Narrazione e storia: sette racconti sui fantasmi del ‘900

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Alla fine della prima guerra mondiale i soldati tornavano dal fronte ammutoliti, incapaci di raccontare ciò che avevano vissuto. La gente, ha scritto il filosofo tedesco Walter Benjamin, tornava “non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile”. Anche per questo, egli diceva, “L’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più quando in una compagnia c’è chi vuole sentirsi raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze” (Walter Benjamin, Il Narratore, Einaudi, Torino, 2011).

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Oggi, in un’epoca in cui tutti gli avvenimenti – e il loro ricordo – sembrano mediati dal racconto, non ci stupiamo di fronte ai protagonisti del libro Luci spente nella storia di Maurizio Cavina (edizioni Effigi), i quali, appartenenti alle generazioni che hanno ricostruito l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, sono posseduti da una vera e propria foga narrativa. A turno, scambiandosi i ruoli, essi sono di volta in volta narratori e ascoltatori, figure entrambe necessarie affinché una storia possa essere condivisa. E così, passandosi il testimone da un capitolo all’altro, da un racconto all’altro, i personaggi portano alla luce episodi avvenuti durante la seconda guerra mondiale.

Si tratta di fatti inenarrabili: stragi che testimoniano l’ingiustizia umana, l’ignominia d’interi popoli. Tuttavia essi sono rivelati, sia pure in modo obliquo, indiretto, e con la consapevolezza che la loro conoscenza non porterà a un miglioramento della società. D’altronde, per ogni persona che vuole sapere e che, grazie alla sua curiosità, alle sue domande, cerca di scoprire una verità, ce n’è sempre un’altra che le si contrappone cercando di occultare le prove, di ridurre al silenzio i testimoni, di manipolare i racconti. Dice a un certo punto uno dei personaggi, un colonnello francese intenzionato a mantenere nascosto l’atteggiamento tenuto dall’esercito francese durante e dopo la battaglia di Cassino: “ma le cose prima succedono e poi si raccontano. E c’è sempre qualcuno che sceglie cosa raccontare”.

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Il carabiniere Rosario Li Causi, il personaggio focale del primo capitolo, è incaricato dai suoi superiori di raccontare in modo parziale, se non palesemente falso, il massacro di Biscari, perpetrato dall’esercito americano su soldati italiani inermi nel luglio del 1943; una donna intelligente e passionale, madre di una delle vittime, è la sua interlocutrice. Nel secondo capitolo è il bambino, Fabrizio, figlio di Li Causi, l’interlocutore designato ad ascoltare il racconto orale di Dragomiro, testimone dell’eccidio di Podhum, in Croazia, durante il quale i soldati italiani massacrarono gli abitanti del villaggio. Il produttore Philippe Fontaine – e siamo al terzo capitolo – riceve una visita da parte di un alto militare francese, che vorrebbe interferire nella scrittura della sceneggiatura della Ciociara, il film di De Sica che racconta tra l’altro le violenze compiute dai soldati magrebini dopo la battaglia di Cassino. Nel quarto episodio torna in scena Rosario Li Causi, divenuto nel frattempo maresciallo, il quale racconta a uno dei suoi carabinieri un episodio accaduto nel 1920: un anarchico fa esplodere un carro pieno di dinamite davanti di fronte alla borsa di Wall Street provocando la morte di 33 persone. In questo caso, a interessare non è tanto l’episodio in sé quanto la strana impunità di cui ha goduto il suo protagonista, Mario Buda. D’altronde, come dice Li Causi, “questa roba è diventata come i racconti degli orchi nelle favole”. Nel quinto capitolo troviamo ancora Fabrizio Li Causi, ormai un ragazzo, alle prese con un agente polacco, Lubanski, destinato a divenire un importante diplomatico, e incaricato dai suoi superiori di nascondere all’opinione pubblica occidentale una delle molte stragi di ebrei avvenute ad opera di civili polacchi alla fine della seconda guerra mondiale.

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È proprio Lubanski, depositario di terribili segreti, a spiegare ai lettori uno dei meccanismi fondamentali dell’arte di raccontare storie e dei suoi micidiali effetti. “San Simonino da Trento – egli pensa – è un santo della chiesa cattolica ed è il bimbo che ha dato origine alla leggenda delle Pasque di Sangue, secondo la quale gli ebrei, ogni anno, per festeggiare la fuga dall’Egitto, mescolavano il sangue di un bambino cristiano, appositamente sgozzato, all’impasto per il pane azzimo. A San Simonino erano attribuiti anche molti miracoli e soltanto sei anni fa, dopo il Concilio, il culto è stato finalmente soppresso. E poi ci si meraviglia – seguitò a pensare – quando accadono fatti come quelli di Kielce.”

Il sesto capitolo, uno dei più complessi e articolati, fa incontrare Lubanski, ormai ambasciatore, con Caroline, segretaria e poi moglie del produttore della Ciociara, e con Milena, la moglie di Dragomiro. Lubanski, affabile e un po’ alticcio narratore, ha modo di sciorinare le sue conoscenze durante una gustosissima cena, dopo la quale Milena racconta a Caroline la violenza subita durante i fatti di Podhum. Infine, nell’ultimo capitolo il diplomatico Lubanski si trasforma da narratore in ascoltatore. Stavolta la parola tocca alla giovane Martina Li Causi, figlia di Fabrizio, che si trova a New York per raccogliere informazioni sulla strage di Debra Libanos, in Etiopia, voluta da Graziani nel 1937. E non mancano, in questa parte conclusiva, considerazioni amare sull’interesse delle nuove generazioni per fatti lontani nel tempo; un interesse spesso è accompagnato dal disinteresse per avvenimenti assai più vicini e altrettanto iniqui.

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Nel frattempo, mentre acquisiscono informazioni fondamentali su questi fatti tragici e dimenticati, i lettori e le lettrici possono ripercorrere la storia del secondo dopoguerra, dalla ricostruzione fino ai giorni nostri, muovendosi agilmente dalla Sicilia alla Maremma e da questa alla Romagna, dalla Polonia agli Stati Uniti, da Parigi a Cortina d’Ampezzo, a dimostrazione che le storie più interessanti si annidano negli anfratti della Storia, nella memoria – e nelle voci – delle singole persone che hanno la capacità e la possibilità di esprimersi, laddove solo alcuni curiosi hanno il coraggio di avventurarsi.

[NdA – il libro Luci spente nella storia di Maurizio Cavina sarà presentato al pubblico sabato 12 ottobre (non il 5 come erroneamente annunciato) nell’ex cinema di Ribolla, il luogo in cui si celebrarono i funerali delle vittime dell’esplosione della miniera del 1954.]

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Simone Giusti

ricercatore, insegna didattica della letteratura italiana all’Università di Siena, è autore di ricerche, studi e saggi sulla letteratura italiana, sulla traduzione, sulla lettura e sulla didattica della letteratura, tra cui Insegnare con la letteratura (Zanichelli, 2011), Per una didattica della letteratura (Pensa, 2014), Tradurre le opere, leggere le traduzioni (Loescher, 2018), Didattica della letteratura 2.0 (Carocci, 2015 e 2020). Ha fondato la rivista «Per leggere», semestrale di commenti, letture, edizioni e traduzioni. Con Federico Batini organizza il convegno biennale “Le storie siamo noi”, la prima iniziativa italiana dedicata all’orientamento narrativo. Insieme a Natascia Tonelli condirige la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura e ha scritto Comunità di pratiche letterarie. Il valore d’uso della letteratura e il suo insegnamento (Loescher, 2021) e il manuale L’onesta brigata. Per una letteratura delle competenze, per il triennio delle secondarie di secondo grado.

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