La mia didattica a distanza

Da quando ho iniziato a fare didattica a distanza mi rendo conto dei limiti: miei, in primis, e degli strumenti che usiamo. Io ne so usare alcuni (ed è già tanto, in fondo), ma allo stesso tempo ne colgo spesso l’impotenza e anche la fallibilità.

Come ricorda Valentina Felici in un recente articolo nel suo blog, in Italia usiamo l’espressione «didattica a distanza»: «didattica», nome che deriva dal verbo greco che indica l’atto di insegnare del docente. Gli alunni e le alunne, quindi, già nel senso etimologico della parola non sono presi o prese in considerazione; nella pratica, comunque, non abbiamo strumenti per sapere quale sia la ricaduta effettiva di ciò che facciamo sul loro apprendimento. Ci concentriamo molto sul nostro lavoro e poco su quello che di questo lavoro in realtà arriva.

Gli alunni e le alunne, in effetti, come da Indicazioni Nazionali e Linee guida, dovrebbero essere al centro di una comunità che apprende. In questi giorni sospesi, invece, di forsennata costruzione e condivisione di materiali, ho l’impressione che non succeda, per lo meno non sempre.

Ho iniziato allora a farmi alcune domande, magari banali, che sono:

Come?
Cosa?

Prima il come, perché i mezzi e modi attraverso i quali faccio le cose hanno un grande peso nella valutazione dell’efficacia del mio modo di insegnare – tanto più adesso, in questa epoca di DAD.
Ho scelto un come che definirei «liquido». Un come che si adatta da una parte agli spunti che mi vengono in mente e che spesso ho sperimentato in passato, dall’altro si adatta ai ragazzi e alle ragazze: li “vedo” spesso persi, in difficoltà. Manca la relazione che è la sostanza del luogo scuola. Fare scuola senza scuola è molto difficile.
Il mio come liquido, dunque, cerca di tener conto di chi ho di fronte. Ad esempio, controllo la mole di lavoro settimanale che ricevono i ragazzi e le ragazze nelle mie classi e mi adeguo a quella. Mi resetto in base alle richieste dei colleghi.

Il mio come è poi non sequenziale. Mi spiego: la didattica online lavora e ha senso se non ripropone canali trasmissivi che già falliscono in presenza, figuriamoci a distanza. Di questo sono sicura. Quindi cerco di dilatare i tempi di apprendimento in modo orizzontale. Affido indagini più che compiti. Suggerisco link a video (brevi) e siti e poi chiedo attività non troppo lunghe. Questo perché io non posso seguirli in attività di portata maggiore. Costruisco delle indicazioni di viaggio sufficientemente precise, le allego alle slide che uso come base per le video chat e poi li lascio un po’ da soli. Dovrebbero in questo modo avere un po’ di stimoli da un lato, ma dall’altro anche un po’ di “margine” per muoversi da soli non sempre con la mia super visione.

Chiedo come restituzione brevi audio a cui io rispondo singolarmente con altri audio. Ad ognuno il suo. In questo modo cerco di curare la parte del laboratorio che faccio in classe che si chiama consulenza. Ho notato che funziona abbastanza bene, anche se ovviamente richiede moltissimo tempo e molta disponibilità a mettersi in gioco da parte nostra.

Anche per la scrittura ho provato a lavorare così. Faccio consulenze audio sui pezzi scritti che i ragazzi mi mandano. Anche in questo caso, però, prima fornisco sempre una guida di lavoro e pratico sempre modeling anche a distanza, cioè invio prima io un modello dei testi che sto chiedendo ai ragazzi di scrivere o un modello di speech audio fatti da me. Credo che questo da un lato li e le aiuti, e dall’altro sia un modo anche per tenere viva la relazione. In effetti, come tutti noi sappiamo bene, si impara sempre “copiando” da qualcuno. Questo è il mio modo per scoraggiare il “copia e incolla”, che diversamente, appunto, nella didattica a distanza (e non solo), impera.

Mi piacerebbe anche soffermarmi sul fatto che ho provato in questo modo a lavorare tanto sulla metacognizione. Quando ho sottolineato a ciascuno e ciascuna un suo errore ortografico (sempre solo uno per volta perché tutti insieme non funziona) o l’uso improprio di un termine o ho corretto una data citata in modo errato, mi è capitato spesso che lo stesso alunno abbia subito rifatto il lavoro con le mie correzioni, o mi abbia detto di aver segnato per la volta successiva il consiglio o la correzione. Sono piccoli accorgimenti, o piccole vittorie, ma la scuola va avanti anche così: con piccoli passi per volta.

Passiamo ora al cosa.

Qui devo dire che ho dovuto fare tanta fatica e ancora ne faccio. Sfrondo molto, e mi concentro sul poco che mi pare utile in questo singolo momento. Faccio una didattica del hic et nunc. Dato per scontato che non devo lavorare su programmi ma su competenze, ho provato a immaginare quali competenza servano adesso, in questo momento.

La prima è stata immediatamente individuata: la competenza di saper trovare le parole per narrare questo periodo, unitamente alla seconda, cioè cercare di usare un pensiero critico.

Così ho sospeso dopo una settimana di lavoro Pirandello in quinta e abbiamo dedicato una settimana a ragionare delle PAROLE con cui oggi narriamo o sentiamo narrare del COVID 19. Ho proposto un mazzo di parole (create con Sara Moretti di T21) e abbiamo prima ragionato e poi scritto su una lavagna Padlet condivisa. I ragazzi e le ragazze erano felici di poter dare voce a qualcosa che fino ad allora nessuno aveva loro chiesto: che ne pensate di ciò che sta succedendo? Come lo stiamo vivendo come individui e come gruppo?

Poi ho approntato due canali podcast di lettura ad alta voce. Lo faccio sempre in classe e non volevo smettere questa pratica essenziale del laboratorio di lettura. Due/tre racconti a settimana bastano per me. Li registro e li invio. Li ascolteranno? Spero di sì. Non è un lavoro finalizzato a una prestazione: è semplicemente un tentativo di tenere viva la relazione d’apprendimento che uso in classe. La routine aiuta sempre tutti, specie alcuni dei miei studenti molto fragili, che ne hanno più bisogno.

In ultimo, mi sono chiesta che devo fare nei confronti dell’esame di stato. Risposta: non lo so. Quindi mi sono presa una bella vacanza dai voti e dall’ossessione di dovere per forza fare questo o quell’autore – ossessione che, per la verità, io non ho quasi mai, ma che mi viene spesso, ascoltando gli altri colleghi e colleghe. Mi pare sempre di essere in difetto. Ho rimodulato alcuni progetti che avevo in mente e li ho sostituiti con altri. Ho scelto di affrontare alcuni temi più che alcuni autori, perché forse adesso di questo c’è bisogno.

Per finire, un’attività che mi piace tanto: analizziamo insieme una volta a settimana una serie televisiva che ci piace molto: I’m not ok with this [disponibile sulla piattaforma Netflix, N.d.R.]. È incredibile quanti spunti per lavorare ci siano e quanti i ragazzi stessi ne trovino. Davvero incredibile. Uno a caso: la serie tv come luogo di narrazione offre un folgorante esempio di costruzione del personaggio. Li abbiamo smontati e ribaltati come calzini, i nostri protagonisti, e ci siamo anche fatti aiutare da un critico televisivo che ci ha detto la sua, in diretta da Milano.

Insomma, io ci provo. Sono solo tentativi, niente di sistematico per ora. Però mi pare di vedere qualche piccolo risultato. Già il fatto che ognuno e ognuna abbia cercato sul sito italiano che cataloga le stragi nazifasciste un episodio che lo interessasse e ci stia lavorando sopra mi sembra un successo. E scopro questo: che, in fondo, questo tempo dilatato potrebbe essere, se sfruttato bene, un’occasione in più, che in classe magari non avrei avuto. Anche qualche studente dato per perso si è rifatto vivo. Un piccolo patrimonio di lavoro che metto da parte per un periodo migliore.

Sabina Minuto

Insegna lettere nella scuola superiore di II grado, a Savona. Si occupa da anni di metodologie didattiche, in particolare dei laboratori di lettura e scrittura messi a punto dalla Columbia University (Writing and Reading Workshop) contribuendo a portarne in Italia il metodo.

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