
Per classicisti della mia generazione già non era più un disonore leggere i testi antichi (anche) in traduzione. Inoltre, riflettere su come tradurre al meglio i classici è qualcosa che da molto tempo è entrata nelle aule dei nostri Licei, per lo più nella forma della cosiddetta “traduzione contrastiva”; si tratta di una prassi a mio avviso molto utile, anche se mi pare che ultimamente si stia un po’ perdendo a scapito di un’idea – mutuata dalla didattica delle lingue moderne – del primato della “comprensione” sulla “traduzione”.
Credo che si tratti di un errore, di metodo e di merito; non tanto perché si debba insistere solo su uno sterile e antiquato grammaticalismo («traducete, traducete, traducete… e per di più alla lettera!»), quanto perché è indubbio che esistano traduzioni d’autore di tale qualità (magari da affiancare al testo greco o latino) che – soprattutto per la poesia – sono davvero in grado di restituire ai giovani (e non solo a loro) la suggestione dell’originale.
Ciò perché la letteratura classica è fatta di parole, che saranno pure «alate» come diceva detto Omero, ma che sono state trasmesse in forma scritta e come tali debbono essere fruite; ed è pertanto vero che alcune traduzioni pubblicate negli anni (o addirittura nei secoli) passati sono esse stesse già divenute dei “classici”: pensiamo solo al «Cantami o diva» dell’Iliade di Vincenzo Monti, che ha ormai vita del tutto autonoma dall’originale omerico.
Una recentissima edizione dell’opera
Veniamo al dunque, e parliamo ora di lirici greci. E lo farò anzitutto ricordando come nei miei anni universitari le traduzioni più “nobili” di questa particolarissima (in quanto eterogenea e frammentaria) esperienza letteraria erano sostanzialmente tre: quelle di Salvatore Quasimodo (1940), Manara Valgimigli (1942), Filippo Maria Pontani (1969). Tutte già allora datate e tutte – in qualche modo – parziali, anche perché nel frattempo la papirologia e la filologia apportavano alcune (in qualche caso significative) novità.
Mi fa allora particolare piacere avere tra le mani una recentissima riedizione – dopo altre due già uscite in passato, nel 1968 a cura da Maria Vittoria Ghezzo e nel 1989 a cura di Dino Pieraccioni – di quella di Manara Valgimigli, edita con la curatela di Francesco Sironi (e accompagnata dal logo del “Centro Studi Valgimigliani” di San Pietro in Bagno) con il titolo Saffo, Archiloco e altri lirici greci, Lindau editore, Torino 2025.
L’opera è meritoria e doppiamente utile: da un lato perché consente anche a un pubblico di non specialisti di avvicinarsi sia alla lirica greca sia alle splendide traduzioni di Valgimigli, nonché a due suoi brevi ma interessanti saggi, uno intitolato Saffo (del 1964) e l’altro Del tradurre la poesia antica (Lezione del 1952 edita nel 1964). Dall’altro perché – attraverso l’introduzione del giovane e brillante filologo Franceso Sironi – il volume illustra la personalità del traduttore e la temperie culturale che ha espresso il suo lavoro.
Un breve profilo dell’uomo e dello studioso

Ma chi era costui? Non certo un Carneade di manzoniana memoria, per quelli della mia età. Manara Valgimigli (1876-1965) era infatti romagnolo, frequentò in gioventù Casa Pascoli a Barga e fu allievo di Carducci all’Università di Bologna: what else? direbbe una nota pubblicità del caffè… Qualcosa d’altro c’è pure! Docente in vari Licei italiani e poi in diverse sedi universitarie, esercitò a lungo il suo magistero presso l’Università di Padova (dal 1926 al 1948): anni culturalmente fecondi, per lui, ma umanamente difficili, sia per i numerosi lutti familiari, sia per le conseguenze delle sue simpatie socialiste e antifasciste, che gli costarono anche un mese di carcere.
Come molti della sua generazione mosse da premesse positivistiche per approdare a quel crocianesimo che era un po’ la cifra culturale del tempo, e che indubbiamente condizionò anche la sua opera di traduttore, che lo vide impegnato a lavorare su Eschilo, Sofocle, Aristotele, Platone e – soprattutto – sui “nostri” lirici.
“Altro è interpretare, altro è tradurre”
Attraverso l’introduzione di Sironi – che contiene numerose citazioni valgimigliane – come pure attraverso la lettura del saggio Del tradurre la poesia antica possiamo farci un’idea di cosa significasse per il Nostro questa operazione culturale. Anzitutto afferma che «altro è interpretare, altro è tradurre», cosa – quest’ultima – che presuppone la ricerca di un «sentimento della totalità»; ciò significa che non esiste una traduzione più esatta di altre, ma che ognuna è figlia della sensibilità del suo autore e della cultura del suo pubblico, che non è astratto ma storicamente connotato. D’altronde che il prodotto del vertere abbia un che di metamorfico e sia ben lontano dall’essere un clone dell’originale già lo sapevano i Latini quando traducevano dal greco, come è stato egregiamente documentato in un noto saggio di Maurizio Bettini (Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Einaudi, Torino 2012).

Dunque è lo stesso Valgimigli che ricorda come traducendo il celebre frammento di Alceo che celebrava la morte di Mirsilo («Ora bisogna bere; / ubriacarsi ora bisogna; / ora che Mirsilo è morto.») il pensiero (e l’augurio, o meglio il malaugurio…) suo e degli amici antifascisti andasse a Mussolini. Ed è lui – con una felice anacronismo – a intitolare Pittura di Segantini un epigramma dell’Antologia Palatina attribuito a Diotimo o Leonida che così comincia «Sole, dai pascoli montani, / ritornavano a sera nella stalla / le vacche, ancora ricoperte il dosso / di molta neve».
Sì perché oltre ai Lirici veri e propri, il volume contiene anche traduzioni dall’Antologia Palatina e di due Inni di Callimaco, nessuna delle quali accompagnata dal testo a fronte, perché – come si diceva – ormai sono concepite come prodotto della creatività del suo traduttore che ha cercato di trasportare (senza forzature metriche, pur se allievo del “barbaro” Carducci) il senso di quelle opere in altro tempo. Così era avvenuto un secolo prima con l’Iliade del Monti, molto apprezzata dal Nostro, e – in quegli stessi anni – con i Lirici greci di Quasimodo, che Valgimigli difende dalle critiche di colleghi accademici che lo accusano di non sapere il greco.
A questo proposito, sono interessanti alcuni scambi epistolari tra i due nei quali spicca la lode per «quel pudore schietto, quel pudore senza inganni, quella limpidezza liquida» che Valgimigli riscontra nelle traduzioni del futuro premio Nobel.
Potenza del crocianesimo: il caso di Saffo

Insomma, il valente grecista sembra spesso lasciare il passo al letterato, al poeta (nel senso più crociano del termine), come quando quasi si dispiace della scoperta filologica di Edgar Lobel che nel 1925 mette in discussione una sua traduzione saffica che contiene l’immagine della «notte dalla molte orecchie».
Oppure quando – rispondendo a qualche osservazione che gli proviene da un «critico giovinetto» che lo invita a inquadrare meglio la personalità storica di Saffo – afferma: «Che il Signore Iddio ti protegga e ti benedica, oggi e domani, critico giovinetto. Io per me chiedo alla Cariti e alle Muse di poter leggere ancora, umilmente e semplicemente, i miei poeti; a da questa lettura poter cogliere e avere e dare altrui, senza inquadrare, senza sviscerare, senza esaurire alcuna almeno di quelle vibrazioni innumerevoli per cui le parole di un poeta diventano parole e suoni e immagini di poesia, di quella poesia, di quell’unico poeta».
Non c’è spocchia, in queste parole. Ma piuttosto una un po’ ingenua – lo ripeto ancora – applicazione di quel crocianesimo allora imperante, che chi scrive ha potuto ancora riscontrare nelle nostalgiche parole di qualcuno dei propri docenti universitari più anziani, formatisi in quel clima. E anche noi che siamo stati invece cresciuti con l’impostazione rigorosa propria del «critico giovinetto», ogni tanto sogniamo un approccio più libero al mondo classico, alla ricerca di un «sentimento della totalità» più che non della minuzia filologica o documentaria… Pertanto leggere questi Lirici è stata, almeno per me, una boccata d’ossigeno, anche perché li ho divorati in vacanza, sotto l’ombrellone…
Impossibile concludere senza un ulteriore esempio, ancora una volta relativo a Saffo, di questo lavoro. Lo faccio citando quella che è forse una delle poesie più note della poetessa di Mitilene – spesso proposta come esempio più antico di soggettivismo – e cioè la relativistica definizione della «cosa più bella» (kàlliston, in greco). Qui Valgimigli estrae dal testo questo concetto (che in greco è invece esplicitato) e lo fa diventare titolo della lirica, che – a p. 79 del volume in oggetto – è così proposta:
La cosa più bella
Chi dice un esercito
di cavalieri, e chi di fanti
e chi di navi schierate
presso la terra nera:
io dico chi uno ama.
…
…
E vedere vorrei di Anactoria
l’amabile passo
e il raggiante splendore del volto.
Dopo tanta bellezza mi pare inutile aggiungere altro, sperando però che almeno un po’ di quel «sentimento della totalità» cui si accennava sia stato veicolato dalle mie parole agli affezionati lettori di questa rivista.