Il posto giusto per chi? Contro il consiglio orientativo

Anche quest’anno i docenti di scuola media dovranno stilare per ogni alunno un “consiglio orientativo”. Una pratica obsoleta che sarebbe ora di abbandonare.

Il “consiglio di orientamento”, più comunemente denominato consiglio orientativo, esiste fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. È stato introdotto nella scuola italiana dal D.P.R. 14 maggio 1966, n. 362, nel quale si legge: Il consiglio di classe esprime, per gli ammessi all’esame, un consiglio di orientamento sulle scelte successive dei singoli candidati, motivandolo con un parere non vincolante. Tale consiglio dovrà essere verificato in sede di esame.

Si tratta dunque di un atto dovuto da parte del consiglio di classe, chiamato a esprimere in forma scritta, per ciascun alunno, un’indicazione ragionata rispetto al percorso da intraprendere a conclusione del primo ciclo di istruzione. I destinatari della comunicazione sono il diretto interessato e la sua famiglia, la quale deve fare i conti con il messaggio ricevuto e prendere una decisione sul futuro del figlio o della figlia.

La storia della scuola media, in breve
Il 1966 è un anno di svolta per la storia della scuola italiana. Nei primi cento anni dell’Unità d’Italia, infatti, i bambini e le bambine erano impegnati prima nella scuola elementare (4 anni) e poi in due percorsi ben distinti, dai confini invalicabili: il ginnasio, quinquennale, che dava accesso al liceo triennale, e la scuola tecnica, triennale, che dava accesso all’istituto tecnico triennale. Questo, almeno, dal 1859 al 1923, come stabilito con la Legge Casati. Nel 1923 entra in vigore la Legge L’introduzione della scuola media unificata negli anni Sessanta ha ritardato di tre anni la scelta sul percorso di studi. Gentile, che riforma il ciclo secondario inferiore lasciando inalterato il ginnasio e istituendo l’istituto tecnico inferiore quadriennale, l’istituto magistrale inferiore quadriennale e la scuola complementare, che dal 1928 assume il nome di scuola di avviamento professionale, triennale, con indirizzo industriale e commerciale, che non consentiva il proseguimento degli studi. Nel 1940 la Legge Bottai unifica i primi tre anni di ginnasio, istituto tecnico inferiore e istituto magistrale inferiore, andando a creare il nucleo fondamentale – ancora oggi in vita – della scuola media italiana. L’avviamento professionale rimane inalterato fino al 1962, anno in cui viene istituita la scuola media unificata: un ciclo triennale obbligatorio e gratuito che dà accesso a tutti i tipi di scuola secondaria di secondo grado, ritardando dunque di tre anni la scelta del percorso di studi.

I cambiamenti successivi riguardano soprattutto le materie e i programmi di studio (1979 e 2007), l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 15 anni (1999), il diritto-dovere all’istruzione e alla formazione fino ai 18 anni di età (2003), la certificazione delle competenze di base del primo biennio di scuola secondaria di II grado, con avanzamento dell’obbligo a 16 anni (2007).

È rimasto inalterato, invece, l’Esame di Stato, fissato all’incirca a 14 anni di età, tappa obbligata prima di accedere, oggi, ad altri due anni di istruzione obbligatoria e, poi, a un percorso più o meno accidentato tra formazione professionale, istruzione professionale, istruzione tecnica e istruzione liceale. Ne è corollario il consiglio orientativo, divenuto in questi cinquant’anni un’abitudine talmente consolidata da apparire a un tempo invisibile e inevitabile.


Come i binari, i percorsi scolastici prefiggono una meta

Al di là delle leggi e, spesso, in conseguenza di esse, si sono poi consolidate alcune usanze più o meno virtuose che accompagnano le procedure di preiscrizione e, quindi, di “orientamento” verso le scuole secondarie di secondo grado. La prima di esse consiste nell’attività di scouting o reclutamento nelle classi terze del primo grado effettuate dalle scuole secondarie di II grado, nel tentativo di attrarre verso la propria scuola il numero più alto possibile di iscritti. Queste attività, che si concretizzano in fiere dell’orientamento, visite guidate, scuole aperte o veri e propri tour promozionali degli insegnanti e degli alunni, spesso sono catalogate tra le attività di orientamento, ma in realtà sono vere e proprie azioni promozionali o, nella migliore delle ipotesi, informative, volte a direzionare la scelta degli alunni e delle loro famiglie.

In questo caso la parola “orientamento” è utilizzata secondo la sua accezione novecentesca, industriale, che vede nel momento della scelta una sorta di bivio, secondo la metafora delle strade che divergono e che, una volta imboccate, conducono a una diversa ma comunque definita destinazione. Scegliere il percorso significa, quindi, scegliere la meta. Imboccare la strada giusta e perseverare sul cammino porta, salvo incidenti di percorso, al meritato premio.

Gli stessi percorsi scolastici sono concepiti in modo razionale come dei binari, che presentano degli scambi in alcuni punti definiti e che conducono sempre da un certo tipo di studio a un certo tipo di lavoro. Più lungo è il tragitto, più alta sarà la posizione ricoperta nella gerarchia sociale, più alta la retribuzione, maggiore la responsabilità.

Si tratta di una visione del mondo tipicamente industriale o fordista, in cui esistono dei “posti” di lavoro che devono essere “occupati” da qualcuno. Esistono persone che desiderano ricoprire quei posti. Ed esistono persone che sono più o meno adatte a stare in quei posti, che, in ogni caso, devono essere occupati, in via ipotetica, per molti decenni. Fino alla fine dell’azienda o del lavoratore.

Nato in questo contesto socio-economico e culturale, l’orientamento è stato un efficace mezzo per direzionare le persone verso l’uno o l’altro percorso professionale. I test psicoattitudinali hanno rappresentato per decenni lo strumento più efficace al fine di scegliere le persone più adatte allo svolgimento di un determinato compito, o a indirizzarle verso un determinato percorso di studi o di lavoro considerato più adeguato alle attitudini o alle capacità della persona.

In un mondo in cui i lavori hanno un profilo ben definito fin nelle mansioni più specifiche, individuare le persone giuste da mettere al posto giusto è considerato un risparmio di tempo e di denaro, per quanto – come ha raccontato in modo efficace Ottiero Ottieri nel romanzo Donnarumma all’assalto Garzanti, Milano, 2004 [1959] – sia difficile individuare il confine tra desiderio e manipolazione, tra occasione e coercizione, tra sviluppo e imperialismo.

Nel frattempo, tra gli anni Ottanta e i Novanta del Novecento, la situazione economica mondiale cambia radicalmente, si modifica l’organizzazione del lavoro, si moltiplicano, frammentandosi, le visioni del mondo e, quindi, del lavoro stesso. Gli stessi livelli di istruzione salgono e, con essi, aumentano le aspettative dei futuri lavoratori, cresciuti in un mondo in cui chi studia migliora la propria condizione sociale.

Senza avventurarsi in ragionamenti che ormai possono contare su una vasta letteratura scientifica, è sufficiente dire che nel nuovo mondo del lavoro, in cui l’autoimprenditorialità ha assunto un ruolo determinante, in cui gli Uffici di Collocamento (ancora la metafora della persona giusta al posto giusto…) si trasformano in Centri per l’Impiego e il disoccupato in “cercatore attivo di lavoro”, anche il termine “orientamento”, pur conservando lo stesso suono e la stessa veste grafica, cambia completamente di significato.

Orientarsi in un mondo difficile
Ormai da tempo le istituzioni internazionali ripetono che la capacità di cambiamento del sistema produttivo rende impossibile ogni previsione sul futuro occupazionale dei giovani e, quindi, sulle conoscenze che essi devono avere per accedere al lavoro (Indagine Eurydice 2002). Inoltre, oggi i percorsi di carriera non sono più lineari come in passato, le persone cambiano lavoro più volte nel corso della vita, spesso con inversioni di rotta fino a pochi anni fa impensabili. La stessa carriera scolastica perde di linearità: gli studenti possono cambiare corso di studi più volte nel corso della vita e, soprattutto, hanno bisogno di rientrare in formazione anche da adulti.

Sono solo alcuni dei motivi per cui i sistemi dell’istruzione hanno abbandonato il loro impianto tradizionale, fondato sui “programmi” di studio intesi come elenchi di saperi da acquisire al fine di accedere a una determinata società. È stato abbandonato – almeno sulla carta, e non in tutti gli ordini di scuola – l’insegnamento fondaoa sulla trasmissione delle informazioni da una generazione a un’altra, e si è scelto di concentrarsi invece sull’allenamento di alcune competenze ritenute fondamentali affinché le persone possano esercitare in modo autonomo i propri diritti e doveri di cittadinanza.

È in questo quadro che va collocata la costante attenzione prestata dall’UE all’orientamento inteso come attività formativa tesa a sviluppare l’autonomia delle persone, rendendole capaci di individuare i propri obiettivi e di reperire le risorse per raggiungerli.

Anche il sistema dell’istruzione italiano si è adeguato alle direttive europea e alla letteratura scientifica, emanando, con la Circolare Ministeriale n. 43/2009, le Linee guida in materia di orientamento lungo tutto il corso della vita, nelle quali si sottolinea il ruolo strategico attribuito all’orientamento nella lotta alla dispersione e all’insuccesso formativo.

L’orientamento viene inteso come bene individuale, in quanto principio organizzatore della progettualità di una persona Si legge nella prima parte del documento: «L’evoluzione del contesto sociale ed economico all’interno del quale la persona costruisce il proprio auto-orientamento richiede oggi un potenziamento sempre maggiore delle competenze personali e una conoscenza attiva del contesto esperienziale che costituisce lo scenario di riferimento per la costruzione di una progettualità personalizzata».

La prospettiva di una scelta scolastica e professionale in grado di delineare un percorso di sviluppo lineare per tutta la vita viene considerata ormai superata, mentre assume sempre più valore la capacità orientativa della persona di elaborare un progetto personale che si consolida progressivamente attraverso percorsi diversi e che è in grado di ridefinirsi in maniera soddisfacente nel fronteggiamento di specifiche esperienze di transizione.

L’orientamento viene inteso come bene individuale, in quanto principio organizzatore della progettualità di una persona capace di interagire attivamente con il proprio contesto sociale e come bene collettivo, in quanto strumento di promozione del successo formativo e di sviluppo economico del paese.

Il testo continua affermando la necessità di superare le pratiche focalizzate sulla scelta scolastica per perseguire un’idea di orientamento formativo che deve dare alla persona, durante il percorso formativo, l’opportunità di “costruirsi delle competenze orientative adeguate ad accompagnare il proprio processo di orientamento lungo tutto l’arco della vita e di sviluppare una progettualità personale sulla quale innescare scelte progressivamente sempre più specifiche”.

Non c’è nessun riferimento al consiglio orientativo che, alla luce del documento, sembra una pratica dimenticata da anni. Tuttavia, non solo il consiglio orientativo è ancora attivo, non solo le migliaia di scuole secondarie di primo grado continuano a dispensarlo per rispondere ai dettami di una legge del 1966, ma, addirittura, con una nota del 3 luglio del 2013 il MIUR fornisce dei chiarimenti alle scuole affinché provvedano a trascrivere il consiglio nei database ministeriali.

Di seguito si riporta integralmente la nota del Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali, firmata dal direttore generale Maria Letizia Melina.

Roma, 3 luglio 2013

Ai Dirigenti/Coordinatori delle scuole secondarie di primo grado statali e paritarie

Oggetto: Consiglio orientativo Anno Scolastico 2012/2013: precisazioni.

Essendo pervenute richieste di chiarimento in merito alla comunicazione del “Consiglio orientativo” presente nella rilevazione degli Esiti esami di Stato del primo ciclo, si rende necessario precisare quanto segue.

Con nota prot. n. 1304 del 28 maggio 2013, le segreterie scolastiche sono state invitate, per la prima volta, ad inserire anche il “Consiglio orientativo”, relativo alla scelta del proseguimento degli studi espresso dal Consiglio di Classe per ogni singolo alunno che termina il primo ciclo di istruzione.

Innanzitutto, si specifica che il “Consiglio orientativo” è quello espresso ai fini di orientare gli studenti al termine del primo ciclo di istruzione nelle scelte di prosecuzione dell’obbligo scolastico nel periodo delle iscrizioni (gennaio/febbraio).

Il Consiglio orientativo, nel periodo indicato, è stato definito per ogni studente frequentante l’ultimo anno di corso e, pertanto, anche nel caso in cui lo studente non sia stato ammesso all’esame di Stato o non lo abbia superato, il Consiglio orientativo, va comunque inserito selezionando dal menu presente nell’area “Esami di Stato I ciclo” la voce corrispondente.

Direttore Generale

Maria Letizia Melina

E siamo a oggi. Anche alla fine di quest’anno scolastico 2014/2015, pare, gli insegnanti dovranno compilare una scheda e, poi, un format online, per dichiarare quale scuola sarà più indicata per il proseguimento degli studi – ancora obbligatori per due anni – di ciascuno studente. Come se ancora esistessero quei binari che durante il fordismo conducevano la persona giusta al posto giusto. Come se scegliere oggi significasse ancora selezionare tra una o più opzioni, e non, invece, indagare il presente, capire meglio il mondo e se stessi attraverso la serie delle scelte e, soprattutto, lo studio di sé, delle proprie reazioni, dei propri desideri.

La sua abolizione, oltre che rappresentare un passo avanti nella costruzione di un sistema dell’istruzione democratico, in quest’epoca di riduzione degli investimenti e di costosa e inutile resistenza al cambiamento, sarebbe un gradito quanto inatteso segnale di rispetto per l’intelligenza umana.

A quel punto, anche il rapporto tra docenti, genitori e studenti potrebbe riacquistare un carattere meno prescrittivo, e potrà essere gradualmente smaltito il peso di tradizioni inutili e dannose, nostalgiche e velleitarie, che altro non fanno che ricordare un mondo che non è più, solitamente rimpianto dai più anziani – per motivi meramente anagrafici – e, in generale, da coloro che vedono nella scuola, più o meno consciamente, uno strumento per mettere le persone al loro posto e non, piuttosto, una delle più importanti opportunità che il mondo adulto può offrire alle persone affinché divengano gradualmente autonome, capaci di pensare e di costruire strutture sociali rinnovate, adeguate alle loro esigenze.

[N.d.R. L’articolo è stato scritto nell’ambito del progetto INTENDI, Integrazione nelle Diversità: percorsi formativi e consulenziali per una scuola promotrice dei processi d’inclusione (2012-2014), settore istruzione e Educazione della Regione Toscana. Ringraziamo l’autore per la gentile autorizzazione alla pubblicazione sul numero 7 de La ricerca e su La ricerca Online.]

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it