed ai forestieri, fatta di gente di tutti i paesi” raccontata nel Lavoro culturale (1957), che viene tuttavia trasfigurata in quella lingua straniera che lo ossessiona: “Then from everywhere crowds had rushed to this newly-found Mecca…”, “Da ogni dove, allora, erano accorse folle di gente a quella nuovissima mecca: mercanti neri dal meridione, carichi di valigie d’olio, affaristi del nord…”. Anche la provincia, il luogo natìo a cui era affidato proprio quel sogno di progresso e di sviluppo tanto avversato in seguito («Noi andavamo spesso a vedere crescere la nostra città, a vederla avanzare vittoriosa dentro la campagna, a conquistare altro terreno. Si muoveva, si muoveva sensibilmente, a vista d’occhio, la nostra città; […]. Noi eravamo entusiasti di questa marcia vittoriosa, ed ogni sera ne parlavamo come di un fenomeno assoluto ed eccezionale»), viene coinvolta in questa terribile rivisitazione dell’identità che comporta la pratica quotidiana della traduzione.

Il problema, per così dire, è che il miracolo è successo nonostante il nostro scrittore, Luciano Bianciardi, il quale fa dire all’io narrante della Vita agra: “Quassù io non ero venuto per far crescere le medie e i bisogni” (scritta nell’inverno del 61-62 e pubblicata nel settembre 1962).

Eppure, Bianciardi è condannato a essere testimone privilegiato del miracolo, usato ancora oggi dagli storici e dai narratori per essere quella Milano.

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Così, dopo aver inventato Kansas City, con La vita agra Bianciardi inventa, suo malgrado, Milano, la città del biscione visconteo (e ora non solo) e del giaguaro Feltrinelli, il centro di quel “miracolo all’italiana” che dalla Rai di Viale Sempione riuscirà a “contaminare” tutta l’Italia. Milano con la Vita agra diventa la città in cui si arriva, il punto di approdo, la città dei migranti. Solo che ora, nel 1962, non si arriva più, come era ancora nell’Integrazione, per illudersi di portare avanti un progetto culturale. Si arriva animati da spirito di vendetta: Milano è il centro che ha distrutto la periferia, le sue potenzialità, le sue promesse. E quindi deve essere colpita nei suoi simboli. Il palazzo della Montecatini prima (nella Vita agra), le banche e poi, nell’ultimo romanzo (Aprire il fuoco, del 1969) la sede Rai di corso Sempione.

Continua:
La periferia permanente di Luciano Bianciardi #2
La periferia permanente di Luciano Bianciardi #3

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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