La comprensione non è un problema da risolvere

Insegnare per sviluppare competenze e non solo per trasmettere contenuti è una delle linee guida degli istituti superiori italiani. Forse questa didattica a distanza potrebbe essere un’occasione virtuosa per sperimentare strumenti che rimarranno anche dopo quando torneremo in aula.

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«La comprensione non è un problema da risolvere». Ho sentito questa affermazione in un recente corso di formazione con Simone Giusti e subito mi sono domandata come io affronto questo “problema”. La mia analisi poi ha avuto anche altri spunti nel corso del webinar: l’universo narrativo di un testo (qualsiasi) nasce dall’incontro con chi legge e va a impegnare meccanismi della memoria a lungo termine.

È proprio così. Lo vedo ogni giorno quando affrontiamo la letteratura e la lettura in genere in classe. I ragazzi sanno e trattengono quello su cui hanno lavorato e che hanno costruito nel dialogo con l’autore o le sue righe senza dare per scontato che quel significato esista a prescindere.

Se dunque voglio che gli studenti aprano bene le loro orecchie e i loro cuori ai testi, non devo trattare le opere come monumenti intoccabili o come pagine di studio. Le devo trattare come cose vive.

Per affrontare questa specie di anatomia, però (che è anche uno sforzo di visualizzazione e di inferenza), li devo dotare di strumenti adeguati, ferri del mestiere. È profondamente sbagliato (cfr. Maryanne Wolf, Lettore vieni a casa) presupporre che alle scuole superiori questi strumenti esistano già a prescindere. Oggi le neuroscienze dimostrano che così non è. Che la lettura non è una attività innata nell’uomo e che quindi va coltivate sempre, a qualsiasi età e per lungo lungo tempo.

A volte mi pare che si creda nel potere della parola che realizza le cose se le nomina. Purtroppo a scuola (e non solo) non è così. Non basta nominare un contenuto, spiegarlo perché questo transiti immediatamente nel discente. Quindi servono strumenti. Strumenti di analisi soprattutto e poi di costruzione di pensiero personale. Così, in questi esperimenti di DAD, ho provato a stimolare l’acquisizione di competenze finalmente libera dall’ossessione dei contenuti.

Gli stili cognitivi di ognuno di noi sono molto diversi. Non ne esiste uno migliore di un altro: prendiamone atto. I miei studenti spesso hanno un modo più visuale di approcciare le conoscenze e di coglierne certe sfumature. Ho quindi usato un corto di Simone Massi, Tengo la posizione, vincitore di molti premi, per parlare di Resistenza: un tema a cui tengo molto.

Non ha nemmeno una parola pronunciata e pochissime scritte.
Nella neve di un durissimo inverno piovono dal cielo lettere. Sono lettere di partigiani, forse di uno solo di loro.

È l’ideale per entrare dentro l’argomento, per il suo impatto visivo e anche emotivo. L’hanno guardato a casa (quasi tutti). È molto breve, quindi abbordabile. In video lezione abbiamo cominciato a fare prima previsioni sul titolo, confrontando le idee prima e dopo la visione.
In seguito, su una lavagna padlet abbiamo raccolto le risultanze di uno schema a Y, guidato da me con l’attività che si chiama modeling.

Quale scena ti ha colpito? Per quale elemento?
Cosa ti sei ricordato ? Partendo da dove?
Quali domande ti frullano in testa e vorresti fare al personaggio o all’autore?

Cerchiamo sempre di usare domande «che aprono e non che chiudono», perché appunto comprendere un testo non è risolvere un problema, ma entrare in relazione. È un dialogo continuo, una negoziazione. Ovviamente non tutti parlano o scrivono in chat, ma vedere apparire sul video il pensiero scritto di qualcuno aiuta pure gli altri a mettersi in gioco.

A questo punto si trattava di passare dal corto di Massi alla lettura, per fare un buon lavoro su due fronti. Allora ho scelto tre lettere dei condannati a morte della Resistenza e le abbiamo lette insieme.
Lezione finita. Siamo stati in video conferenza circa 45/50 minuti.

Poi ho pensato che dovevo coinvolgerli in un lavoro casalingo. Perché il laboratorio ha la sua ragione di essere se ognuno mette in campo gli strumenti dati ma alla sua maniera, seguendo tempi e spazi personali. In pratica devo cercare di costruire uno stimolo di approfondimento perché affrontino un compito di realtà.
Quindi ho ricordato una delle tecniche del progetto Making Thinking Visible, che davvero trovo illuminante (qui le chart di Making Thinking Visible, o MTV)

Si chiama “3/2/1 ponte”.
Scelta una delle tre lettere lette insieme, si tratta semplicemente di scrivere nella tabella che io ho allegato:

  • 3 parole che mi colpiscono
  • 2 domande
  • 1 immagine espressa con una similitudine o con una metafora.

Per costruire poi il ponte dobbiamo invece completare questo scritto:

«Prima (di leggere) pensavo che… ora invece penso che…»

Sembra facile, ma non lo è affatto.

Questo modo di procedere ha due grandi vantaggi: insegna strumenti che rimarranno sempre a disposizione dello studente; in secondo luogo fornisce parole per scrivere anche a chi vorrebbe dire ma a volte non riesce.

Nel “ponte” finale c’è una potenza di pensiero notevole unita agli strumenti per esprimerlo.

Questo lavoro sarà completato su un file e inviato. In una video lezione successiva credo userò almeno 15 minuti per la condivisione dei pensieri dei ragazzi.

Provo a lavorare in DAD così: con cassetta degli attrezzi da riempire ed esercizi da inventare di volta in volta.
La comprensione si costruisce passo passo. O almeno ci proviamo.

Sabina Minuto

Insegna lettere nella scuola superiore di II grado, a Savona. Si occupa da anni di metodologie didattiche, in particolare dei laboratori di lettura e scrittura messi a punto dalla Columbia University (Writing and Reading Workshop) contribuendo a portarne in Italia il metodo.

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