Edmond Dantès, c’est moi! #2

Il conte di Montecristo per lettori suscettibili: come vestire i panni di Edmond Dantès e delle sue numerose incarnazioni e farla franca. Dopo le istruzioni per l’uso e la prima puntata, ecco la seconda.
Gérard Depardieu nella miniserie del 1999 “Le comte de Monte Cristo”, diretta da Dayan.

Ricominciamo dall’inizio, e tentiamo di riassumere.
Edmond ha avuto un incidente, un intoppo, un arresto (letteralmente). Stava per realizzare i suoi sogni, gli sembrava di avere un futuro “facile”, di essere arrivato, quando è intervenuto qualcosa o qualcuno a interrompere il cammino tracciato.
Dopo quattro anni di carcere è un uomo finito, incapace perfino di distinguere il ricordo dal sogno, il futuro dal passato.
E poi, proprio quando la morte sembra prossima, Edmond sente qualcosa. Un rumore sordo, un raspare costante – forse l’indizio di una presenza umana. Un niente quasi impercettibile, ma sufficiente a rianimare una speranza. Spinto dal desiderio di incontrare un’altra persona, riprende a mangiare, e una volta recuperate le forze inizia a scavare nel pavimento con i cocci di una brocca.
Fino a quando, da una galleria scavata nella roccia friabile dell’isola, spunta un altro uomo. È un compagno di prigionia, col quale dovrà ancora trascorrere lunghi anni; è un altro essere umano, soprattutto, che gli consente da subito di pronunciare il suo nome, Edmond, e di riacquistare, con il suo nome, il controllo su se stesso.

Depardieu-Dantès in cella nella miniserie “Le comte de Monte Cristo”

“Chi siete voi?”, domanda la voce proveniente da sottoterra, dall’interno di un tunnel scavato a fianco della sua cella. “Uno sciagurato prigioniero”, risponde Edmond in un primo momento. “Di quale nazionalità?”, “Francese”. E poi, finalmente, alla domanda “Il vostro nome?”, può rispondere “Edmond Dantès”. Il dialogo continua, con domande e risposte puntuali: sulla professione, il reato compiuto (“Sono innocente”, dichiara Edmond), la data dell’arresto… Anche se non è molto, è tutto quello di cui Edmond ha bisogno per riacquistare fiducia nelle proprie possibilità e speranza nel ritrovare un significato alla vita.
E così Edmond si mette a scavare, fino a rompere la sottile membrana che separa il muro della sua cella dalla galleria scavata dal numero 27: l’abate Faria. Un prigioniero eccentrico, conosciuto dagli altri prigionieri e dai carcerieri per una sua particolare follia: egli crede, infatti, di conoscere l’ubicazione esatta di un enorme tesoro. È un italiano colto, l’abate Faria, che per vent’anni è stato segretario del conte Spada ed è stato arrestato a Piombino nel 1808 per aver pubblicato uno scritto sull’unità del regno d’Italia.
Edmond pende dalle sue labbra. Ascolta con attenzione la sua storia e poi, spinto da un bisogno irresistibile, chiede di poter raccontare la propria. È un racconto breve, conciso, che contiene pochi elementi fondamentali: le traversate del Mediterraneo, l’incontro con Napoleone all’isola d’Elba, lo sbarco a Marsiglia, la nomina a capitano, l’incontro col padre, il pranzo di fidanzamento e infine l’arresto e il trasferimento al castello d’If. Fine. Fine del passato e fine del futuro. “Arrivato a questo punto”, si legge nel romanzo, “Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo che vi era rimasto prigioniero”.
È in quel momento che diventa fondamentale il ruolo dell’interlocutore, l’abate Faria. Edmond non sa andare avanti, perché davvero egli si ritiene innocente e non capisce il motivo della sua carcerazione. Non capisce, e quindi non ha le parole per raccontare meglio la sua storia, né è in grado di trovare un senso alla sua vita dopo l’arresto. Per questo sta soffrendo.
L’abate Faria lo aiuta per mezzo di uno straordinario dialogo, un colloquio che si conclude con la rivelazione dei responsabili dell’arresto di Edmond. È Edmond stesso a rinvenirli nella propria memoria e a “scoprirli”. Erano sempre stati lì; mancava solo la capacità di mettere in ordine e di scegliere i fatti utili alla ricostruzione della scena del delitto: ecco allora Danglars, il contabile della sua nave, Ferdinand, il cugino e spasimante di Mercédès, e Caderousse, il vicino invidioso. Hanno scritto una lettera anonima al procuratore, lettera che porta alla sua incriminazione e all’imprigionamento.
Edmond non l’avrebbe mai scoperto da solo. Non sarebbe mai riuscito a farsi le domande giuste: il suo carattere, la sua rettitudine e la sua ingenuità non gli avrebbero mai fatto sospettare ciò che gli insegna Faria: che alcuni uomini, mossi dai propri bisogni e dagli interessi, sono disposti a commettere delitti pur di raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. E che anche l’uomo più umile (quale lui si ritiene) può rappresentare un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di qualcun altro: non s’invidiano solo i re e le regine, ma anche gli uomini comuni, anche a loro insaputa – da togliere di mezzo, come nel caso di Edmond.
Hai dunque capito, caro lettore, che per ritrovare il filo della storia, per ricucire gli strappi e per risolvere i problemi hai bisogno di qualcun altro? Di qualcuno che ti ascolti in modo attivo, facendoti sentire compreso o compresa, che con le sue domande e con le sue storie ti aiuti a raccontarti meglio, e a comprendere fino in fondo il significato delle tue storie. Conosci persone di questo tipo? Esistono esperti cui ci si può rivolgere. In ambito terapeutico lo psicologo, lo psicanalista. In ambito religioso, il confessore e l’assistente spirituale. Nell’ambito della formazione e del lavoro c’è il consulente di orientamento. Ma prima ancora ci sono gli amici e le amiche, e ci sono le persone che incontriamo per caso – chissà, forse su un treno, durante un viaggio – alle quali potremmo affidare storie che non confesseremmo se non a degli sconosciuti. L’importante è sapere che avere interlocutori è fondamentale e che a volte richiede sacrifici.
Edmond è disposto a scavare la roccia quasi a mani nude per avere il suo interlocutore. E tu, cosa stai facendo per conquistare il tuo?

[Per approfondire, qui]

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell’associazione L’Altra Città di Grosseto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni” (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”, “La scuola è politica”, Effequ, Firenze 2019. Su Twitter è @sigiusti. http://www.simonegiusti.eu/

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